Sergio Givone – La filosofia della libertà contro il Nulla

pantareiS. Givone | TestiLeave a Comment

L’Unità 15 Novembre 1999

La filosofia della libertà contro il Nulla

intervista a cura di Renzo Cassigoli

Sergio Givone parla in margine al convegno di Firenze

Tutti i processi di trasformazione sono velocizzati. E non possiamo più riferirci alla tradizione.

Dobbiamo assumere un’idea di verità come ideale regolativo

 

Giunta alla fine del secolo la filosofia italiana fa i conti con se stessa e con le grandi correnti filosofiche internazionali. Dopo i congressi di Capri del 1981 e di Torino del 1988, il convegno della Società Filosofica Italiana tenutosi per tre giorni a Firenze, ha fatto il bilancio degli ultimi trent’anni, gettando lo sguardo sul terzo millennio. Ne parliamo con Sergio Givone, professore di estetica all’Università di Firenze, uno dei relatori della prima giornata

Il Novecento si chiude con parole angoscianti: rischio e incertezza.
Malgrado i progressi della scienza e della tecnica, l’umanità si affaccia al terzo millennio sapendo di non sapere.

“Pensando al Novecento verrebbe la voglia di usare parola ancora più dure di rischio e incertezza rispetto al futuro su cui ci stiamo affacciando. Il rischio nasce dalla consapevolezza che davvero possiamo perdere tutto, e l’incertezza di nuovo nasce dalla consapevolezza che niente ci è garantito. Se volgiamo lo sguardo indietro temiamo di non poterlo neanche vedere il futuro, nel senso che, davvero è in gioco tutto. Una novità di cui i filosofi, forse, non hanno preso perfettamente coscienza. Per la prima volta bisogna pensare a partire dalla possibilità dell’annientamento del mondo, non solo per il rischio atomico e ambientale, ma anche sul piano spirituale, culturale, di progettare il futuro per i nostri figli e nipoti. Noi sappiamo che rischiamo il nulla. Se la filosofia si pone davvero all’altezza di questa consapevolezza allora può percorre strade diverse. Una è quella già imboccata del nichilismo: prende atto che tutte le grandi mitologie sono sparite e non le resta che accettare la radicale finitezza dell’esistenza ritagliandosi uno spazio minimo di azione e di speranza, se non in dio in una generica “provvidenza” umana. L’altra via va verso una vera e propria filosofia della libertà. Se rischiamo il nulla allora vuoi dire che l’essere è nelle nostre mani”.

Quanto la velocizzazione del ‘900 ha influito nel pensiero filosofico? La globalizzazione è solo un problema di tecniche o influisce sui contenuti?

“E’ vero, il tratto caratteristico del nostro tempo è che tutti i processi di trasformazione si sono velocizzati. Non possiamo più fare riferimento alla tradizione come l’alveo in cui riconoscersi e stare al sicuro … ” .

Come se a Linus avessimo tolto la coperta.

“Ci hanno tolto la coperta. Transitiamo nudi attraverso questi processi che avvengono dentro e fuori di noi come trascinati da una forza irresistibile, bombardati da una quantità impressionante di informazioni della quale, chi fa filosofia (come qualsiasi altra disciplina scientifica) deve tenere conto. Basta pensare al numero di libri di filosofia che escono ogni anno. Il filosofo del secolo scorso si confrontava con pochi testi e, prima ancora, risolveva tutto sul piano epistolare. Oggi la comunicazione ha trasformato qualitativamente il rapporto con il sapere poiché, come sappiamo, quando la quantità supera una certa misura si trasforma in qualità. Oggi tocchiamo con mano quello che ai nostri predecessori sembrava impossibile: la compresenza di prospettive diversissime tanto da essere fra loro conflittuali, che costringono il filosofo a sostare davanti a questa molteplicità di voci per tentare di farle interagire. Una vera e propria sfida che la filosofia deve accettare”.

La tecnologia sta, come non mai, prevaricando la scena. Questo comporta un conflitto con la filosofia, nel senso dei principi etici sempre superati?

“Solleva un grande problema. Mentre in passato la Scienza disponeva della tecnica come di un suo strumento, adesso si può quasi dire che le parti si siano invertite: è la tecnologia che s’impone alla scienza. Questo comporta un rilancio della filosofia che deve far sentire la sua voce. La scienza non dice, e non deve dire, cos’è giusto e cosa è ingiusto, il suo mestiere lo fa benissimo. Sta alla filosofia dire ciò che è bene e ciò che è male fare. Le decisioni vengono prese su un altro piano., che chiama in causa l’etica. In questo senso non c’è conflitto fra scienza e filosofia … “

E la politica. Anch’essa deve fare i conti con l’etica e con la filosofia.

“Etica e politica vanno tenute distinte. L’etica riguarda le decisioni che il singolo prende nel suo “foro” interiore: quello spazio di libertà individuale in cui dire sì o no. La politica governa altri ambiti e deve controllare democraticamente l’apparato di potere economico e politico”.

Il convegno fiorentino chiude la stagione del secondo dopoguerra centrata sul rapporto con la filosofia crociana, gentiliana, gramsciana del primo’900.Quale fase si apre?

“L’interrogativo è cosa ha detto e cosa ha da dire la filosofia italiana rispetto al díbattito europeo e mondiale. Qualcuno ha detto niente. La filosofia italiana avrebbe fatto solo un lavoro di “importazione”. Io non lo credo. La filosofia italiana ha detto qualcosa di suo, indipendentemente dal tratto più o meno retorico che, secondo alcuni, le sarebbe proprio. In anni in cui le grandi correnti filosofiche pensavano soprattutto ad affermare se stesse polemizzando con le altre correnti, la filosofia italiana ha tentato di filosofare insieme, cioè di “sin-filosolare”, come intendevano i romani. Se si sfogliano le riviste filosofiche degli ultimi vent’anni si vedrà che il nostro tentativo, non dico riuscito, è stato importante e anticipatore. Altro problema peculiare della nostra ricerca è la rimessa al centro della discussione di una categoria che sembrava eliminata: la nozione di “verità”. Non nel senso del filosofo che la cerca per poi imporla ad altri quando la trova, ma di lavorare “‘a partire” dalla verità, cioè, come se ci fosse, facendola valere come ideale regolatore nel dialogo con gli altri. Dialogare non “verso la verità” ma “a partire” dalla verità”.

La verità è ambigua, è affidata solo all’interpretazione. Forse da qui il pessimismo che caratterizza questo fine secolo. “Ho il senso della sconfitta della ragione co me non l’ho avuta neppure nei momenti più cupi della guerra”, dice Garin. Da poeta, Luzi esprime una fiducia relativa dell’uomo “perché relativa è la sua capacità di tenere a bada le forze che agiscono nel mondo”. Torodov, addirittura, non vede “nessuna nuova etica nessuna nuova immagine dell’uomo all’orizzonte”.

“Se la verità è ambigua, di nuovo possiamo scegliere due strade: accettare che ognuno ha la sua verità e, quindi, sopportarci sulla base di una reciproca tolleranza, procedendo verso uno scetticismo che isola l’individuo e lo espone a tentazioni magari violente di imporre la propria verità; oppure, partendo dalla stessa constatazione, assumere l’idea di verità come ideale regolativo. Questa seconda strada comporta un’inquietudine profonda. Capisco il pessimismo di Garin, di Luzi, di Todorov ma in questo io ci leggo un rifiuto dello scetticismo. Sono pessimisti perché tengono ferma l’idea di ragione, cioè di verità. “A partire” dalla ragione e dalla verità. Come un “a priori “, che non rinuncia”.

Alla fine un po’ di speranza c’è.

” Un filo, se vuole, che tiro fuori dallo stesso pessimismo”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.