Sergio Givone – Inutili non siamo mai

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Il Messaggero, 19.09.2003

Inutili non siamo mai

di SERGIO GIVONE

 

Uccidersi per non essere di peso. E’ accaduto l’altro ieri a Sansepolcro, la città che, val forse la pena di ricordare, conserva nel suo museo, ma esposta in modo che tutti possano vederla anche dalla strada, la magnifica Risurrezione di Piero della Francesca, dove il Cristo risorgendo non trionfa sulle potenze della morte e della sofferenza, ma è come se esibisse i segni di un patire indelebile e lì restasse, per sempre.
I protagonisti della vicenda sono due anziani coniugi. Non erano malati, o almeno non lo erano in modo grave. Né, che si sappia, eventi particolarmente drammatici li avevano colpiti. A spingerli al suicidio è stato un sentimento (essere di peso) che si fa fatica ad accettare come causa scatenante.
Naturalmente, se vogliamo cercar di capire, possiamo ricorrere alle scienze sociali. L’antropologia ci insegna che in alcune società tribali l’autosoppressione dei vecchi era e forse è ancora prassi comunemente accettata: in certe regioni dell’India essi prendono (liberamente?) congedo dai parenti e si inoltrano nella giungla, dove presto sopraggiunge la morte. A sua volta la sociologia ci fa notare quanto sia mutato il nostro Paese negli ultimi decenni: la famiglia è andata evolvendo su base mononucleare e i vecchi hanno perduto la loro collocazione in un più ampio tessuto relazionale.
Eppure tutto questo non è sufficiente. La domanda resta. Com’è possibile uccidersi per non essere di peso in un’epoca come la nostra, che si fa vanto di civiltà? Quali contraddizioni nasconde una decisione come questa? Vorremmo credere che si tratta di un caso isolato, di un’eccezione non generalizzabile. Ma sappiamo che non è così. Qualcosa è intervenuto nella percezione che abbiamo della nostra vita. Infatti sempre meno ci riesce di vedere in essa dei significati che non si risolvano in una determinata funzione sociale. Chiaro che, quando questa funzione vien meno, il senso di inutilità prevale. Come accettare a quel punto d’essere a carico di altri? Si finisce col cedere alla disperazione.
Inutili, nel nostro mondo, sono i vecchi. Non hanno più nessun ruolo e dunque (questa la conclusione che se ne trae) è diventato sempre più difficile riconoscergli una ragion d’essere. Per loro abbiamo bensì inventato qualche modesta anticamera di paradiso. I più benestanti vanno in crociera o svernano in località turistiche. I meno abbienti si contentano di frequentare questo o quel luogo di ritrovo nel quartiere.
Fortunati coloro che vengono impiegati come baby-sitter dei nipotini.
Ma il fatto è che li percepiamo sempre più come inutili. E questo per la semplice ragione che noi percepiamo noi stessi come inutili non appena facciamo astrazione dal compito che ci è assegnato come lavoratori e come membri di una famiglia.
Detto brutalmente: non sappiamo più che cosa ci stiamo a fare qui, o lo sappiamo così poco che neppure più ce lo domandiamo. Facile obiettare che non eravamo più felici quando credevamo di saperlo. E cioè quando religione e politica facevano di ogni uomo il portatore di un destino. Che è come dire: quando ci raccontavamo storie meravigliose e terribili su di noi per sopportare una condizione che altrimenti sarebbe apparsa assurda e quindi perfino peggio dell’inferno. Ma il fatto è che se non diamo un senso alla vita, un senso irrilevante fin che si vuole, ma pur sempre un senso, proprio non riusciamo a vivere.
Ed è precisamente una perdita di senso quella che si intuisce alla base del suicidio dei due anziani di Sansepolcro. Da questo punto di vista niente di nuovo sotto il sole. Sempre e comunque chi sceglie di morire lo fa dopo aver deciso che per lui non ha più senso continuare a vivere. Semmai qui la novità, tragica novità, è che il fatto di non essere più socialmente attivi trasforma gli esseri umani in insopportabili pesi morti o comunque li fa sentire tali. Come se la dignità della vita dipendesse da ciò che facciamo e non da ciò che siamo.

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