Sergio Givone – In ricordo di Norberto Bobbio

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Il Messaggero, 11.01.2004

In ricordo di Norberto Bobbio

di SERGIO GIVONE

IERI quasi tutti i giornali hanno dedicato ampio risalto non solo alla figura di Norberto Bobbio e al suo alto magistero civile, ma anche alla sua opera scientifica. Filosofo del diritto fra i maggiori del Novecento, la riflessione di Bobbio sull’idea di democrazia e sul nesso giustizia-libertà, svolta in opere come Teoria della norma giuridica (1958), Teoria dell’ordinamento giuridico (1960) e Giusnaturalismo e positivismo giuridico(1964), appare oggi imprescindibile. E se altri autori (John Rawls, per esempio) occupano la scena culturale, come non riconoscere che Bobbio ne aveva anticipato tesi e prospettive di fondo?

Ma se uno studioso pur di primo piano come Bobbio ha potuto assurgere a coscienza critica di un Paese, la ragione dev’essere cercata più in profondità. E dove, se non in quel rigore di vita e di pensiero che in Bobbio è tutt’uno, perché è passione etica, incondizionata, totale? Bobbio diffidava della questione morale in quanto questione filosofica. Non vi ha mai dedicato dei saggi, né desiderava farlo. Eppure in lui non c’è gesto, non c’è parola, e non c’è neppure silenzio che non scaturisca da un’inquietudine addirittura metafisica e religiosa (sia pure d’una religiosità che, come lui diceva, ha il senso del mistero, ma non crede di potere in alcun modo far luce su di esso) per le eterne domande dell’etica. Che senso ha agire moralmente, se l’uomo è soggetto a condizionamenti pressoché invincibili? Come trovare un principio eticamente saldo, se la storia travolge continuamente norme e costumi? Quale la posta in gioco nella lotta fra il bene e il male, se il male sembra sempre destinato a prevalere?

Non troveremo queste domande negli scritti di Bobbio. Ma che lui se le ponesse, nel riserbo più rigoroso, oltre che in modo disincantato e amaro, sempre però con meravigliosa onestà intellettuale, pari solo al coraggio, era la sua grande forza. E io qui credo di dover rendere una testimonianza personale. In data 17 giugno 2000 Bobbio mi scriveva a proposito di un mio romanzo uscito l’anno prima da Einaudi: «Caro Givone ho letto il suo romanzo Favola delle cose ultime… ». Qui tralascio un giudizio che mi onora ben oltre i miei meriti; ma riproduco il passo successivo, dove Bobbio entra nel merito, incalza, lascia tracimare tutte le domande (quelle domande!) che evidentemente più gli stanno a cuore e che il mio libro, ben lungi dal dare una risposta soddisfacente, gli aveva suggerito: «Non è soltanto una parte della verità dire che solo l’uomo è colpevole del male, come già si vede nel fatto che la sofferenza non è mai veramente tale se non là dove è l’uomo a infliggerla all’uomo? E le sofferenze non meno numerose e crudeli che derivano non dalla malvagità dell’uomo, ma dalla fragilità del nostro corpo (malattie delle più diverse specie e gravità, accompagnate spesso da dolori atroci e inutili, deformazioni permanenti e varie forme di cretinismo, di ebetudine, di follia) e dalla inospitalità della terra in cui siamo condannati a vivere (terremoti, alluvioni, cicloni, siccità, eruzioni di vulcani)? Non sono alcune di queste catastrofi naturali paragonabili a veri e propri genocidi, tanto più tragici quanto più incolpevoli? Che cosa c’entrano la volontà, la libertà, la malvagità degli uomini? Può venirci in aiuto il mito del peccato originale?».

Solo chi ha occhi per vedere la vicenda umana collocata sullo sfondo di un grande e impenetrabile enigma, e dunque portatrice di un senso che ci sfugge, ma che non coincide necessariamente con l’assurdo, può spingersi, come Bobbio, fin sulla soglia estrema, dove non c’è più risposta alcuna, dove la natura è muta, ma dove non perciò l’uomo risulta paralizzato e annichilito, perché la sua grandezza sta tutta nel fatto di comportarsi come creatura morale in assenza di certezze e retribuzioni, solo costui può scrivere una lettera come quella. Bobbio aveva tali occhi. E tale cuore. Da lì viene uno sguardo sul mondo, il suo sguardo, che non è soltanto quello di uno studioso e di un accademico, sia pur grandissimo, ma di un maestro.

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