Sergio Givone – Il Papa e la forza dei media

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Il Messaggero, 02.04.2005

Il Papa e la forza dei media

di SERGIO GIVONE

 

Un’icona della sofferenza: così è stata definita la figura del Papa che lotta con la morte. Molto giustamente. Icona è una parola antica, carica di significati profondamente religiosi, e infatti indica la realtà divina che si fa immagine. Ma è anche parola nuovissima, che come tutti sanno appartiene al linguaggio informatico e mediatico.
Ebbene, il Papa agonizzante ridesta nella coscienza di ciascuno, credenti e non credenti, emozioni che costringono tutti a guardare oltre i confini già noti. Ma tutto ciò avviene, come non è ancora mai avvenuto, nello specchio della comunicazione globale.
Naturalmente non è soltanto questa la ragione per cui tutto il mondo segue con accorata trepidazione la sorte terrena di Karol Wojtyla. Il passaggio di questo Pontefice sulla grande scena della storia è avvenuto non nel segno del potere e della gloria, ma nel segno del dolore. Quel dolore che non solo da quando la malattia si è manifestata ma fin dai primi anni di pontificato egli ha voluto prendere su di sé in modo che tutti gli uomini, quale che fosse la loro fede, potessero riconoscersi in lui. Sappiamo che cosa lo spingesse a tanto. Era l’idea che al centro di tutte le cose ci fosse la persona che soffre. Solo la difesa incondizionata della dignità della persona – questo il convincimento più profondo di papa Wojtyla – avrebbe potuto salvare l’uomo. Il quale è minacciato da tutte quelle forme di barbarie che hanno un tratto comune: il disprezzo, l’offesa, l’annientamento della persona. Che si trattasse dei totalitarismi nazista e comunista o degli attuali stili di vita improntati al nichilismo, a essere umiliata e sfigurata in quanto immagine di Dio era comunque la persona, ogni singola persona. Perciò tutti ci siamo sentiti in un modo o nell’altro difesi e protetti da Papa Wojtyla. Come se fosse uno di noi. Verrebbe quasi da dire: un membro della nostra famiglia. Con cui magari si può non essere d’accordo. Ma su cui si può fare affidamento.
Eppure Karol Wojtyla non sarebbe diventato Papa Wojtyla senza i media. Cosa di cui egli era perfettamente consapevole. Nessuno come lui ha saputo avvertire per tempo l’importanza dei mezzi di comunicazione nell’epoca attuale. Così come nessuno più di lui ne ha sfruttato con geniale spregiudicatezza l’immenso potenziale. Guai però a interpretare la sua scelta come se fosse stata dettata dalla volontà di trasformare la religione in fatto mediatico. Chi lo pensasse, ben poco avrebbe capito di questo grande Papa. La cui persuasione di fondo è invece sempre stata un’altra. E cioè che nel mondo dei media si giocasse una partita decisiva per il futuro dell’umanità. Due gli esiti possibili.
Da una parte un mondo dove più niente ha senso, perché il senso è creato artificialmente e manipolato secondo gli interessi economici, politici, ideologici. Dall’altra parte un mondo dove il senso è che tutti gli uomini, come l’informazione planetaria ci fa vedere al di là di ogni dubbio, condividono lo stesso destino e non possono far finta che la vita degli altri, tutti gli altri, non li riguardi.
L’agonia del Papa riflette in modo impressionante questo scontro fra prospettive antitetiche che però nascono all’in terno di un orizzonte comune, che è poi il nostro: quello dove la realtà tutt’intera è “mediata” dal sistema della comunicazione globale. Il Papa non è soltanto un elemento fra gli altri di questo sistema. Ne è uno dei protagonisti più significativi. E forse possiamo allora spingerci fino al punto di immaginare il Papa che, in questi momenti supremi della sua vita e al culmine del suo patire, si chiede se tanta sofferenza sia destinata a essere inghiottita dagli anonimi apparati mediatici o se invece i media non sapranno farne il veicolo di una più matura solidarietà fra gli uomini. E’ pensabile un’angoscia più grande? Davvero per il Papa questo è il suo Getsemani.

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