Sergio Givone – Il no all’infibulazione è secco e senza appello

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Il Messaggero, 26.01.2004

Il no all’infibulazione è secco e senza appello 

di SERGIO GIVONE

NO, non può essere accettata. La proposta di sostituire l’infibulazione con un rito alternativo (una puntura di spillo che faccia uscire qualche goccia di sangue) deve essere respinta senza condizioni. Un compromesso del genere finirebbe infatti col giustificare una pratica eticamente riprovevole e ripugnante.

Non si tratta, come ha detto il ginecologo Omar Abdulkalil del Centro regionale contro le mutilazioni femminili che ha sede presso il maggiore ospedale fiorentino, di «salvare il rito» facendo qualche concessione indolore a chi voglia comunque infliggere questa tortura a una propria figlia o nipote. In questione sono principi non negoziabili.

Spiegano gli antropologi che non c’è rito senza mito, vale a dire: non c’è rito che non faccia riferimento a un suo mondo simbolico, a un suo universo di significati, e dunque non contenga un suo messaggio. E il messaggio dell’infibulazione è chiaro, inequivocabile. Esso dice la sudditanza e anzi l’asservimento della donna all’uomo. Mutilandola nella sfera sessuale, si vuole spegnere in lei quello slancio vitale che è nello stesso tempo piacere fisico e emancipazione, liberazione del proprio sé più profondo.

Il che contraddice non soltanto il principio dell’intangibilità del corpo umano, ma anche (ed è cosa più grave) il principio dell’inviolabilità della persona. Di per sé il principio dell’intangibilità del corpo ammette delle deroghe. Come nel caso della circoncisione. Il cui significato non umilia ma al contrario gratifica chi lo riconosce. Non così invece per quel che riguarda il principio dell’inviolabilità della persona. Che non può mai essere subordinato a finalità di altro ordine.

Naturalmente ci sarà chi, in nome del multiculturalismo e del pluralismo, porrà domande del tipo: chi siamo noi per decidere quali principi debbano essere tenuti fermi assolutamente e quali no? Chi ci autorizza a definire barbariche e quindi a censurare tradizioni che semplicemente non sono le nostre? Ma qui bisogna uscire dall’equivoco. Nel quale ci trattiene un malinteso concetto di tolleranza.

Ospitare lo straniero, rispettare l’altro e il diverso, entrare realmente in rapporto con lui, significa mettersi in gioco, significa giudicare. Separando ciò che è accettabile e ciò che non è accettabile.

Tolleranza non è un contenitore che proprio perché tutto contiene, tutto azzera. Tolleranza è una dimensione in cui chi giudica si espone al giudizio altrui: rischiando se stesso e assumendosi la responsabilità di una scelta. Di fronte non gli stanno degli alieni, ma uomini come lui: portatori di valori e di disvalori, di verità e di errore, di bene e di male.

Ciò implica conflittualità, tensioni, lacerazioni. Ma qual è l’alternativa? Una sola. Togliere di mezzo la verità e l’errore, il bene e il male. Considerare le persone come se fossero irrimediabilmente prigioniere dei loro costumi. Ma non è questa una vera e propria offesa all’altro? Non stiamo qui disconoscendo nell’altro la stessa umanità che è in noi? Niente è tanto equivoco quanto l’ideale di tolleranza. Tutto accetta, tutto accoglie, ma così getta su tutto l’ombra dell’insignificanza e dell’indifferenza. Salvo scoprire sempre di nuovo che qualcosa resiste, non si lascia assimilare, ci urta. E allora, in mancanza di un criterio di giudizio, ecco la tolleranza rovesciarsi nell’intolleranza. Al punto che (un po’ come sta accadendo in Francia a proposito dei simboli religiosi e del velo islamico) il sì a tutto si ribalta quasi senza soluzione di continuità nel no a tutto.

Meglio il nudo coraggio di chi non si sottrae al dovere di decidere, prendere posizione. Vogliamo chiamarlo il coraggio della verità? C’è chi ha usato parole anche più semplici e dirette. «Le donne come me, sfuggite ai fucili della guerra in Somalia», ha detto Ghanu Adam «ma non sfuggite alle mammane dell’infibulazione, che vivono oggi in Italia, in un Paese civile, non vogliono che di quel rito resti nemmeno il simbolo perché alle nostre figlie insegniamo che non si deve fare e basta».

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