Sergio Givone – Il mare più crudele dei deserti

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Il Messaggero, 21.10.2003

Il mare più crudele dei deserti

di SERGIO GIVONE

Una barca di dodici metri. Su questa barca, Dio sa come, un centinaio di persone. Ci sono viveri e acqua per tre giorni. Tanto quanto dovrebbe durare il viaggio dalle coste libiche a Lampedusa. Ma la barca va alla deriva per venti giorni. Arrivano in ventotto: solo quindici vivi, perché tredici sono cadaveri. Quanto agli altri: morti e gettati via via in mare, e tra questi sette bambini.
Qualsiasi parola di commento dovrebbe arrestarsi di fronte alla spaventosa crudeltà di questi numeri. Ma c’è di peggio. Infinitamente peggio in questo pozzo di orrore senza fondo. Ed è che la barca è andata alla deriva non a seguito di un’avaria o altro. No, è partita per andare alla deriva. Non c’era nessuno che la guidasse. Più esattamente, qualcuno, ricevuto il compenso pattuito, ha affidato la barca ai cento disperati, magari con una bussola, e qualche sommaria indicazione: se la vedessero loro, che già avevano attraversato un mare di sabbia, con quell’infido mare d’acqua.
E’ come se il disumano avesse varcato una soglia di non ritorno.
Anche lo scafista quanto a disumanità non scherza. Ma almeno condivide con i disperati che ha spogliato di tutti i suoi miseri averi il rischio del viaggio. Qui invece a cancellare ogni residuo rapporto umano è il nudo abbandono dell’altro al nulla. Senza un solo pensiero rivolto alle mostruose figure che questo nulla inevitabilmente assume: gole riarse da una sete mortale, occhi sbarrati a cercare un approdo che non c’è, cervelli che impazziscono, bambini che sono i primi a morire, madri che maledicono se stesse, padri incatenati a una tortura senza fine. E loro, i nuovi trafficanti d’uomini, sono già alla ricerca di altre vittime.
Cerchiamo nel passato memorie di eventi simili, tragiche memorie d’incubo, ma che aiutino a capire. Viene subito in mente la “zattera della Medusa”, col suo carico di dannati, pronti a tutto, per sopravvivere, ma che solo la morte può liberare da quell’inferno che è il mare per un naufrago. Oppure siamo tentati da un confronto con la “nave dei folli”, su cui in alcune regioni del Nord Europa si racconta fossero imbarcati i dementi irrecuperabili e lasciati al loro destino.
Frutto d’immaginazione o realtà, certo la sofferenza allucinata e spasmodica di una creatura persa nella paurosa immensità del mare è sempre quella. Eppure nel caso dei naufraghi di cui parlano le cronache in questi giorni c’è dell’altro.
C’è che non sono nemmeno dei naufraghi che un evento tragico ha gettato in mare, c’è che non sono nemmeno dei pazzi su cui pesa una misteriosa condanna: non sono niente di niente. Se osiamo guardarli in volto, così come il loro volto è riprodotto nelle istantanee prese al momento dell’avvistamento della barca, proprio questo niente ci pare di scorgere, quasi che nel fondo di quell’indicibile tormento a cui sono stati esposti con totale indifferenza si annidasse il niente, e il niente fosse perfino più forte della morte della compagna, del figlio, dell’amico, più forte addirittura della loro stessa morte.
Che sia questo gelido nichilismo la cifra della tragedia di Lampedusa? Se sì, dobbiamo temere per noi. Per la disumanità che ci assedia. E che è già, anche, cosa nostra. Non basta infatti esigere una politica dell’immigrazione all’altezza di eventi di questa portata.
Giusto farlo. Ma non servirà a niente, se non saremo noi a riscoprire quanto resta di umano in noi.

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