Sergio Givone – Il male esiste, l’America non ci credeva

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Il Messaggero, 11.09.2003

Il male esiste, l’America non ci credeva 

di SERGIO GIVONE

 

Poche date nella storia dell’umanità hanno acquistato tanto rapidamente un così alto valore simbolico come l’11 settembre. Dire 11 settembre significa non soltanto ricordare la tragedia di New York, ma molto di più. Come se quanto accaduto due anni fa avesse stimolato una consapevolezza più profonda o comunque diversa della nostra condizione in un mondo di colpo apparso in una luce nuova. «Nulla sarà più come prima», si usa ripetere da quel giorno. E sarà pur un luogo comune, ma un luogo comune difficilmente confutabile.
Per gli americani l’11 settembre è stato un urto violentissimo e sconvolgente che ha fatto crollare non solo le Torri Gemelle ma anche certezze radicate e convinzioni inossidabili. Di più: ha scosso alla radice quel singolare miscuglio di pragmatismo e di ottimismo metafisico che porta gli americani a “pensare positivo” come forse nessun altro popolo della Terra e a credere fermamente che alla fine il bene e la giustizia trionferanno. Gli americani hanno scoperto che esiste il Male.
Per la prima volta un’intera nazione ha fatto esperienza di essere vulnerabile, irrimediabilmente. Non che il cittadino di New York, così come quelli di tutte le altre città degli Stati Uniti, non sia abituato a convivere con la violenza. Ma un conto è la violenza che appartiene al “nostro” mondo, e per quanto estrema ne rappresenta uno degli elementi. Un conto la violenza che appartiene al mondo degli “altri” e irrompe come dal nulla o da non si sa bene quali profondità infernali.
Questa violenza appare agli americani semplicemente inconcepibile. Non solo. L’aggressore e i suoi mandanti sono rimasti nell’ombra. Si sa chi siano costoro, ma non si sa come catturarli e neppure come difendersi da essi. Gli è stato scatenato contro il più potente esercito della Terra, ma non è servito a niente. Sono stati predisposti sistemi di massima sicurezza, ma si teme possano servire a ben poco.
L’allarme rosso sembra sempre lì per scattare: e il cittadino è impaurito, sconcertato, non sa più cosa pensare. Dopo la tragedia si era stretto intorno al suo Presidente, certo che in breve i colpevoli di tanto orrore sarebbero stati assicurati alla giustizia. Senza esprimere dubbi sostanziali lo ha seguito in una guerra a cui il resto del mondo guardava con preoccupazione e perplessità. Ha atteso pazientemente la vittoria sul Nemico. Ma il Nemico ha continuato a essere inafferrabile.
E ora? Ora la coscienza del cittadino americano è turbata dall’idea per lui più difficile da accettare. L’idea cioè che il Male esiste davvero. Che è una potenza in grado di arrecare ferite non medicabili. Che non si sa di chi sia l’ultima parola: infatti potrebbe essere del Male.
Oggi gli americani sembrano aver perso la loro stella polare. Sono incerti, stupefatti, increduli. Sembrano non capire. E non è certo solo questione di perdita di fiducia nel leader o nei valori tradizionali. Qualcosa è accaduto nel profondo della coscienza che i sondaggi non arrivano a individuare. Hanno scoperto il Male, per l’appunto.
Ma se l’11 settembre ha significato per gli americani scoprire il Male, che cosa ha da rivelare a noi europei, che sappiamo che cosa sia la vulnerabilità e quanto grande, quanto terribile la potenza del negativo? Niente che già non si sappia. Ma che si tende a dimenticare.
E cioè che il fenomeno che ha scatenato l’11 settembre, vale a dire il terrorismo, non viene poi da così lontano, né ci è estraneo. Ad esso ci legano oscure complicità, colpevoli omissioni, se non addirittura qualcosa come una forma perversa di seduzione. Se per sconfiggere il terrorismo non basta certo fargli la guerra alla maniera americana, però non basta neppure deplorare quel che fanno gli americani e stare a guardare.

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