Sergio Givone – Il libero arbitrio

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Il Grillo (1/3/2000)

Sergio Givone

Il libero arbitrio

Dio non è oggetto di pensiero, con Dio si dialoga. Dio parla all’uomo in modo strano forse, misterioso. L’uomo non sa mai se colui che risponde è davvero Dio o una sua immaginazione, un fantasma della sua mente. Se Dio ama, perché non è Lui a dare questa risposta, a parlare chiaro? Perché tutto é così cifrato? Perché si versa nell’incertezza? Perché Dio lascia nell’inquietudine? Un filosofo disse: “Se così non fosse, Dio mentirebbe”. Ciò significa che se l’onniscienza e l’onnipotenza di Dio fossero tali per cui dell’uomo non vi è più nulla, Dio non sarebbe più Dio, ovvero non sarebbe colui al quale l’uomo si rivolge, con angoscia, spesso, chiedendo ragione di quello che accade.

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico “Elio Vittorini” di Milano

SERGIO GIVONE: sono Sergio Givone. Insegno Estetica all’Università di Firenze. In questa puntata si discuterà di un tema piuttosto complesso. La responsabilità dell’uomo, e le sue libertà, di fronte all’onnipotenza di Dio. Prima di entrare nell’argomento, vediamo il contributo introduttivo preparato dalla Redazione.

La possibilità di concepire un Dio onnipotente e onnisciente, come ha fatto il Cristianesimo, ha destato sempre preoccupazione per l’autonomia che una idea di Dio così forte lasciava agli individui. Comunque si risolvano le dispute teologiche sul “libero arbitrio”, la libertà umana é fortemente ridimensionata dalla credenza in Dio. Gli insegnamenti religiosi appaiono come il tentativo di portare le persone sulle rotaie di una verità già tracciata. Come ebbe a osservare lo scrittore svizzero Gottfried Keller, nel secolo scorso, il contrasto tra i comandamenti diretti verso la peccaminosità degli uomini e i puri articoli della fede comunica un’immagine soffocante e mobile dell’umanità, il cui impegno é quello di trasmettere alle nuove generazioni, non lo spirito di una serena e libera evoluzione, ma solo il volere dell’autorità. La religione cristiana ha comunicato il senso di timore verso la possibilità di cambiamento e di scoperta degli esseri umani. E questo timore ora si affaccia prepotentemente con le sorprendenti e talvolta inquietanti conquiste della tecnica. La libertà dell’uomo però é sempre stata nelle sue mani, ma questo sapere appare sconcertante nella consapevolezza che non vi è nessun altro fondamento a cui fare appello al di fuori delle risorse che i processi di civilizzazione hanno gradualmente accumulato nella nostra cultura e nella nostra morale e che l’unico fondamento é la contingenza dei saperi e degli effetti. Può convivere l’uomo contemporaneo con questa consapevolezza, messo di fronte come é a enormi scelte e a gravi responsabilità?

STUDENTE: La scheda introduttiva parla della libertà umana in relazione all’esistenza di un Dio onnipotente e onnisciente, e dei problemi che tale esistenza pone appunto alla libertà dell’essere umano. Secondo Lei, questi due postulati sono conciliabili o vi è tra essi una contraddizione insanabile?

GIVONE: La tradizione filosofica e metafisica occidentale ha sempre considerato l’onnipotenza e l’onniscienza di Dio come un fondamento ultimo. Dio è onnisciente e onnipotente in quanto traccia la via delle tradizioni filosofiche e metafisiche ed è la risposta a tutte le domande dell’uomo, essendo Egli per l’appunto il principio e il fondamento. Dio é per Aristotele “motore immobile, immateriale, pensiero che pensa solamente sé stesso, pensiero di pensiero”. Dio è pertanto un principio, un fondamento: la forza, che è alla radice delle cose e che le contiene tutte. Il mondo ebraico e il mondo cristiano parlano diversamente di Dio. Mentre il Cristianesimo professa la fede in Gesù di Nazareth, figlio di Dio, incarnato, morto e risorto, dunque in un Dio che è sempre con l’uomo al punto che muore per lui, originando una partecipazione totale, una specie di consumazione di sé come principio e come ragione di tutte le cose per essere sempre con l’uomo, l’ebraismo crede in una totalizzazione dell’esperienza umana in Dio che tuttavia, nell’alleanza con l’uomo, conserva un’identità distinta. Vorrei dunque risponderLe. Esiste una “contraddizione” fra il Dio onnisciente e onnipotente e la libertà dell’uomo, se il Dio onnipotente e onnisciente é il Dio della metafisica. Se il Dio onnipotente e onnisciente è il Dio cristiano che annienta la propria onnipotenza e onniscienza per essere come l’uomo, la “contraddizione” viene meno. Verrebbe da ipotizzare che il Dio cristiano è proprio la libertà dell’uomo.

STUDENTE: Io sono cattolica, e non vedo una “contraddizione” fra la libertà dell’uomo e l’onnipotenza di Dio. Proprio per un fatto di esperienza io mi sento libera, anche perché liberamente ho scelto di aderire alla mia fede, e liberamente continuo a farlo. Vorrei un Suo parere al riguardo.

GIVONE: Chiunque abbia fatto una “esperienza religiosa” sa che il suo senso non si esaurisce nella vita stessa. La “profondità” insita nell’esperienza religiosa porta l’uomo ad alzare lo sguardo e a riconoscere come tutto rinvii ad una realtà misteriosa ed enigmatica, che non si risolve nei “processi naturali”. Questa è “esperienza religiosa”. La gioia é quella dell’essere umano, ma è anche partecipazione a una gioia maggiore che Dio ha riservato per l’uomo in un orizzonte più ampio. Il dolore non finisce lì, ha un senso ultimo. Il riconoscimento della vita dà un senso alla vita stessa, la rende non assurda e non pura dinamica fisica, che da un nulla, attraverso il transito in un mondo di ombre, riprecipita nel nulla e dunque nel “non senso”. La vita, secondo l’esperienza religiosa, è degna di essere vissuta e amata. Concordo con Lei quando non vede una “contraddizione” in questo Suo libero aderire al “sì alla vita” e il riconoscimento che quel “sì” sia già stato detto. Tuttavia, se aderire significa cancellare sé stessi e semplicemente adeguarsi a qualcosa di immutabile e di fronte al quale l’esperienza dell’uomo diviene insignificante, se, in altri termini, l’onnipotenza e l’onniscienza di Dio sono davvero attributi di un principio metafisico, e pertanto Dio non è disposto ad “abdicare” alla Sua onnipotenza e onniscienza per partecipare dell’esperienza umana, allora la famosa “contraddizione” esiste. Occorre che l’uomo “converta” il proprio rapporto con Dio. Dio non è oggetto di pensiero, con Dio si dialoga. Dio parla all’uomo in modo strano forse, misterioso. L’uomo non sa mai se colui che risponde è davvero Dio o una sua immaginazione, un fantasma della sua mente. Se Dio ama, perché non è Lui a dare questa risposta, a parlare chiaro? Perché tutto é così cifrato? Perché si versa nell’incertezza? Perché Dio lascia nell’inquietudine? Un filosofo disse: “Se così non fosse, Dio mentirebbe”. Ciò significa che se l’onniscienza e l’onnipotenza di Dio fossero tali per cui dell’uomo non vi è più nulla, Dio non sarebbe più Dio, ovvero non sarebbe colui al quale l’uomo si rivolge, con angoscia, spesso, chiedendo ragione di quello che accade.

STUDENTE: Io sono ateo e penso, tranquillamente, di essere un uomo libero. Però, anche da atei, è perfettamente comprensibile che ci si possa porre lo stesso problema: ossia non possedere la sicurezza di essere veramente liberi. Lei cosa ne pensa di tutto ciò?

GIVONE: Per certi versi la libertà o è assoluta o non è. Tu dirai: ” Che cosa potrebbe mai essere questa libertà assoluta? La libertà non è mai assoluta”. La libertà di cui l’uomo fa “esperienza” appare sempre condizionata. È una “libertà da” o una “libertà di”. La libertà invero è qualcosa di più e qualcosa di meno che un valore. La libertà non è un valore, e lo dimostro. L’amore per il prossimo e la solidarietà sono valori per tutti, credenti o non credenti. Ma, dal momento in cui vengono imposti, cessano di essere dei valori. Il bene imposto diventa il male. D’altra parte ciò che la società bolla come un “gesto negativo”, cessa di essere un male se è oggetto di libera determinazione del soggetto. Attenzione, voglio solo dire che la libertà é la “condizione assoluta” perché qualcosa valga davvero la pena di essere scelta e voluta. Nella sua radice ultima la libertà é l’assoluto. A questo proposito non c’è ateismo o fede in Dio che possa fungere da discriminante. O Dio stesso è la libertà, e quindi condivide con l’uomo questo essere destinati alla libertà, oppure le “contraddizioni” sono senza fini. Ciò vale anche per l’ateo. O l’ateo si riconosce in una “assolutezza” della libertà, oppure la libertà diventa piccola cosa. La “libertà di” e la “libertà da” sono certamente importanti, ma sfuggono alla nozione “essenziale” di libertà.

STUDENTE: L’oggetto che noi abbiamo scelto di presentare è una “rosa dei venti”. La “rosa dei venti” simboleggia la difficoltà dell’uomo nella scelta fra le varie opportunità che gli si pongono innanzi nella vita concreta. Ma essa simboleggia anche tutta la sua difficoltà nel saper discernere il bene dal male. Il “vento”, invece, è la figura di una entità, che guida l’uomo verso determinate scelte. Se questa entità esiste, è utile, secondo Lei, l’esistenza delle altre possibilità?

GIVONE: In realtà l’uomo non può scegliere qualcosa che non appartenga all’orizzonte della sua “esperienza”. Ciò significa che l’uomo é fortemente “condizionato”. Potrei addirittura dire che l’uomo ha un suo destino e sceglie solo all’interno di questo, dopo averlo riconosciuto. L’uomo è pertanto responsabile del proprio destino. La grande scrittrice danese Karen Blixen ha scelto l’”io ne risponderò” come motto della sua vita. L’uomo deve rispondere di tutto nella propria vita. L’uomo deve rispondere della propria vita e del proprio destino, anche se non li ha scelti. Ciò di cui l’uomo è veramente responsabile è la propria vita. La vita non sarebbe nostra, se noi non avessimo “sì” a questa nostra vita, fin dall’inizio, giorno per giorno. Il problema “religioso” della libertà si tramuta in una adesione dell’uomo alla cura del proprio destino. Diamo un’occhiata a questo passo tratto dalla sceneggiatura de Le onde del destino, il bel film di Lars Von Trier.

DIO: Mi hai pregato anni interi per avere qualcuno da amare. Ora devo nuovamente portartelo via? È questo quello che vuoi?
BESS (piangente): Oh no! Ti sono ancora grata per questo amore!
DIO: Che cos’è che vuoi allora?
BESS: Ti prego, fa che Ian torni a casa con me!
BESS: Non farlo morire!
DIO: E perché non dovrei farlo morire?
BESS: Io lo amo.
DIO: Questo é quello che ti ostini a dire. Ma io non lo vedo.
BESS: Non c’è niente che possa fare. Non c’è niente in assoluto. (piange)
DIO: Tu dammi la prova che lo ami veramente, allora io lo farò vivere.

STUDENTE: Vorrei chiederLe, in relazione al contributo tratto dal film di Von Trier, se non è quanto meno strano il fatto che Dio possa ritornare su una propria decisione, accettando di dialogare sempre e nuovamente con l’uomo, e che quindi l’uomo possa influire su un progetto divino, che dovrebbe essere incontestabile e perfetto.

GIVONE: La libertà nell’uomo indica anche i suoi desideri, quello che l’uomo vorrebbe e non è. Bess è presa dentro la contraddizione e chiede a Dio come Egli possa volere quello che è accaduto, ossia l’incidente di cui è stato vittima l’uomo che lei ama. Si rivolge a Dio, ma introduce nel dialogo l’amore, che muta il quadro destino – libertà. Se ciò che unisce i due corni dell’opposizione – la libertà e il destino, ossia il mortale, l’uomo che soffre e che muore, e Dio, onnisciente e onnipotente – é l’amore, se entrambi amano la stessa persona – perché questo è il presupposto -, perché Dio non dovrebbe ritornare sulle sue decisioni e rinunciare a far valere la propria onnipotenza e la propria onniscienza, rinunciare a Sé Stesso e farsi Dio con noi?

STUDENTE: Ma, nel cercare di teorizzare sulla realtà divina, e di pensare all’esistenza di Dio, è facile cadere in più di una contraddizione, se non si tiene in giusto conto la dimensione della fede. È la fede il requisito fondamentale per credere in Dio, o è la ragione che deve supportare la fede?

GIVONE: Dante Alighieri tradusse così San Tommaso d’Aquino (rifacendosi ad un noto passo della Lettera agli Ebrei di Paolo di Tarso): “Fede é sostanza di cose sperate et argomento delle non parventi”. Ragione e fede, questo è il senso della frase, sono strettamente unite. L’autonomia della ragione rispetto alla fede venne invece sostenuta particolarmente dalla teoria della “doppia verità”, che arriverà fino a Pomponazzi e al libertinismo francese del secolo Diciassettesimo. Tutto il pensiero classico cristiano, a partire da San Paolo, e passando per Sant’Agostino e San Tommaso, verte sull’unione di fede e ragione e sul presupposto che la ragione non può argomentare che sui contenuti che la fede le offre. La fede, secondo questa impostazione, offre i contenuti dell’argomentazione razionale. D’altra parte la fede deve considerare i dubbi e le domande che la ragione pone. Altrimenti sarebbe una fede indegna dell’uomo, in quanto cieca, superstiziosa e povera. La tentazione tipicamente moderna è quella di separare i due ambiti.

STUDENTE: La mancanza di fede é l’unico ostacolo, all’interno di un cammino alla ricerca di Dio, o è il principio stesso che possa esservi un Dio che pretenda una fede in Lui a porre delle domande imbarazzanti alla ricerca razionale?

GIVONE: I testi che trattano dell’esperienza religiosa hanno sempre qualcosa da dire, tanto a chi crede come a chi non crede. Persino il non credente vede qualcosa che comunque lo tocca: la vicenda di un Dio, che nega sé stesso, si espone alla morte, muore, ed è totalmente con l’uomo. In questa vicenda è ravvisabile una cifra, un segno, che deve essere oggetto di pensiero. Tuttavia resta vero che a Dio o si crede o non si crede. Non si può arrivare a Dio attraverso le prove razionali della Sua esistenza. A tutti coloro che hanno trattato di Dio noi dobbiamo una risposta, perché in tutti i trattati di tema religioso sono presenti la provocazione e la proposizione di “figure”. Le “figure” alle quali siamo più vicini sono quelle della tradizione ebraica e cristiana. Naturalmente ci sono anche altre “figure”, tutte degnissime di essere interrogate. La netta alternativa tra fede e ragione, che comunque si suggeriva, non é veramente tale. Occorre riconoscere che Dio non é puro oggetto di speculazione razionale, che a Dio non si arriva attraverso la logica. I testi a noi pervenuti dai mistici, dagli uomini religiosi, dagli stessi filosofi, hanno una ricchezza di significati incomparabile. Possono essere oggetto di interpretazione, non di fede. Come l’amore sta tra il destino e la libertà umana, così l’interpretazione si pone tra la fede e la ragione.

STUDENTE: Perché Lei ha scelto di presentare in studio i due oggetti che vediamo, e, soprattutto, cosa rappresentano?

GIVONE: Un fiore. C’è un distico molto bello di Angelo Silesio, pseudonimo di Johann Scheffler, mistico e poeta tedesco, che dice: “La rosa fiorisce perché fiorisce”. Ciò significa che nel cuore dell’”esperienza religiosa” l’uomo incontra quello che l’esperienza stessa parrebbe escludere, la libertà. Esistono mille ragioni per cui una rosa fiorisce o un fiore sboccia, ma, una volta scoperte, le domande sul perché resterebbero senza risposta. E il perché deve restare senza risposta. Nel “senza perché” sta tutto il suo incanto. Dio onnisciente e onnipotente è colui che si rivela nella libertà del puro e gratuito fiorire di un fiore. L’altro oggetto è l’anello. L’anello è il “vincolo”, la rinuncia alla libertà, dunque l’esatto contrario del “fiore”. Da una parte, con il “fiore”, si ha la libertà come scaturigine, come fonte stessa del senso dell’essere; dall’altra, con l’anello, si hanno l’impegno e la rinuncia espressa dalla fedeltà. Ma non è una rinuncia tout court, che rende schiavi. È una rinuncia, o un impegno, nella prospettiva dell’amore, ossia di quel tassello che supera la contraddizione tra libertà e destino. Parafrasando Silesio si potrebbe concludere che nel cuore della rinuncia, e quindi nel cuore della negazione della libertà, l’uomo trova la libertà di dire “sì” ogni giorno, perché questo è il senso dell’anello coniugale. È questo un gesto che chiama in causa l’essere libero dell’uomo. L’uomo può dire “sì” ogni giorno solo se é, per l’appunto, libero.

STUDENTESSA: Noi abbiamo scelto come sito Internet di questa puntata una pagina web contenente una rappresentazione della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre. Ritiene accettabile una definizione di “libertà” intesa non in senso assoluto, ma sempre nell’ambito dei limiti umani?

GIVONE: I “limiti” sono il segno che l’uomo é destinato ad essere quello che é. Il destino é il “limite”. Ciò significa che del destino l’individuo ne porta la responsabilità. L’uomo è chiamato a rispondere del destino. Può apparire un tragico paradosso, ma è a partire da quello che l’uomo comprende la radice ultima della propria esistenza, dell’essere, che é la “libertà”. Non sarebbe così se l’uomo non si sentisse coinvolto da qualcosa che non lo riguarda. La libertà è l’assoluto proprio perché è la radice ultima di tutte le cose, e non è legata a questo o quel “limite”.

Puntata registrata il 26 gennaio 2000

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