Sergio Givone – I romanzi? Battono la filosofia

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Avvenire, 12.02.2002

“I romanzi? Battono la filosofia”

Parla Sergio Givone, alla sua seconda prova narrativa, sull’amore da Dioniso al cristianesimo

di Vincenzo Arnone

 

Esce oggi il nuovo romanzo di Sergio Givone Nel nome di un dio barbaro (Einaudi). Nato a Vercelli, ordinario di estetica all’università di Firenze, Givone, in campo filosofico, ha pubblicato vari saggi che hanno ricostruito la storia umana sul filo delle passioni più forti e universali. Storia del nulla, in questo senso, riveste una importanza fondamentale: la scalata alla verità include varie sfaccettature della vita: quella drammatica, quella tragica, quella mistica, quella poetica…
Sulla scia delle sue elaborazioni filosofiche, nel 1998 aveva pubblicato il romanzo Favole delle cose ultime che unisce in sé, già nel titolo, il fascino letterario e la lungimiranza della filosofia negli interrogativi sulle ultime realtà. Crediamo che al momento, nei nostri giorni, sia l’unico caso di un filosofo che si presti alla narrativa, e con esiti più che buoni. In fondo, a pensarci bene, Platone, con i suoi Dialoghi, non è stato forse anche un grande scrittore?

Il titolo anzitutto, Nel nome di un dio barbaro, perché? 

“Perché il dio barbaro è amore e questo romanzo ha lui per protagonista. Si dirà, in che senso? Nel senso in cui lo hanno pensato i greci, amore=eros, e come lo vedevano incarnato nel dio Dioniso, che veniva da fuori, da lontano, ma da dove nessuno lo sapeva…; e nello stesso tempo questo dio Dioniso che sconvolgeva e sconvolge le nostre vite e le illumina e le conduce a una dimensione nella quale noi siamo precipitati e dopo la quale niente è più come prima. Il cristianesimo ha avuto un concetto alto, drammatico e tragico dell’amore come dono di Dio, ma ad un tempo come “luogo” in cui Satana opera lacerazioni e sconvolgimenti, rotture e sofferenze. Noi moderni abbiamo perduto questa dimensione tragica dell’eros; io con questo libro ho voluto riprendere le fila di quella tradizione greca e cristiana e ricordare come – in tempi in cui l’eros viene banalizzato nella pornografia e simili – lì c’è ben altro”.

Come è nata l’idea di questo romanzo filosofico? 

“Mah… è difficile rispondere perché, come diceva Plotino, le idee sono lì, sono di fronte a noi, esistono e basta! Dico questo perché di fronte a una idea che t’insegue, tu senti il bisogno di farla vivere, di svilupparla, di darle un corpo, quasi a tua insaputa. Ma poi c’è dell’altro: questo bisogno di scrivere in narrativa risponde al limite che è proprio della filosofia. La filosofia ci parla della vita, della condizione umana, in generale, che è di tutti… mentre la letteratura interviene là dove c’è da fare un discorso sul singolo, sull’individuo, sulle sue passioni determinate e circostanziate, credo che dopo tanto lavoro filosofico sugli universali, si senta il bisogno di confrontarsi con le persone, hic et nunc, ben individuate, nella singolarità della città”.

Il suo primo romanzo, Favola delle cose ultime, era ambientato nelle risaie del Vercellese, nella faticosa storia quotidiana della gente; questo secondo invece nel 1921, poco prima della marcia su Roma, come mai? 

“Sì, in effetti l’episodio centrale del romanzo, che è poi un invito a cena, è del 1921. Ma di questo sfondo storico, al momento, i personaggi non hanno conoscenza e coscienza. Solo successivamente, le storie dei vari personaggi faranno cenno alla catastrofe del fascismo. Ma evidentemente, nell’idea fondamentale del romanzo, il 1921 porta in nuce quella serie di sciagure storiche che coinvolgeranno, in un secondo tempo, i personaggi”.

Ci sono scrittori-medici (Tobino-Bonaviri…), un po’ meno scrittori-filosofi. Come si conciliano questi due aspetti del pensiero e dell’attività umana? 

“Certo, al momento, non ci sono scrittori-filosofi; ma per il passato vorrei ricordare come invece ce ne sono stati molti… un certo Iacobbi, del Settecento, non molto conosciuto, ma importante, a mio modo di vedere, perché ha esaminato i rapporti sapere-fede non con la filosofia ma con la letteratura, che è come… una terza via e alla quale io mi sento vicino, perché cerco nella letteratura ciò che nella filosofia non basta a dire per limiti connaturati alla sua stessa ricerca. Ma poi, andando un po’ indietro, anche uno, due secoli fa, i più grandi filosofi hanno anche affrontato la letteratura: Diderot, Rousseau, Hegel, Nietzsche, Camus, Schopenhauer…”.

La letteratura italiana dei nostri giorni va un po’ alla ricerca dai maestri di quelli che nutrivano una grande poetica ed erano punti di riferimento per i giovani e i lettori. A quali di questi maestri-scrittori lei si sente più vicino? 

“Beh… in primis a Dostoevskij! Alla base di gran parte della letteratura odierna sta il grande scrittore russo, perché appartiene a quella categoria di scrittori che non ha mai rinunciato a pensare, a dibattere i grandi temi dell’uomo, ad alzare lo sguardo verso l’eterno, a porsi interrogativi fondamentali… in questo me lo sento molto vicino. Mentre d’altra parte non mi sento vicino a quegli scrittori che producono una letteratura di genere, poiché tale letteratura, a mio avviso, non fa altro che innescare meccanismi prefabbricati, macchine narrative che hanno una mera funzione, senza la pretesa di mettere le mani nella realtà. Tra i viventi uno che stimo molto è Giuseppe Pontiggia, specialmente per il suo Le vite di uomini non illustri, cui in un certo senso il mio romanzo rimanda. Mi è molto piaciuto poi il romanzo di Lorenzo Mondo Il messia è stanco, cui ho guardato come a un modello”.

Come crede si possa fare oggi un discorso su Dio in letteratura nelle pagine di autori di diversa estrazione culturale? Teologia in letteratura? 

“Sarei tentato di rispondere, provocatoriamente… la teologia si può fare solo così, cioè in letteratura. O la teologia si imbatte nei tormenti della gente, negli interrogativi su: da dove…verso dove… o corre il rischio di essere vana. La domanda fondamentale è questa: ha un senso tutto ciò, il nostro essere qui, il nostro soffrire, il nostro dibatterci, oppure no? La tragedia greca non è altro che questo: un tentativo di rispondere al perché soffro. Tutti i personaggi della tragedia greca non sono altro che incarnazione di Dioniso, il dio sofferente, il dio che muore, il dio che porta su di sé la sofferenza dell’umanità. Ecco, se interrogarsi su Dio è teologia, allora la teologia deve farsi carico di “raccontare” l’uomo in situazione e in movimento”.

Nel suo romanzo c’è la figura di un prete; come è tratteggiata? 

“Sì, c’è la figura di don Angelo Còncina, un prete realmente esistito negli anni Venti. È un uomo semplice, ma vero e profondo e che ha un’idea del peccato come oggi noi non abbiamo più: la responsabilità collettiva del peccato, di quello originale e di quello attuale. Don Còncina aveva chiara l’idea universale del peccato, che include tutti, uomini, animali, mondo vegetativo, creato; un’idea che in fondo si rifà al mondo greco, a quello veterotestamentario e che cozza col personalismo esasperato del mondo di oggi. In fondo, dice don Còncina, anche le pietre soffrono… sì, anche le pietre!”.

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