Sergio Givone – Ha resistito quel patto fondato sul bene comune

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Il Messaggero, 01.06.2003

Ha resistito quel patto fondato sul bene comune

di SERGIO GIVONE

 

SE UNO di noi, un italiano dei tanti la cui vita ha coinciso, anno più anno meno, con quella della nostra Repubblica, provasse a raccontare ai suoi figli o ai suoi nipoti quanto è successo in questi anni, faticherebbe a essere creduto. Troppo grandi le trasformazioni. Troppo profonde le differenze fra il passato e il presente. Dov’è finito il mondo che è stato il nostro? Dove il Paese squassato dalla guerra e tutto povertà e bisogno? E dove l’interminabile e lacerante conflitto post-bellico che replicava in patria il ben più inquietante conflitto fra le superpotenze? Difficile ricostruire questa storia per le giovani generazioni, togliendo ad essa l’alone vagamente favoloso che già la circonda.
Eppure è stata la nostra storia. Certo, il suo dipanarsi ha conosciuto momenti di rottura e ha visto strappi anche violenti. Ma il tessuto (ossia la storia civile degli italiani dal dopoguerra a oggi, in una parola la storia della Repubblica) ha retto. Ciò è tanto più vero, se volgiamo lo sguardo all’indietro e misuriamo l’immenso potenziale negativo delle forze che di volta in volta hanno minacciato di distruggere il delicato organismo in formazione: guerra fredda, terrorismo, mafia, corruzione, derive autoritarie… Ne potevano sortire effetti micidiali. Ma così non è stato.
Perciò è doveroso chiedersi in forza di che cosa la Repubblica ha sostenuto un urto che avrebbe potuto distruggerla. E la risposta è una sola: in forza del patto fondativo che vincola tutti i cittadini a rispettarlo privilegiando il bene comune, insomma, in forza della Costituzione. Che non a caso il Capo dello Stato, mostrando un’attenzione tanto sollecita quanto sapiente, custodisce come la cosa più preziosa: persa la quale, potremmo dire parafrasando un celebre detto, è perso tutto, e salvaguardata la quale, tutto è salvo.
Giustamente. E’ la Costituzione repubblicana a stabilire i presupposti e le condizioni perché la “cosa pubblica” sia davvero tale, e non cosa di questa o quella oligarchia, di questo o quel potentato, di questo o quel partito. E’ la Costituzione a garantire che lo Stato sia al servizio dei cittadini, e non viceversa. E’ la Costituzione a fare del bene comune il fondamento stesso dello Stato e quindi a bandire tutti quegli atti, fosse pure lo Stato a compierli, che vanno a detrimento del bene comune.
Quanto al bene comune, la Costituzione non lo definisce. Ed è giusto così. Naturalmente può essere oggetto di negoziazione, a seconda delle situazioni. Ma prima ancora che oggetto di negoziazione politica, il bene comune è un principio, un ideale regolativo. Un po’come la libertà. Noi non sappiamo che cosa sia la libertà. Sappiamo però che c’è, che ci deve essere. Non ci fosse, noi non saremmo quelli che invece siamo: obbligati a rispondere delle nostre azioni.
Lo stesso vale per il bene comune. L’asprezza della lotta politica può offuscarlo fino a farcelo perdere di vista. Ma, poi, ecco, non possiamo fare a meno di riconoscerlo: in coloro che lo hanno tradito, per ragioni di parte, e in coloro che lo hanno rivendicato, in nome della Costituzione.
E questa è la storia della nostra Repubblica. Storia segnata anche da più di un tradimento. Ma prima ancora storia di una ormai lunga fedeltà.

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