Sergio Givone – Guerra sì, guerra no. Il trionfo delle opinioni

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L’Unità, 08.10.2001

Guerra sì, guerra no. Il trionfo delle opinioni

 di SERGIO GIVONE

La guerra dunque è cominciata. No non è cominciata. Macché guerra: è un’operazione di Polizia. Invece è guerra. Guer­ra si, ma virtuale. No, reale.
E’ il trionfo delle opinioni. Fino all’oscuramento dei fatti ormai relegati sullo sfondo e anzi tenuti nascosti di proposito, Del resto come distinguere tra fatti e opinioni, se i fatti sono prodotti unicamente allo scopo di diventare opinioni, cioè rappresentazioni me­diatiche? Le torri sono state abbattute non perché fossero obiettivi militari ma in funzione delle immagini che se ne sarebbero ricavate. Lo stesso attentato al Pentagono doveva non tanto paralizzare il centro operativo e strategico dell’esercito americano quanto dimo­strare la sua fragilità.
Eppure, quasi senza che ce ne accorgessimo, siamo andati ben oltre la conferma che fatti e rappresentazioni mediatiche nel mondo in cui viviamo sono destinati a diventare la stessa cosa. Prendiamo l’ormai celebre frase (attribuita a Stockhausen, da lui smentita, ma non è questo che interessa qui) secondo cui quello di New York è un ineguagliato capolavoro artistico e comunque qualcosa di cui solo l’arte sembra in grado di render conto. Questa affermazione può essere interpretata in due modi.
Prima interpretazione (triviale, ma … ). Nel suo genere è stato perfetto, lo spettacolo offerto dai kamikaze. Una grande opera d’arte. Che ha avuto i suoi costi. Anche di vite umane. Ma quale grande opera d’arte non ne ha avuto? Quel che però resta, è l’opera. Pereat mundus, fiat ars. Insomma, il senso dell’accaduto andrebbe cercato nell’estetismo trionfante nella società dello spettacolo.
Seconda interpretazione. L’evento prodotto ad arte (e con arte, l’arte necessaria per realizzare quella inaudita messinscena) viene mostrato a un pubblico che non può non chiedersi se quel che vede è vero o falso. E qui accade quel che accade a teatro. Il dramma rappresentato lascia emergere, attraverso la finzione e al di là di essa, qualcosa come una verità non ancora detta. La verità cui accenna lo spettacolo delle torri che crollano è l’orrore senza fine, è l’inferno.
Ma se questa é la verità che sta «al di là», qual è la verità che sta al di qua della soglia dell’indicibile e dell’inconcepibile? Una sola. Quella che è sotto gli occhi di tutti e che è fin troppo ovvia per parlarne. Eppur bisogna.
Una guerra si può vincere e si può perdere. La si vince quando si raggiunge l’obiettivo, in caso contrario la si perde. E qual è l’obietti­vo di questa guerra? Lo sradicamento del terrorismo, ci viene assicurato. Proprio così. Ma se così è, come si fa a non temere che l’occidente abbia molte più probabilità di perderla che non di vincerla questa guerra? Ogni atto di terrorismo futuro starà lì a ribadire la sconfitta dell’occidente.

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