Sergio Givone – Gli eroi non sono mai di serie B

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Il Messaggero, 01.06.2004

Gli eroi non sono mai di serie B

di SERGIO GIVONE

 

DUE vite parallele, quella di Fabrizio Quattrocchi e quella di Antonio Amato. Due destini simili. Due tragedie che strappano i protagonisti alla normalità di esistenze tutto sommato ordinarie e ne fanno, a torto o a ragione, delle figure simboliche del nostro tempo. Sia Quattrocchi sia Amato, come si sarebbe detto una volta, erano figli del popolo, erano giovani in cerca di fortuna. E siccome la fortuna (pare) bisogna sapersela meritare, loro avevano accettato offerte di lavoro in regioni del mondo squassate dai venti furiosi della guerra e del terrorismo. Quel terrorismo di cui entrambi sono caduti vittime. Bisognerebbe a questo punto, credo, non andare oltre, fermarsi qui, limitarsi con tutto il pudore del caso a piangere la loro sorte. Che appunto è stata quella di persone d’umile origine, pronte ad affrontare pericoli e insidie di vario genere nella speranza di migliorare la loro condizione. Ma che incontrano la morte. Che altro dire, che altro provare se non pietà, e non soltanto la pietà umana che è dovuta a tutti coloro che muoiono, ma anche la pietà civile che merita chi ha lasciato il proprio paese per lavoro? Perché pretendere di trovare nella fine di Quattrocchi e in quella di Amato significati diversi, valori diversi?Eppure è quanto sta accadendo. In Quattrocchi si è voluto vedere l’eroe, cui riservare funerali che ne esaltino la figura, alla presenza di “commilitoni” schierati e autorità e folla. Al contrario l’immagine che si sta delineando di Amato è quella dell’emigrante sfortunato. E ciò induce, anche senza volerlo, a un confronto. Che non solo appare gratuito, ma anche ingeneroso. Da una parte l’eroe che ha saputo sfidare il suo carnefice e far vedere non solo a lui, ma al mondo, come muore un italiano, e dall’altra l’emigrante sfortunato che in fondo non è stato in grado di commisurare adeguatamente i rischi e l’ambizione. E se all’emigrante siamo tentati di rimproverare cinicamente di essersela voluta, all’eroe no di certo e anzi perdoniamo i lati non chiari della sua avventura. Tutto ciò è ingiusto nei confronti delle vittime. Ma prima ancora fa torto a noi e alla nostra comprensione degli eventi. Infatti il ricorso a stereotipi e a tipologie scontate è il segno della nostra cattiva coscienza. Da dove viene, infatti, il nostro bisogno di eroismo, da dove la nostra tendenza a trasfigurare e a nobilitare la realtà, se non dalla paura di guardare in faccia la realtà della guerra? La quale realtà della guerra appare sempre più equivoca, irrisolta, priva di legittimazione, e dunque inaccettabile. Così il bel gesto di qualcuno (che resta tale, intendiamoci, cioè degno di ammirazione) diventa il pretesto per cancellare ciò che non vogliamo vedere. E che invece vedremmo se solo avessimo occhi per la vita vera invece che per gli stereotipi. Nel film di Mario Monicelli La grande guerra Vittorio Gassman e Alberto Sordi hanno interpretato due personaggi memorabili. Anche loro due figli del popolo, anche loro travolti da eventi troppo grandi. Fatti prigionieri, vengono condannati a morte. A quel punto l’angoscia di entrambi si sdoppia nel coraggio dell’uno (che promette al colonnello austriaco di far vedere come muore un italiano) e nella viltà dell’altro. Ma è uno sdoppiarsi che è uno specchiarsi, perché in tutto e per tutto i due condividono lo stesso destino e appartengono alla stessa storia .Potrebbe valere lo stesso anche per la vicenda di Quattrocchi e di Amato. Se, anziché contrapporre le loro figure, noi comprendessimo che un destino e una storia comune stanno alle loro spalle, forse ne verrebbe qualche luce a illuminare il buio che l’uno e l’altro hanno attraversato.

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