Sergio Givone – Filosofia sei povera senza il romanzo

pantareiS. Givone | TestiLeave a Comment

Il Messaggero, 19 Novembre 2005

Intervista: Sergio Givone e “Il bibliotecario di Leibnitz”, il suo ultimo saggio

La difficile ricerca della verità

Filosofia sei povera senza il romanzo

di RENATO MINORE

 

Che fine ha fatto la filosofia della storia, quel “genio nascosto che ne regolava i meccanismi e ne predisponeva le scenografie”? Che ne è della storia che accoglie in sé tutte le storie, ma che di fatto esclude tutte quelle che non sono la storia vera, considerandoli “romanzi”? Così si chiede Sergio Givone nell’introduzione al suo saggio Il bibliotecario di Leibniz (Einaudi, 208 pagine, 19 euro) che ha un assai significativo sottotitolo, “Filosofia e romanzo”. Dopo la sua decostruzione, scrive Givone, la filosofia non è più filosofia della storia, ma filosofia delle storie: non la verità già da sempre raccontata, ma la verità da raccontare di nuovo.
Così per lui il cammino, nella analisi profonda che miscela l’analisi testuale sia di filosofi che di scrittori, diventa doppio. Da un lato ecco l’ampia rassegna della prima sezione del libro di argomenti della tradizione filosofica moderna e contemporanea, una ricerca per strappi e illuminazioni di ogni pensatore connesso più o meno esplicitamente a una possibile filosofia del romanzo. Dall’altro con le schede, raccolte nella seconda sezione del saggio, di letture concise e penetranti, passando da Cervantes a Auster, da Defoe a Conrad, da Flaubert a O’ Condor, da Kawabata a Landolfi, Givone insegue e asseconda il movimento della filosofia verso l’interpretazione delle storie alle ricerca della verità o di ciò che le somiglia. In altri termini, secondo la clausola finale della premessa: solo perdendosi (nell’oceano delle storie) ci si salva (dalla storia vera).
Givone, partiamo dal nesso essenziale tra filosofia e romanzo. Non è più possibile una filosofia della storia, ma la filosofia trova i suoi contenuti essenziali nella storia, nelle infinità delle vicende umane. Ma la filosofia delle storie non è necessariamente una filosofia che inciampa in ciò che è fortuito, umano, irreversibile? In cosa è diversa dal romanzo? 
«Proprio questo è il problema. Pensare il contingente, fare i conti con l’irriducibile novità della vita: ecco che cosa ci aspetta nell’epoca del tramonto della filosofa della storia. Non si tratta di qualcosa che la filosofia possa dedurre e trar fuori da se stessa. In compenso il romanzo è lì, allettante oggetto di riflessione. Questo non significa che la filosofia debba farsi a sua volta romanzo, come qualcuno ha sostenuto. No, la filosofia non inventa storie. Ma interroga i molti segreti che esse contengono».
Il romanzo è stato a lungo considerato come sottogenere, qualcosa che si legge per perdere tempo. E’ dalla fine del Settecento che le cose si ribaltano completamente, perché grandissimi scrittori – ad esempio Goethe, lo prendono molto sul serio. Durante l’Ottocento diventa il genere egemonico. Uno strumento di conoscenza, di verità. Conoscenza e verità che aiuta anche i filosofi? Ci sono filosofi particolarmente attenti ad esse, e filosofi sordi… 
«Sì, ci sono filosofi che non ne vogliono sapere e continuano a considerare il romanzo un genere d’intrattenimento, qualcosa che non ha valore conoscitivo. Costoro sono convinti che la filosofia debba “purificare” il linguaggio. Altro che andare alla ricerca delle inesauribili riserve di senso che il linguaggio contiene e nasconde, come fanno i romanzieri di razza… Ma questo ascetismo filosofico, che continua a sedurre, in realtà ha il fiato corto, e non mi stupisce che l’invito a leggere romanzi cominci a venire ex partibus infidelium . Tre nomi su tutti: Putnam, Rorty e Cavell».
Cosa distingue allora lo scrittore di romanzi dal filosofo? 
«Diciamo che lo scrittore esplora territori sconosciuti, il filosofo disegna le mappe.»
Chiedo a lei in modo particolare, che scrive romanzi, ma è filosofo in partenza: il romanzo è uno strumento privilegiato, che arriva dove non può arrivare la ricerca, il saggio filosofico? 
«Filosofia e romanzo appartengono a due dimensioni diverse: conoscitiva l’una, inventiva l’altra. Non direi che il romanzo arrivi là dove non arriva la filosofia, ma semmai che senza il romanzo la filosofia sarebbe più povera e il romanzo senza la filosofia sarebbe più oscuro, farebbe meno luce.»
I libri che hanno segnato la sua esperienza sono quelli di Conrad, di Dostoevskij, di Melville, di Svevo che occupano le letture della seconda parte del suo libro. Oggi il romanzo è capace di uno sguardo ugualmente totale sulla realtà, sul mondo? 
«Credo che quegli scrittori fossero consapevoli dell’impossibilità di gettare uno sguardo totale sul mondo, e tuttavia ci hanno provato. E’ quel “tuttavia” che ci separa da loro».
Ma oggi che domina il modello del consumatore televisivo eterodiretto è ancora possibile trovare, non dico lettori, ma un tempo di lettura per Proust e Mann? 
«Non lo so. Ma so che, in caso di risposta negativa, sarà peggio per noi».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.