Sergio Givone – Figlio mio, sono morta ma vivo e ti do la vita

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Il Messaggero, 28.01.2005

Figlio mio, sono morta ma vivo e ti do la vita 

di SERGIO GIVONE

Non sono infrequenti i casi di madri che sacrificano la loro vita per salvare quella del figlio. E non è vero che così vuole l’ordine naturale delle cose. Ogni volta che questo accade, restiamo giustamente colpiti, come se fossimo di fronte a una scelta straziante che però ci fa intravedere squarci di cielo. Ma ci sono casi in cui vita e morte, la vita del figlio e la morte della madre, danno luogo a un intreccio anche più stupefacente. Ieri ad esempio i giornali riferivano da Genova di una giovane signora in coma irreversibile e totale al sesto mese di gravidanza, il cui feto continua a vivere e anzi a sopravvivere in lei. Alberto Oliverio ha già spiegato molto bene su queste colonne quali possibilità abbia la piccola creatura di svilupparsi normalmente in condizioni tanto avverse. Fermo restando che spetta al genitore sopravvissuto decidere se quel corpo ormai spento dovrà servire ad alimentare una nuova vita, grazie a macchine che comunque mai potranno riaccendere in esso alcuna parvenza di vita, o non dovrà piuttosto essere restituito pietosamente a quella pace cui ogni morente ha diritto, è anche possibile e forse inevitabile considerare da un altro punto di vista questa vicenda dolorosa e inquietante. C’è un senso, in tutto ciò? E se c’è, come interrogare il grande mistero della maternità? Di questo infatti si tratta Indubbiamente la donna incinta che, malata di cancro, piuttosto che abortire interrompe la chemioterapia per non nuocere al figlio, compie un gesto eroico. Lo stesso non si può dire della donna incinta che, clinicamente morta, viene tenuta artificialmente “in vita”. Appunto, viene tenuta in quello stato da altri. Non c’è alcun gesto sublime, da parte sua, semplicemente perché non c’è alcun gesto. Eppure si deve riconoscere che questa donna fa dono di sé in modo altrettanto grande. Non dona la propria vita per la vita del figlio. Tuttavia per la vita del figlio dona la propria morte. Costei non ha più nulla da chiedere alla vita. Le sue funzioni cerebrali non esistono più. E’ ancora una persona, ma una persona morta. Una persona che, se avesse ancora dei sentimenti e dei bisogni, verosimilmente li rivolgerebbe nella direzione della quiete, del silenzio, insomma della morte. Perché forse non c’è niente che sia così angosciante come non poter morire. E allora immaginiamo il marito di questa donna, preso dentro la morsa di una terribile alternativa: da una parte, la volontà di salvare il nascituro, ma costringendo la partoriente a essere prigioniera di una condizione innaturale e in fondo disumana, dall’altra il desiderio non meno forte di liberare la donna amata da quella condizione, ma con pregiudizio della vita del figlio. Quale che sia la decisione, è da rispettare. Ma noi possiamo fare un passo in più, con la necessaria discrezione, e spingerci a immaginare che il marito chieda consiglio alla moglie sul da farsi. Non è affatto detto che i protagonisti di questa storia non possano più dialogare o che il loro dialogo sia semplice illusione. Il padre potrebbe sentirsi dire dalla madre, non importa per quali vie del cuore, che è disposta a qualunque sacrificio, anche a sopravvivere a se stessa per il bene del figlio. E noi saremmo autorizzati a concludere che questa donna, benché non abbia compiuto alcun gesto eroico, ha fatto anche di più: non ha donato la propria vita, ha donato la propria morte. Può sembrare un paradosso, ma un paradosso carico di quel senso che abbiamo cercato in questa vicenda. Donare la morte : è questo il titolo di uno degli ultimi libri di Jacques Derrida, il grande filosofo francese recentemente scomparso. Un libro pieno di intuizioni lampeggianti, profondo e oscuro. Con la semplicità e la forza di verità che hanno le storie degli uomini, la vicenda genovese viene ora a dirci che donare la morte non è solo un’elucubrazione filosofica, ma qualcosa di molto reale.

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