Sergio Givone – Fede e nichilismo

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Il Grillo (12/2/1999)

Sergio Givone

Fede e nichilismo

Liceo classico Plauto di Roma (Spinaceto)

GIVONE: Sono Sergio Givone ed insegno Estetica all’Università di Firenze. Ho anche pubblicato alcuni libri, tra i quali vi menziono Una storia del nulla e il romanzo Favola delle cose ultime: entrambi hanno a che fare con il tema di cui discuteremo oggi, ossia Fede e nichilismo. Prima, però, sarà meglio visionare la scheda introduttiva.

La nostra epoca viene spesso caratterizzata attraverso l’immagine del nichilismo. Nel nostro tempo è maturata la radicale consapevolezza che le certezze e le rassicurazioni di cui la nostra vita è intessuta sono in ultima analisi arbitrarie, che dipendono da interessi particolari – da pulsioni e da meccanismi di potere – e che i nostri giudizi sono malfermi e sempre imprevedibili in ogni campo. Eppure, ciò che forse maggiormente emerge non è tale esperienza del niente, bensì un certo ripiegamento, un sentimento di nostalgia o di sconforto, uno scetticismo che ci rende deboli e lamentosi. Il senso della relatività delle cose – che sono frutto dell’invenzione, il prodotto della storia, delle scelte e delle contrattazioni – è un’esperienza molto più antica, ed ha origine con il dissolversi della legge divina – tanto giudaica e cristiana, quanto stoica – secondo la quale il mondo è regolato dalla volontà di Dio: dai suoi comandi derivano gli obblighi e le virtù. Questa legge costituiva un fondamento, poiché non ammetteva una riflessione critica sulla sua legittimità. Tollerava in qualche modo l’incertezza, ma solo come insicurezza personale, come umana debolezza, di cui il più nobile esempio è quello di Cristo in croce che prova il senso dell’abbandono del padre. La dimensione della legge divina, però, è tramontata ed ha cominciato a declinare con l’inizio della modernità, tra il Cinquecento e il Seicento. La sua scomparsa ha lasciato spazio a valori importanti: alla virtù della riflessione e all’autonomia personale. Quali sono, però, le conseguenze per la fede? Il concetto di assoluto è rimasto disponibile solo come oggetto di sentimenti nostalgici, appare come il segno di un’esperienza privata. Ma il concetto vero e proprio sembra scomparso. Qual è allora il significato della fede cristiana, della fiducia in un Dio assoluto e onnipotente? E’ ancora possibile la fede cristiana?

STUDENTESSA: Quale valore attribuisce al termine “nichilismo”? Crede che possa essere inteso come lo intendeva Nietzsche, vale a dire come superamento di valori ormai decaduti, oppure ritiene che il suo significato sia essenzialmente negativo e che si risolva nell’annullamento di ogni cosa?

 GIVONE: Sono Sergio Givone ed insegno Estetica all’Università di Firenze. Ho anche pubblicato alcuni libri, tra i quali vi menziono e il romanzo : entrambi hanno a che fare con il tema di cui discuteremo oggi, ossia . Prima, però, sarà meglio visionare la scheda introduttiva.

GIVONE:Penso si dovrebbe rispondere ad una domanda ugualmente importante ed implicitamente contenuta in quella che tu hai posto. Prima di decidere se il nichilismo rappresenti un valore o un disvalore bisognerebbe capire in cosa consiste. Infatti, noi crediamo di sapere perfettamente cosa sia il nichilismo; Dostoevskji diceva: “Noi moderni siamo tutti nichilisti “, come se nel nostro cuore albergasse la certezza che, in ultima analisi, ogni cosa finisce nel nulla. In realtà il concetto non ci è forse così chiaro. Sicuramente il nichilismo è un qualcosa che riguarda anzitutto noi moderni, non soltanto perché il termine è stato introdotto alla fine del Settecento – Jacobi parlò di nichilismo nel momento in cui si schierò contro Fichte, perché un pensiero che risolve tutta la realtà nell’io di fatto la riduce a nulla – ma anche per un’altra ragione. I Greci, infatti, non potevano concepire il nichilismo da una parte perché Parmenide – il padre di tutta la filosofia greca – aveva sostenuto che è impossibile pensare al nulla, poiché nel momento in cui lo si pensa si crede che esso sia qualcosa, e ritenere che il nulla sia qualcosa produce una contraddizione, dall’altra parte perché i greci, pur sapendo che si nasce e si muore e che si è destinati al nulla, ritenevano che tale processo avvenisse sullo sfondo di una natura immutabile. Per i greci la natura – la physis – genera tutte le cose e rigernera costantemente se stessa: costituisce un qualcosa di eterno e di solido che non può essere annichilito. Noi moderni, invece, sappiamo che anch’essa può essere annichilita: questa è la grande novità che i filosofi hanno concepito e che, in seguito, gli scienziati hanno reso realizzabile. La nostra tecnica è in grado di poter annientare la natura intesa come realtà. Il nichilismo nasce proprio dalla possibilità – tutta moderna – di pensare non solo alla vita degli uomini come a un qualcosa di effimero, ma anche di concepire la natura come destinata a diventare nulla. Partendo da tali premesse, possiamo tentare di rispondere alla tua domanda: il nichilismo ha un valore positivo o un valore negativo? Spero di poter chiarire la risposta che mi accingo a dare attraverso altre domande, ma comincerei col dire che esso ha sia valore negativo, sia valore positivo. Ha valore negativo perché fronteggiare il nulla e gettare gli occhi sulla sua possibilità può fare del male: l’idea che la nostra storia e i nostri sforzi finiscano nel niente è un pensiero che dà sgomento. La stessa realtà risulta negativa. Tuttavia, a partire da questa idea, si può raggiungere una sorta di liberazione. Se la realtà può annientarsi, allora essa non è vincolata da una struttura necessitante o da un fondamento che neppure Dio riesce a smuovere: la realtà può rivelarsi altra da quella che è. Tale constatazione può risolversi in un’enorme potenzialità, perché ne risulta che il mondo viene in qualche modo “consegnato” nelle nostre mani e che il suo futuro è sotto la nostra responsabilità senza nessuna legge che lo prescriva. L’idea di responsabilità e l’idea di libertà nascono proprio da qui. Per i greci la libertà aveva un significato squisitamente politico e riguardava una certa prassi, per noi moderni, invece, essa investe il fondamento stesso dell’essere.

STUDENTESSA: Lei non crede che il nichilismo – un radicale atteggiamento di “non fiducia” – sia da ritenere una conseguenza diretta o indiretta dell’imposizione di istanze ecclesiastiche? Nel corso della storia, infatti, la Chiesa ha spesso affermato la propria dottrina senza tener conto delle altre opinioni o, ad esempio, mettendo all’Indice moltissimi libri. 

GIVONE: La tua domanda presuppone che nichilismo e fede siano due cose contrapposte: da una parte il nichilismo presuppone la consapevolezza che tutto è destinato a finire o a trasformarsi, dall’altra la fede si rivela – cito la traduzione di Dante di una poesia di S. Tommaso – come “la sostanza delle cose sperate”. Dunque la fede è qualche cosa che resta e che rappresenta la possibilità di fissare la realtà in una forma sempre identica a se stessa: la fede contro il nichilismo, il nichilismo contro la fede. Personalmente, non sono tanto sicuro che le cose stiano così. Andando più in profondità possiamo scoprire che è stata proprio la fede ebraico-cristiana a rendere pensabile il nichilismo. Aristotele affermava che “l’essere è già da sempre salvo”: esso è come è. Essendo la natura sempre identica a sé quale bisogno di salvezza dovrebbe avere? Al contrario, l’uomo nasce e muore e non può essere salvato. La tradizione ebraico-cristiana, invece, introduce un elemento completamente nuovo: non solo l’uomo, ma l’essere stesso è a rischio e deve essere salvato. In una delle prime battute dell’Apocalisse, il fanciullo messianico – colui che deve salvare il mondo – viene aggredito da un grande drago che ha intenzione di divorarlo. Si tratta di un’immagine che è stata ripresa in moltissimi stemmi medievali: in essa l’essere risulta in pericolo e la salvezza può avvenire come può non avvenire. Il nichilismo nasce proprio da tale rischio di essere divorati e dall’incertezza di venire salvati: la necessità della salvezza trae la sua origine da questa immagine. Com’è ovvio, tu hai ragione nel momento in cui sostieni che alcune posizioni della Chiesa si sono irrigidite nel corso dei secoli e che la sua concezione della verità si è cristallizzata fino a contrapporsi ad una visione dell’uomo come essere finito e mutabile. D’altra parte però, non bisogna dimenticare che è proprio la fede a rendere pensabile il nichilismo e che il secondo esige la prima.

STUDENTESSA: Tenendo conto del fatto che l’uomo ha la necessità di credere in qualcosa, Lei non crede che se privassimo il termine nichilismo dei significati negativi che ha assunto nella nostra cultura, verrebbero anche a cadere le differenze tra nichilista e credente?

GIVONE: Io non priverei il nichilismo delle sue accezioni negative, piuttosto le affiancherei a quelle positive. Dostoevskji – un autore che amo molto – parlava di uno sguardo capace di vedere entrambi gli abissi: quello del nulla e quello della fede. Si tratta di due elementi che vanno pensati insieme, perché di per sé il nichilismo non possiede nulla di abissale: esso, infatti, viaggia verso una tranquilla accettazione della finitezza, tanto che al giorno d’oggi non riusciamo più a cogliere il dolore contenuto nella morte. Sicuramente soffriremo quando ci appresseremo alla nostra morte, sebbene sia un pensiero che tentiamo di rimuovere; abbiamo acquisito la consapevolezza che la morte è un fatto insuperabile e non possiamo non accettare tale condizione. Il nichilismo rimuove qualsiasi carattere negativo e – operando una sorta di “autoelogio” – si presenta attraverso l’unica forma possibile di accettazione: quella umana. Si tratta, però, solo del significato positivo del nichilismo. La fede – che nasce dal nichilismo stesso, ossia dal pericolo che tutto possa terminare nel nulla – vede in quest’ultimo una sorta di profondità: essa riscopre nel nostro destino un elemento che non solo rappresenta lo scandalo di un qualcosa che non possiamo accettare, ma che richiede anche un atto di salvezza quanto mai problematico e difficile. Credo che, a questo punto, valga la pena ascoltare un contributo relativo all’ultima Enciclica papale.

Se, da una parte, la riflessione filosofica è riuscita a immettersi sulla strada che la rende sempre più vicina all’esistenza umana e alle sue forme espressive, dall’altra tende a sviluppare considerazioni esistenziali – ermeneutiche o linguistiche – che prescindono dalla questione radicale circa la verità della vita personale, dell’essere o di Dio. Di conseguenza nell’uomo contemporaneo – e non soltanto presso alcuni filosofi – sono emersi degli atteggiamenti di diffusa sfiducia nei confronti delle grandi risorse conoscitive dell’essere umano. Con falsa modestia ci si accontenta di verità parziali e provvisorie, senza tentare più di porre domande radicali sul senso e sul fondamento ultimo della vita umana, tanto personale, quanto sociale. E’ venuta meno la speranza di poter ricevere dalla filosofia risposte definitive a tali domande.

GIVONE: Tralasciando l’Enciclica nel suo complesso e soffermandoci su questo passo, possiamo notare come in esso si faccia riferimento a ciò che precedentemente definivo l'”autoelogio” del nichilismo: tale atteggiamento, dimenticando le cose ultime che stanno a cuore alla fede, presenta se stesso come una sorta di tranquilla accettazione del mondo data dalla consapevolezza di conoscere la vera natura dell’uomo. Siamo destinati al niente e, se ne prendiamo atto, tutta la realtà si configurerà in un certo modo. Questa concezione totalmente positiva del nichilismo viene giustamente sottolineata e problematizzata dall’Enciclica.

STUDENTESSA: Il nichilismo può anche risolversi in una sorta di scetticismo nei confronti di quella morale che, in quanto cristiana, può essere considerata tipica di tutto l’Occidente. In questi ultimi tempi c’è una tendenza all’allontanamento dalla cultura occidentale e cristiana: si è molto attratti dalle istanze spirituali tipiche dell’Oriente, come il buddismo, le filosofie orientali, lo yoga ed anche quell’elemento di grande confusione che è la new age. Lei pensa che il rifiuto nei confronti della nostra cultura e l’avvicinamento ad un altro tipo di spiritualità costituisca un atteggiamento positivo?

GIVONE: No, non credo. Tu hai fatto riferimento alla new age: personalmente ho l’impressione che – nonostante non sia il caso di approfondire in questa sede l’argomento – nell’atteggiamento di fuga dalla nostra cultura di cui si fa portatrice la new age, ed in cui confluiscono le esigenze di trovare quella verità più a misura d’uomo dimenticata dall’Occidente, siano presenti molti elementi. Innanzitutto, in esso vi è la conferma del fatto che non siamo riusciti a pensare in profondità al nichilismo. Se nel nichilismo è riposta l’idea che l’Assoluto ci è totalmente estraneo, allora non è possibile che esso possa intraprendere un dialogo con la fede, che, al contrario, si basa proprio sull’idea di verità assoluta: a questo punto non resta che la fuga. Si tratta, però, di una fuga ignara del fatto che questi sono solo dei luoghi comuni. La fede – e qui prendo le distanze dall’Enciclica – non è fede in una qualche “verità oggettiva”. Se veramente esistesse una verità perfettamente trasparente al cuore dell’uomo – raggiungibile dalla ragione con l’ausilio della fede – allora non si tratterebbe propriamente di fede. La fede nell’Assoluto come verità oggettiva ricade inevitabilmente nel suo contrario, vale a dire nel nichilismo, così come è inevitabile che un’immagine del nichilismo come pura perdita del senso della vita e come mero abbandono alla mortalità susciti il bisogno di fideismo. Come dicevo in precedenza, fede e nichilismo sono in realtà strettamente intrecciati tra di loro: se ci rendiamo conto del fatto che la fede nasce dalla necessità di salvezza data dal nichilismo e se il nichilismo riesce a vedere nella morte e nel nulla una sorta di “scandalo” con cui confrontarsi, allora i due concetti non risultano più così contrapposti. Nel momento in cui pensiamo alla tensione dialettica esistente tra fede e il nichilismo, non abbiamo probabilmente più bisogno di fuggire in Oriente. Nonostante la cultura orientale sia piena di soluzioni prospettive mirabili, spesso vi possiamo incontrare solo il fantasma di noi stessi, di ciò che ci siamo lasciati alle spalle e di ciò che abbiamo rimosso: in tal caso si tratta di una pura e semplice fuga.

STUDENTESSA: L’oggetto che abbiamo portato in studio è un televisore. Secondo noi – soprattutto in considerazione di ciò che vi viene trasmesso – esso è da considerare come l’emblema della nullificazione e, in quanto tale, strettamente connesso al tema di cui stiamo trattando. Volevamo porre l’accento specialmente sulle televendite, il cui significato è strettamente commerciale e quindi, secondo noi, privo di qualsiasi valore. Qual è il Suo pensiero sui legami che possono intercorrere tra televisione e nichilismo?

GIVONE: In televisione viene trasmesso un qualcosa che ci coinvolge profondamente perché appartiene al nostro mondo. Com’è ovvio, la realtà non si risolve solo nello schermo, sebbene sia costituita anche da quest’elemento. Cosa ne emerge? Ne emerge l’idea che le cose non sono altro che oggetti di cui impadronirsi in vista di una probabile e maggiore felicità. Tale mercificazione riduce il mondo ad un mercato: il mercato non è più solo nelle piazze o nei negozi, ma entra anche in casa nostra. L’invadenza della mercificazione è apparsa come strettamente legata al nichilismo: sicuramente, laddove il nichilismo si risolve nella pura e semplice accettazione del mondo così com’è e nella constatazione che tutto è destinato a finire, è possibile che esso corrisponda ad una forte perdita di senso. Tale perdita di senso non investe soltanto la vita, ma anche le cose con cui abbiamo a che fare quotidianamente: esse divengono semplicemente degli oggetti da comprare e null’altro. Credo che tu sia nel giusto quando metti in relazione le televendite – l’aspetto più degradato del mezzo televisivo – con il nichilismo, sebbene il nichilismo sia un’altra cosa. Esso va pensato in modo dialettico anche relativamente alla televisione. Sicuramente quest’ultima è un mezzo di cui spesso vorremmo disfarci, sia per ignorarla, sia per stigmatizzarla in quanto principale causa di determinate aberrazioni. Essa, però, è pur sempre un mezzo: noi stessi, in questo momento, stiamo facendo televisione. Qualcuno potrebbe sostenere che, sebbene siamo convinti del contrario, anche noi stiamo facendo una televendita. Attenzione: il pensiero realmente e totalmente negativo è quello che annulla le differenze, mentre un pensiero corretto presta attenzione anche alle minime diversità.

STUDENTESSA: Prima ha affermato che l’uomo ha ormai imparato a convivere con l’idea della morte e ad accettarla. Personalmente, però, ritengo che gli esseri umani siano ancora profondamente impauriti dalla morte e che molte delle loro scelte siano influenzate da questa angoscia.

GIVONE: Ciò che volevo realmente dire è che l’uomo ha rimosso il pensiero della morte. Egli vi vede un qualcosa di puramente impensabile che si lascia o accettare o rifiutare e in cui non è più possibile trovare alcun significato. Vi è un’intera tradizione di pensiero che ha indicato nella morte l’origine stessa del discorso filosofico; alcuni hanno affermato che bisogna ricominciare a pensare partendo dalla morte: se veramente iniziamo a ragionare in base al nulla da cui proveniamo e al nulla nel quale siamo destinati a finire, allora la realtà ci apparirà mobile, perché il suo fondamento sarà il poter essere altra da com’è. Il grande insegnamento impartitoci dalla morte e dal nulla è che la realtà può essere altrimenti da quello che è. Questo significa che nel nichilismo non dobbiamo vedere solo il punto di arrivo di un mondo che ha perduto la fede nell’assoluto.

STUDENTESSA: Spesso il buddismo è stato accusato di essere nichilista perché, in un certo qual modo, annulla la persona. Lei cosa ne pensa?

GIVONE: Non è facile rispondere, perché se questi temi non sono stati sufficientemente studiati si rischia di scadere nella banalità. Ritengo, però, che il tuo argomento sia difendibile e che si possano tracciare dei legami tra quella religione – sebbene qualcuno non pensi che il buddismo sia tale – e il nichilismo. Il buddismo, infatti, non si concentra sulla vita ultraterrena – una realtà che sta al di là del finito ma nella quale l’uomo si andrà a riconoscere – quanto piuttosto sull’autoannullamento dell’io, ossia della causa di tutti i nostri mali: da questo punto di vista si può parlare di nichilismo. Anche in questo caso, però, si tratta di un nichilismo religioso: esso non pensa al nulla come ad una pura e semplice condizione della nostra vita di mortali in quanto vi vede una sorta sfida e di apertura verso l’esperienza. Il nulla viene inteso come il principio di una trasformazione del proprio sé. Tale atteggiamento non coincide assolutamente con il nichilismo che fa l’elogio di se stesso, o con l’attuale atteggiamento filosofico che vede la finitezza in ogni cosa. Nel buddismo il nichilismo acquista una profonda valenza religiosa.

STUDENTE: Lei non crede che anche l’ecumenismo – di cui sentiamo molto parlare e nei confronti del quale mi sento piuttosto critico – costituisca una sorta di “nichilismo negativo”? A me pare che esso tenda ad appiattire ogni elemento.

GIVONE: Nonostante attaccare l’ecumenismo non sia un atteggiamento “politicamente corretto”, credo che tu abbia sostanzialmente ragione. Sicuramente nell’ecumenismo sono presenti dei valori altamente positivi di cui va riconosciuto il peso: l’apertura della fede al mondo degli altri e la perdita di certa rigidezza nei confronti della sua verità oggettiva. Si tratta di un discorso molto semplice ma assai delicato: se una religione è la detentrice della verità oggettiva, allora non è possibile l’ecumenismo, ma se è possibile l’ecumenismo, allora la verità della fede diventa una verità personale. Così com’è l’ecumenismo rischia di autoingannarsi o di diventare una sorta di minestrone nel quale non si riescono più a distinguere i vari elementi. Se veramente vogliamo intendere l’ecumenismo nel suo senso più proprio, allora dobbiamo abbandonare l’idea di una verità oggettiva e abbracciare quella di una verità personale. Ciò equivarrebbe a riconoscere che la verità religiosa – e soprattutto quella – è la verità che parla al cuore dell’uomo. In questo modo potremo pensare a un Dio che parla tanto al cuore del cristiano, quanto al cuore del pagano o del fedele di un’altra religione: a tal punto, però, la verità diventa personale.

STUDENTESSA: Perché ha portato questo vecchio libro?

GIVONE: Per sottolineare quella che definirei “l’ambiguità del nichilismo”. Nonostante sia la prima volta che uso questa formula, si tratta di un tema che abbiamo toccato più volte nel corso del nostro discorso: spesso, infatti, ho evidenziato il doppio carattere del nichilismo, mettendo in evidenza il suo valore negativo e il suo valore positivo. Tutto ciò è contenuto in questo vecchio libro: esso è un involucro che racchiude un messaggio e che, col tempo, si consumerà rendendo illeggibile il messaggio stesso. Man mano che il libro invecchia possiamo verosimilmente pensare che il suo contenuto si allontana sempre di più da noi: ad un certo punto non ci apparterrà più, ma farà parte del passato, dell’archeologia. Tuttavia, in questo consumarsi della realtà e nella graduale difficoltà che incontriamo nel leggere il suo messaggio, noi veniamo sfidati a cercarne un senso che finora non abbiamo colto e a salvare ciò che vi è stato scritto. Le parole stampate su quelle pagine continuano a chiamarci, perché forse stiamo per perdere qualcosa di molto prezioso. La logica ambigua della perdita e dell’acquisto a cui questo libro mi ha fatto pensare è una logica propriamente nichilistica. Nichilismo, infatti, significa perdere la fede nell’assoluto, ma significa anche riacquistare la fede nella verità che vuole essere interpretata: si tratta della verità che ho saputo far mia e che ho riconosciuto fondata nella mia esistenza, oppure si tratta del nulla.

STUDENTE: Su Internet ho trovato molti siti new age. Uno in particolare – all’indirizzo www.geocities.com/athens/delphi7504/testo11.htlm – riguarda la cristianità: in esso si sostiene che una delle principali tendenze new age sta nel superamento del nichilismo, attuabile in numerosi e diversi modi. Uno dei più importanti consiste ne “le attese di salvezza”: attraverso di esse ci si ricollega alla figura di Cristo, il quale ha salvato l’umanità dal nichilismo piuttosto che liberarla da un punto di vista spirituale. Si tratta di messaggi alquanto bizzarri, sebbene queste pagine siano piuttosto interessanti per quanto riguarda il confronto tra essere e non essere, poiché risolvono il problema tramite il piacere, ignorando tanto il nichilismo, quanto la fede e la ragione.

GIVONE: Non nego che si tratti di concetti interessanti, ritengo però che vi sia contenuto un equivoco di fondo: vi si continuano a contrapporre nichilismo e fede. Se c’è nichilismo, allora non ci può essere fede, e se c’è fede nei valori assoluti, allora quest’ultima deve essere pensata come superamento del nichilismo. Come ho sottolineato più volte, invece, la fede ha un’anima nichilista. E’ un’affermazione forte che può essere utilizzata per concludere il nostro incontro: la fede è salvezza dal nulla che costantemente minaccia l’uomo. Solo tenendo insieme questi due elementi riusciremo a trovare la perla nascosta nel binomio.
Grazie della vostra attenzione.

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