Sergio Givone – Etica e solidarietà riguardano anche gli “atei”

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Avvenire, 11.07.2001

Etica e solidarietà riguardano anche gli “atei”

Una tavola dei valori per credenti e non credenti: dopo Marcocchi ieri, interviene Givone
Non c’è più la figura tradizionale di chi nega Dio o fa professione di materialismo: si può dialogare 

 di SERGIO GIVONE

Se è vero, com’è vero, che la figura tradizionale dell’ateo non esiste più, e ad essa è venuta sostituendosi quella dell’ateo che nega Dio semplicemente non ponendosi il problema, come ha scritto lo storico Massimo Marcocchi in un intervento pubblicato su “Avvenire” di ieri, allora dovremo capire meglio che cosa si nasconda in questo passaggio. Davvero si tratta semplicemente del fatto che Dio dilegua e sparisce dall’orizzonte dell’uomo?

L’ateo che prendeva posizione contro Dio e lo negava in nome dell’uomo, convinto com’era che Dio fosse di ostacolo alla libertà e alla dignità umana, restava in rapporto con Dio e in fondo mostrava un desiderio di Lui. Infatti è pur sempre a partire dall’idea di Dio che l’uomo ha concepito l’idea di responsabilità, l’idea di dover rispondere di tutti i suoi atti, e con l’idea di responsabilità anche quelle di libertà e di dignità umana.
Ma se l’ateo restava in rapporto con Dio negandolo e provava nostalgia rifiutandolo, proprio questo rapporto e questa nostalgia oggi sembrano spariti. Chi si preoccupa più di negare Dio? Eppure più di un dubbio resta. Tant’è vero che di non credenti che si dichiarino apertamente atei se ne trovano pochi. Nessuno comunque o quasi nessuno che faccia esplicita professione di materialismo e di libertinismo vecchia maniera: concezioni, queste, che rinviano non solo all’Ottocento ma al Settecento.
Oggi fra i non credenti si sente parlare piuttosto di ricerca di più ampi orizzonti di senso, di rifondazione dell’etica su qualcosa che vada oltre l’interesse singolo e lo spinga a trascendersi, di riscoperta di quei vincoli di solidarietà non solo fra i viventi ma fra le generazioni presenti e future senza i quali è inevitabile cadere nella barbarie, e così via.
Non è precisamente questo il problema di Dio? Non lo s’incontra, questo problema, ogniqualvolta alziamo lo sguardo e ci chiediamo che cosa, al di là delle differenze, ci accomuni tutti? Fino ad affermare (o a negare) che sì, qualcosa ci deve essere, per cui valga la pena di vivere, e valga assolutamente, incondizionatamente, perché altrimenti nel volto in ombra del mondo non vedremmo altro che il volto del maligno?
È su questa base che possiamo sperare in un dialogo fra credenti e non credenti. E portarlo avanti come dialogo fra persone che, da posizioni diverse, prendono sul serio la vita e le domande che essa pone. Domande a ben vedere tutte raccolte intorno al problema di Dio, cioè del senso della vita. Si obietterà: d’accordo, però questo riguarda solo una minoranza, peggio ancora una minoranza di intellettuali. Ma c’è da dubitarne. Non in commotione Dominus.
Il Signore non fa rumore. Dio si presenta in silenzio, e nessuno può dire che cosa accada in un cuore umano, magari il più umile, o il più sconsiderato, quando sia visitato dal dolore, dalla colpa, dal pentimento, o dalla gioia, o dalla grazia. Sono tutte esperienze, queste, in cui la meravigliosa e terribile serietà della vita s’impone a chiunque. Certo, ci sono fenomeni di massa che fanno pensare piuttosto alla agostiniana massa damnata, fenomeni che sono espressione di una cecità e di una rozzezza al limite del bestiale. Prendiamo ad esempio la diffusione di forme di religiosità che conoscono l’intero spettro del negativo assoluto: superstizione, fanatismo, integralismo, eccetera. Oppure il sempre più contagioso culto idolatrico del denaro, del potere, per non dire della moda. Dov’è Dio, lì? E’ lì, come problema non risolto o rimosso.
Questo non significa che il credente, dall’alto della sua fede, possa guardare al triste spettacolo del mondo sentendosi al sicuro. Niente è così problematico come la fede. Oggi una fede che non passi attraverso il suo contrario e non conosca il dubbio e il rifiuto è troppo debole per reggere l’urto delle prove che l’attendono al varco. E perciò si dovrà dire del credente quel che s’è detto del non credente. Né l’uno né l’altro sono più quelli che erano. Così come non c’è più l’ateo che nega Dio, e gli rende a suo modo testimonianza, ugualmente non ci può più essere il credente che in Dio riposa tranquillo, e così di fatto finisce col negarlo.

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