Sergio Givone – Dostoevskij, l’uomo e i suoi demoni

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Il Messaggero, 07.05.2004

Dostoevskij, l’uomo e i suoi demoni

di SERGIO GIVONE

PRIMO dei grandi romanzi dostoevskiani della maturità, Delitto e castigo (1866) apparve a distanza di pochi mesi dalle Memorie dal sottosuolo , breve (ma sconvolgente) romanzo in cui Dostoevskij aveva operato una svolta decisiva non solo sul piano estetico, bensì anche nel modo di concepire la vita. Se fino a quel momento l’uomo gli era sembrato più uno sventurato che un colpevole, ora egli esercita su di lui quel peculiarissimo “talento crudele” fino ad allora celato fra le righe dei suoi scritti precedenti. E scopre che tutto, nel cuore dell’uomo, è ambiguità e contraddizione.

Il protagonista di Delitto e castigo è un giovane studente, Rodja Raskol’nikov, ossessionato da un’idea che fa di lui un autentico uomo del sottosuolo. L’idea è la seguente: uccidere una vecchia usuraia la cui vita non vale più di quella di un pidocchio o di uno scarafaggio per derubarla e mettere il suo oro “al servizio dell’umanità”. Dove, se non nel sottosuolo dell’anima, e cioè nei suoi meandri più fangosi, può trovare spazio e ascolto un pensiero tanto ributtante?

Raskol’nikov ne è perfettamente consapevole. «E’ mai possibile che mi sia venuto in mente un orrore simile?». Ma proprio questo è il punto. Per Raskol’nikov si tratta non tanto di un ragionamento e del sofisma che vi è contenuto, ma di una prova di forza con se stesso. Egli vuol dimostrare di essere un uomo superiore. E cioè di saper padroneggiare un più che giustificato sentimento di disgusto per collocarsi fuori del gregge, al di là del bene e del male. La morale utilitaristica, che tollera il male se a fin di bene, non è che il pretesto d’una liquidazione della morale in nome dell’arbitrio più assoluto.

Perciò Raskol’nikov va, e uccide la vecchia, poi, incidente non previsto, anche la sorella di costei. A muoverlo non è la convinzione che l’omicidio possa essere moralmente giustificato. E’ una specie di volontà di potenza, la sua – e non a caso Nietzsche crederà di riconoscere nei personaggi dostoevskiani dei “fratelli di sangue”. In questa sfera non c’è altra regola che non sia quella per cui importante è agire, «fare assolutamente qualcosa, ma subito, alla svelta… prendere una decisione, una qualsiasi… oppure accettare docilmente il destino così com’è, rinunciare». Poco importa se questa decisione nasconde un’oscura pulsione di morte.

Ma Raskol’nikov, vero e proprio “uomo misto”, come Dostoevskij chiama quelli come lui, non è tanto lo spirito forte che vorrebbe essere, quanto l’anima in pena che effettivamente è: infatti nasconde un grande bisogno di tenerezza e di amore e soprattutto prova rimorso. Al punto che il suo delitto gli ricade addosso come il peggior castigo. E anzi come l’inferno della mente e del cuore. Ma anche come il possibile incontro «con una nuova realtà, prima completamente sconosciuta». La realtà del pentimento e dell’espiazione.

Di ciò Dostoevskij nulla dice. Il romanzo finisce qui, sulla soglia di un mondo soltanto accennato. Sollevando però una questione intorno a cui ruoteranno tutti i suoi romanzi successivi, da L’idiota ai Demoni , da L’adolescente ai Fratelli Karamazov . Che cos’è questa realtà completamente sconosciuta? Che cos’è pentimento, che cos’è espiazione?

Il pentimento e l’espiazione sono l’asse intorno a cui la coscienza del male ruota su di sé e libera l’uomo dalla logica infernale che l’imprigiona. Questa torsione è già tutta implicita nella vicenda di Raskol’nikov. Il quale per un verso deve fare i conti con quel tratto apparentemente irredimibile del suo carattere che è la sua superbia “diabolica” e “satanica”, per l’altro vede schiudersi un’estrema possibilità di salvezza dal profondo della più cupa disperazione. Ed è un conflitto reale, aperto. Circa il suo esito, Dostoevskij si limita ad accennare alla sua soluzione in termini di speranza.

Che dal male possa venir fuori il bene non è il prodotto di una dialettica necessaria, ma un dono gratuito, un miracolo. Di chi, a chi? Di chi non sappiamo. Invece sappiamo a chi: e cioè a colui che si fa umile abbastanza per riconoscersi colpevole. Ma tutto ciò rischia di trasformarsi nel caso di Raskol’nikov in un’aggravante che potrebbe perderlo definitivamente. Non avendo saputo liberarsi dal sottosuolo con un gesto che facesse di lui un superuomo, Raskol’nikov è tentato di rituffarsi in esso con rabbia e disperazione. Quasi che questi sentimenti potessero surrogare la sua impotenza. E valere come una paradossale espressione di forza.

Solo l’umiltà può salvarlo, come intuisce Sonja, la prostituta che lo ama infinitamente di più di quanto lui non sappia riamarla. Ma non è detto che ciò avvenga. Anzi, lungo tutto il corso del romanzo, Raskol’nikov sembra destinato a soccombere al proprio demone. E c’è stato chi non senza ragione si è chiesto se Dostoevskij davvero sapesse fin dall’inizio dove intendeva condurre Raskol’nikov: se nel pozzo dell’autodistruzione o dove l’anima fa quell’esperienza di perdono che è l’esperienza più consolante che un’anima possa fare. Del resto altri personaggi dostoevskiani visitati dal male e dalla colpa come Raskol’nikov non trovano un varco verso l’impossibile liberazione altrimenti che nella follia, come Ivan Karamazov, o nel suicidio, come Stavroghin.

Dostoevskij sosteneva di avere occhi capaci di guardare “in entrambi gli abissi”. E così fa con Raskol’nikov, che può essere sia salvato sia condannato dalla sua doppiezza. Quando si esalta, è umiliato e viceversa quando si umilia è esaltato. Ma Dostoevskij non dice qual è l’ultima parola su di lui. Si riserva di farlo “in un altro racconto”.

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