Sergio Givone – Dalla vita alla vita

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Il Messaggero, 09.04.2005

Dalla vita alla vita 

di SERGIO GIVONE

 

UN RITO alto e solenne, per celebrare, nella morte del Papa, la maestà della morte. Quasi che la persona del defunto, per quanto grande, non fosse poi così importante di fronte al mistero che riguarda ogni essere umano. E il Papa non fosse più il Papa, ma un uomo come tutti. “Accogli, o Signore, questo tuo servo…”, hanno ripetuto i celebranti. Del resto il Papa stesso nel suo testamento ha lasciato scritto: “Ognuno deve tener presente la prospettiva della morte. E deve essere pronto a presentarsi davanti al Signore e al Giudice, Redentore e Padre”. In piazza San Pietro non la morte del Papa ma la maestà della morte sovrastava gli astanti e, attraverso i mezzi di comunicazione, distendeva la sua ombra sul mondo. Certo, al di là della commozione, non pochi saranno stati colti da profondo turbamento. Che cosa c’è di più sconcertante dell’idea che la morte abbia una sua maestà che impone a ciascuno di inchinarsi ad essa? Non è forse stata sconfitta una volta per tutte dalla risurrezione di Cristo? Che cos’altro è la morte, per chi ha fede nella risurrezione, se non un passaggio dalla vita alla vita, dalla vita terrena alla vita eterna?  Eppure la liturgia cattolica, di cui ieri le esequie papali hanno offerto un esempio sublime, invita tutti a sostare presso la morte, anziché a cancellarla frettolosamente, come se la risurrezione fosse un colpo di spugna sulla debolezza e sulla finitezza dell’uomo. La liturgia, che è anzitutto memoria e dunque presa di coscienza, dice: la risurrezione c’è, deve esserci, e come afferma San Paolo se non ci fosse sarebbe vana tutta la nostra fede, ma anche la morte continua ad esserci. Morire è prendere congedo; chi muore, anche se è ancora con noi, sia pure in altra forma, però ci lascia, come ben sa chiunque ha perso una persona cara. La quale, morendo, dolorosamente non è più qui, anche se accompagnerà e abiterà ancora le nostre vite. Lo stesso Risorto nei Vangeli appare ai discepoli come chi deve tornare alla casa del Padre: “E’ bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò”. Ripetendo le parole di Simeone, poco prima della sua morte Giovanni Paolo II aveva chiesto al Signore di “lasciar partire il suo servo”. Per i cristiani il senso della risurrezione deve essere ritrovato nel cuore della morte, senza conceder nulla all’illusione che la morte non ci sia più. Al contrario di quanto accade, va sempre ricordata. E perciò bisogna sostare presso di essa. Come Dio stesso ha fatto. Nel Credo i cristiani ricordano che il Figlio di Dio “patì e fu sepolto” e solo dopo tre giorni “è risuscitato”. Da notare inoltre che il rito funebre cui ieri abbiamo assistito, chi direttamente chi in televisione, è stato predisposto e approvato in quella forma ben sette anni fa da Giovanni Paolo II, in modo che vi fosse sottolineata la centralità della Croce e quindi la compresenza e l’indissolubilità di morte e risurrezione. Secondo il cristianesimo la Croce è un simbolo eterno della condizione umana. Non un simbolo che ci si possa lasciare alle spalle quando la condizione umana non fosse più quella che è: mortale.  Solenne, quel rito, come la maestà della morte richiedeva, ma anche semplice e per certi aspetti umile, come voluto dal Papa. Il cui corpo giaceva in una bara di legno comune. E sopra la bara il libro dei Vangeli, che il vento sfogliava e risfogliava. Come a ribadire quel nesso misterioso che lega l’assoluto e il contingente, le certezze della fede e la fragilità di ogni cosa umana. Se è vero infatti che i Vangeli contengono “parole di vita eterna”, è anche vero che i Vangeli non pretendono di dimostrare niente, ma semplicemente annunciano la “buona novella”, si limitano a raccontare qualcosa che è accaduto, chiedono di prestare ascolto ai testimoni: che c’erano e non ci sono più. Proprio come lasciavano intravedere e sembravano volerci dire quelle pagine deposte su una bara e rigirate dal vento.

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