Sergio Givone – Contro il nichilismo, torniamo alla metafora

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Avvenire, 09.06.1999

Contro il nichilismo, torniamo alla metafora

di SERGIO GIVONE

 

Che tipo di esperienza facciamo quando incontriamo la bellezza o abbiamo a che fare con il mondo delle emozioni artistiche? Si tratta di qualcosa di piacevole ma irreale e comunque non rilevante sul piano della verità oppure di qualcosa che è per così dire più vero del vero, nel senso che attraverso il gioco e la finzione attingiamo dimensioni profonde e rivelatrici? Sono queste le domande che si pongono quando ci si interroga sui fondamenti dell’estetica.
Dunque, non è materia di un vano contendere filosofico. De re nostra agitur. Ne va di noi. Tutti: filosofi e non filosofi, visto che non c’è chi non debba fare i conti con quella forma di sensibilità (l’aisthesis, appunto) che è un’antenna preziosa e insostituibile nel labirinto dell’esistenza. A distanza di tanto tempo, lo scontro che vide protagonisti nei primi anni Cinquanta da una parte Bontadini e dall’altra Stefanini non ha perduto della sua attualità. A Stefanini la posizione di Bontadini non poteva che risultare inaccettabile. Variabile indipendente rispetto alla metafisica, ecco come Bontadini aveva definito l’estetica. Come dire: l’estetica, e quindi l’arte e il bello, non hanno la loro radice ultima nell’essere. E se non ce l’hanno, non possono certo pretendere di rivelarne il senso, di dirne gli enigmi e le meraviglie, di gettare luce sul mistero dell’essere. Donde la separazione di estetica e metafisica. Precisamente quella separazione che Stefanini aveva contestato in tutti i modi. E nella quale aveva visto l’errore principale della filosofia moderna. Secondo Stefanini separare estetica e metafisica comporta due conseguenze opposte e simmetriche. Da una parte l’essere, privato del suo tratto più vivo, si fa vuota astrazione, e la metafisica, che è la scienza dell’essere, perde il contatto con la realtà umana. Dall’altra l’esperienza artistica si svuota di qualsiasi valore ontologico, non dice più l’assoluto e l’eterno, ma solo l’effimero, il contingente, l’insignificante. E questo, chiede Stefanini tra le righe (e neanche tanto tra le righe) che Bontadini vuole? Non si avvede Bontadini che la sua pretesa di preservare la metafisica dalla contaminazione con l’estetica la condanna a «inaridirsi», a perdersi, a farsi cosa morta?
Perciò Stefanini ribadisce la necessità di rifondare l’estetica accordandola alla metafisica. Altrimenti non resta che il nichilismo. Quel nichilismo cui porta non solo l’estetica (tipicamente moderna) che non sa più che farsene della metafisica ma anche la metafisica (classica o presunta tale) che pretende di fare a meno dell’estetica. Ma davvero l’alternativa non è se non tra nichilismo e rifondazione metafisica dell’estetica? È questa, credo, la questione che quel lontano dibattito rilancia. E ripropone a noi, che nel frattempo il nichilismo, volenti o nolenti, abbiamo attraversato. Ebbene, che l’estetica moderna si sia venuta costituendo su base anti-metafisica, è un fatto. L’arte e il bello, ci ha insegnato Kant, non hanno a che fare con l’essere, con la realtà, bensì unicamente con l’apparenza.
L’estetica non ci dice come stanno effettivamente le cose. Di ciò si occupa la scienza, sul piano fenomenico. O la morale, sul piano dell’invisibile. No, l’estetica non tratta se non delle nostre reazioni soggettive al mostrarsi di qualcosa. Nondimeno – è sempre Kant che parla – io esigo che quel che vale per me debba valere anche per gli altri. L’esperienza estetica pretende di valere universalmente. Paradosso dell’estetica: l’universalità, il valore di verità ha luogo proprio nell’apparenza in quanto apparenza! E se provassimo a pensare l’alternativa di metafisica e nichilismo alla luce di questo paradosso? Se finalmente riconoscessimo che arte e bellezza ci parlano di noi e ci fanno incontrare con noi stessi come non accade in altre forme di esperienza? Se prendessimo sul serio l’affermazione che il senso dell’essere non ci è dato se non per speculum et in aenigmate? Allora non avremmo più ragione di tenere a distanza l’estetica. Ma forse non sentiremmo neanche più bisogno di darne una fondazione metafisica.

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