Sergio Givone – Con lui per vedere più in alto

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Il Messaggero, 07.04.2005

Con lui per vedere più in alto

di SERGIO GIVONE

 

Espressa nel modo più diretto, la domanda è: che cosa spinge milioni di persone ad affrontare una fatica così improba e un disagio così grave per rendere omaggio alle spoglie mortali del Pontefice? Ore e ore di coda, sotto il sole già caldo o nel freddo della notte. Il rischio di un malore. Sacrifici piccoli e grandi. Perché tutto ciò? Si può esaminare la questione da diversi punti di vista, naturalmente, come del resto vien fatto sulle colonne di questo giornale. Per esempio cercando nella psicologia degli individui le motivazioni latenti di decisioni a forte carica emotiva. Oppure chiedendosi quali sono le leggi che governano i comportamenti sociali di massa. Ma qui vorrei tentare un’altra strada. E considerare il fenomeno per quello che è, non per quello che eventualmente nasconde.
Queste persone si recano al tempio per incontrare ciò che il tempio conserva nel suo cuore, nel suo “sacello”. Ossia quel che resta del Papa. Ma per incontrare anche quel che il corpo del Papa è diventato con la sua morte: un simbolo. Per la precisione, un simbolo che tiene insieme (simbolo significa per l’appunto ciò che tiene insieme) l’umano e il divino. Tutte queste persone vogliono avvicinarsi e quasi toccar con mano questa prodigiosa coincidenza degli opposti. Che cosa c’è di più fragile e di più umano del corpo di un uomo che è morto? Ma non è forse vero che proprio su questo corpo esposto in San Pietro par di scorgere l’ombra del divino?
Un rito antico e perenne, dunque. Tempio, va ricordato, deriva da temenos , che significa linea di demarcazione, e quindi recinto, ma anche, volendo, transenna. Ed è di transenna in transenna che la gente si avvicina all’ultima soglia, dove a chi ha compiuto l’intero percorso è dato di affacciarsi su un’immagine sacra che è come una promessa di eternità o di salvezza. Nei templi greci quest’immagine sacra era il simulacro della divinità. Nel tempio di Gerusalemme era l’arca dell’alleanza. Nella Kahba della Mecca è la pietra nera. Nelle chiese ortodosse è l’iconostasi. Oggi in San Pietro le spoglie del Papa hanno per i fedeli il valore di un’immagine sacra che simboleggia l’unione dell’umano e del divino.
Perciò la gente in questi giorni a Roma non fa che ripetere un rito che si ritrova in tutte le religioni. E che è anche un rito di purificazione. Impossibile avvicinarsi al sacrario se non dopo essersi liberati via via dei molti pesi che opprimono l’anima. Anticamente ciò avveniva secondo prescrizioni rigorose. Chi saliva gli scalini del tempio era letteralmente tenuto a spogliarsi delle vesti usuali. In base all’idea che, solo abbandonando quanto ciascuno porta con sé di impuro e di inessenziale, fosse possibile entrare in contatto con l’immagine sacra. Fino a stabilire una vera e propria comunione con ciò che l’immagine rappresentava. Se oggi nessuno si spoglia più in senso letterale, è probabile che molti lo facciano in senso metaforico.
Non sembra azzardato supporre che siamo di fronte a un rito collettivo di purificazione. Ma anche a qualcosa che va oltre questo tipo di ritualità. E che ci riguarda in quanto abitatori di un mondo largamente secolarizzato. La desacralizzazione ci ha precipitati in un doppio vuoto. Non sappiamo più come confrontarci con la morte tant’è vero che la morte è cancellata, rimossa. E tantomeno sappiamo come rapportarci alla trascendenza. Accade però che la morte di un uomo, in questo caso il Papa, ci costringa a guardare non solo la morte ma anche al di là della morte. Come stupirsi allora se la gente accorre là dove per una volta l’umano e il divino sono tornati a incontrarsi? Davvero saremo così ciechi da confondere un evento del genere con una forma di superstizione? Non dovremmo invece rivedere molte delle categorie correnti con cui interpretiamo l’epoca attuale?

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