Sergio Givone – Come sconfiggere i demoni del male

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Il Messaggero, 14.03.2004

Come sconfiggere i demoni del male

di SERGIO GIVONE

UOMO senza volto per definizione, il terrorista è però in grado di indossare qualsiasi maschera. Si pensi alle ragioni che stanno alla base del suo gesto omicida. Queste presunte ragioni possono essere scopertamente insensate e folli. Oppure possono ammantarsi d’una qualche idealità e giustificatezza. Ma tanto in un caso quanto nell’altro esse appaiono intrise di una perfetta impostura. Tali che nessun essere umano potrebbe sostenerle faccia a faccia davanti a un altro essere umano, a meno che costui non sia un suo complice. Per farlo deve nascondersi dietro astratte affermazioni di principio. Mettersi in maschera, appunto.

Lo aveva intuito Dostoevskij centoquarant’anni fa, quando il terrorismo era allo stato nascente; perciò non stupisce che si ricorra a lui ancora oggi, come ha fatto recentemente André Glucksmann nel suo Dostoevskij a Manhattan . I “demoni” dostoevskiani sono tutto e il contrario di tutto. C’è il mistico Šatov, posseduto fino al parossismo da una fede messianica nel destino della Russia. C’è il gelido Petr Verchovenskij, che sacrifica al suo dio, il potere, qualsiasi residuo di umanità. C’è il pazzoide Lebedev, con le sue sgangherate utopie. E c’è Stavroghin, filosofo sperimentale, che osserva e tratta gli altri come un entomologo tratta gli insetti in laboratorio. Li accomuna il fatto che per loro la vita non conta nulla. L’idea, invece, tutto. Perciò sono pronti a togliere (e a togliersi) la vita con totale indifferenza. In nome di un’astrazione che li ossessiona, in nome di un’idea.

Se guardiamo ai demoni dei nostri giorni, scopriamo che il tratto essenziale del terrorismo è sempre lo stesso. Solo chi è convinto che la vita (la propria e l’altrui) sia niente, e l’idea sia tutto, può seminare ordigni esplosivi tra la gente, scagliare un aereo contro un grattacielo, farsi saltare in un supermercato o in un autobus (oppure, come lo Šatov di Dostoevskij, tirarsi una rivoltellata perché talmente convinto della bontà della sua idea che la morte gli è indifferente). Non importa che gli autori di questi atti siano studenti di buona famiglia o miserabili che non hanno nulla da perdere oppure persone sconvolte dalle condizioni in cui sono costrette a vivere. Importa che costoro abbiano oltrepassato la soglia al di là della quale la realtà più propriamente umana, fatta di nomi, volti, storie, è dileguata e al suo posto non ci sono che i principi e le astrazioni.

Come questo avvenga, non sappiamo. Se attraverso una lenta e macabra anestesia spirituale che fa di una persona un automa. O se in forza di una perversa alchimia dei sentimenti che trasforma la disperazione in una specie di estasi, l’angoscia in gioia sacrificale, lo sgomento e il panico in una certezza d’ordine superiore. Manca oggi un Dostoevskij che ci accompagni in questa discesa infernale. Dal buio e dal profondo vediamo però levarsi i fantasmi e la loro volontà d’annientamento. E benché non fossimo lì, l’acre odore del fuoco e del sangue ristagna anche nelle nostre narici, l’indicibile silenzio ronza anche nelle nostre orecchie, gli occhi spalancati sull’orrore sono anche i nostri.

Questo è il nostro sapere. Solo questo povero sapere che dice: no, la vita non deve essere offesa, per nessuna ragione. Lo chiedono quei morti, quei feriti, lo chiedono i loro parenti e amici. Lo chiediamo noi. Prima e al di là di qualsiasi ragione. In questo momento non c’è ragione del terrorismo che non appaia un’orribile maschera. Ciò non significa naturalmente che sia irrilevante stabilire se i responsabili appartengono all’Eta oppure ad Al Qaeda o ad altri gruppi ancora. Il terrorismo deve essere non solo deplorato, ma combattuto. Per combatterlo è necessario individuare esecutori, mandanti, strategie. E guai se la verità fosse occultata per motivi politici. E in proposito va dato atto al governo spagnolo di aver annunciato tempestivamente ieri sera l’arresto dei marocchini e degli indiani sospettati di essere legati alla cellula che a Madrid ha ucciso giovedì 200 persone.

Eppure, quando ci diranno chi sono i colpevoli, e magari sentiremo la minaccia anche più vicina, o, chissà, tireremo un respiro di sollievo pensando che la cosa non ci riguardi più di tanto perché è cosa d’altri, la nostra battaglia sarà già stata persa se non avremo saputo dire no, incondizionatamente, anticipatamente. Quel no a cui ieri questo giornale ha dato voce nel titolo di prima pagina. No, il terrorismo non deve essere. No, la vita non deve essere offesa. Il resto viene dopo.

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