Sergio Givone – Chi uccide il diritto alla salute

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Il Messaggero, 28.05.2005

Chi uccide il diritto alla salute

di SERGIO GIVONE

La notizia è di quelle che prendono allo stomaco. In uno dei maggiori ospedali di Napoli un paziente grave si è visto chiedere dei soldi per accelerare i tempi di un intervento urgente e non procrastinabile. Autore dell’abietta estorsione lo stesso primario. Il quale evidentemente ha ritenuto di poter trasferire all’interno di un ospedale le regole che governano il mondo della malavita: se vuoi salva la vita, devi pagare. Episodi come questo, purtroppo, non sono isolati, e semmai c’è da temere che solo una piccola parte di essi venga alla luce, dal momento che di fronte alla morte si è troppo deboli e troppo ricattabili per trovare la forza di denunciare il sopruso. Quanti piegano il capo? Nessuno può dirlo. Ma il dubbio resta e distende la sua ombra sulla vicenda, rendendola perfino più inquietante e amara.
Come non provare indignazione? Però serve a poco. Il rischio anzi è di far della retorica. Certo, qui la morale è oscurata al punto che resta solo da chiedersi: ma che uomo è questo? Eppure c’è dell’altro. Qualcosa che rende l’accaduto perfino più sconcertante e inaccettabile. Tanto da costringerci a vedere in esso i sintomi di una patologia che riguarda la società in cui viviamo e non soltanto la coscienza degli individui. Il fatto è che un episodio del genere trova la sua origine e la sua perversa giustificazione in una diffusa complicità ambientale.
Se un medico può far scorrere i malati nelle liste d’attesa a suo piacimento, ciò vuol dire che chi le compila e le controlla agisce arbitrariamente su di esse. E se non c’è trasparenza, tutto è possibile: che passi avanti non chi ha più diritto ma chi dispone della raccomandazione giusta, che trovi posto non chi ne ha assolutamente bisogno ma chi ha trovato il modo, e insomma che per essere operati si debba pagare. Inevitabile il formarsi di piccoli o grandi centri di potere che agiscono parallelamente. E’ con quelli che bisogna fare i conti. E’ da quelli che vengono prese le decisioni in cui ne va della vita e della morte.
Fenomeno, questo, che penetra sempre più diffusamente in tutti gli strati della vita sociale (e infatti fioriscono le lobbies, sempre più esibita è l’appartenenza a questo o a quel gruppo, ecc.), ma che nel caso dell’assistenza medica si scontra col dettato costituzionale del diritto alla salute. Poiché la salute è un bene non negoziabile, il diritto alla salute di chiunque deve essere tutelato allo stesso modo, senza alcuna considerazione di merito sulle persone. E quindi indipendentemente dalle condizioni economiche dei singoli. Ma indipendentemente anche dai rapporti privati che i singoli hanno con le strutture pubbliche.
Viviamo in uno strano Paese. Il principio del diritto alla salute è espressione di un’alta civiltà. Basta confrontare le nostre leggi in materia con la giurisdizione di altri Paesi. Ad esempio quella degli Stati Uniti. Dove è il cittadino a doversi tutelare da sé. E dove può accadere che il medico sia licenziato per aver accolto in ospedale dei pazienti, magari gravi, senza aver prima accertato la loro solvibilità economica. Se da noi il caso del medico di Napoli appare moralmente inaccettabile, oltre che ripugnante, è grazie alla civiltà giuridica in cui si inquadra. Ma poi di questa grande civiltà giuridica non sappiamo essere all’altezza. E infatti ogni occasione è buona per aggirare le leggi. Una convinzione profonda e inestirpabile ci accompagna. Che per raggiungere i nostri scopi, quali che siano, importante sia la protezione giusta, la conoscenza giusta. E questo significa: piegarsi al potere di chi ce l’ha, anche se questo potere è arbitrario e ingiustificato.
Accade così, com’è accaduto a Napoli, che le regole del mondo che sta in basso, regole malavitose, sostituiscano le regole del mondo luminoso del diritto. Il risultato è un crimine.

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