Sergio Givone – Che cosa significa essere oggi illuministi?

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La Repubblica, 02.01.2001

La ragione sul rasoio

Che cosa significa essere oggi illuministi?

di SERGIO GIVONE

 

L’articolo di Sergio Givone, che qui pubblichiamo, prende spunto da un intervento di Eugenio Scalfari uscito su queste pagine il 3 dicembre scorso con il titolo “I lumi del nostro secolo non sono più di moda”. Il fondatore di Repubblica si soffermava sul libro di Isaiah Berlin, Controcorrente, criticando in quella raccolta di saggi l’assenza di un’adeguata riflessione sull’illuminismo, sostituita da una lettura piuttosto caricaturale. Sulle stesse questioni sono successivamente intervenuti Franco Volpi (“I lumi e l’ombra lunga di Nietzsche”, pubblicato l’8 dicembre) e Sebastiano Maffettone (“Le idee scettiche e i lumi di Scalfari”, uscito il 30 scorso). L’altro ieri la Repubblica ha ospitato un commento di Umberto Eco dal titolo “La forza del senso comune”. Nel suo intervento su Repubblica dello scorso 31 dicembre, Umberto Eco sosteneva con ottimi argomenti che l’illuminismo in fondo è un modo ragionevole di ragionare e che buon illuminista è chi crede che «le cose vadano in un certo modo». Poiché ritengo che si possa affermare, senza tradire lo spirito dell’illuminismo, che le cose vadano in un certo modo ma potrebbero andare anche in un altro, vedo di spiegarmi partendo da lontano. Una volta c’erano i «poeti teologi», sosteneva Giambattista Vico. Non sapevano come stessero effettivamente le cose. Ma dovevano rispondere a domande piuttosto impegnative del tipo: che ci facciamo noi qui? chi ci ha messo in questa buia selva dove ciascuno è nello stesso tempo cacciatore e preda? e come uscirne, posto che sia possibile? Mica facile rispondere. Ma loro ci provavano. Cercavano segni ovunque. E li trovavano. Tutto gli appariva animato da forze misteriose, tutto gli parlava. Ne ricavavano un sapere fasullo fin che si vuole, ma in grado di portare alla luce significati nascosti e tutt’altro che insensati. Al punto da poterci edificare sopra un sapere, e sopra questo sapere una vita più degna e meno bestiale. Poi sono arrivati i «famuli». Ossia i servi, i lavoratori. I quali avevano il compito di soddisfare i bisogni materiali dei loro padroni. Per fare questo ritenevano inutile (e come dargli torto?) contemplare le profondità dei cieli, elevare altari, inventarsi simboli e geroglifici e poi decifrarli. Meglio guardarsi intorno. Cercar di capire come funzionano le cose. E agire di conseguenza. Se poi tutto ciò svuota il mondo del suo incanto e dei suoi irrisolvibili enigmi, che importa? Non c’è chi non veda i vantaggi che se ne ricavano. A cominciare dal fatto che l’esistenza su questa terra si fa meno dura, meno dolorosa, soprattutto meno paurosa. Lo schema di questo percorso indicato dal grande filosofo napoletano appare ormai un luogo comune della modernità. Dal mito al logos. Da un’età in cui dominano violenza e autorità a un’età in cui la ragione si fa strada, sia pure faticosamente, e impone la sua legge. Non è questo il cammino dell’umanità, magari segnato da ricadute e deviazioni, ma riconoscibile come un filo rosso nella confusa trama dei secoli e come la sola vera speranza per l’uomo? Pazienza se ciò comporta la rimozione del trascendente. Per di lì bisogna passare. Ma il primo ad avere dei dubbi in proposito sarebbe lo stesso Vico. Per lui non si tratta tanto del passaggio dall’età della superstizione all’età della ragione quanto dell’opposizione di due diverse modalità linguistiche che si fronteggiano e si contraddicono. Se in uno specchio d’acqua i poeti teologi vedono divinità lacustri a custodire qualcosa come l’origine della vita e il suo senso inafferrabile e meraviglioso, diciamo pure divino, certamente vedono qualcosa che non c’è. Ma diremo che mentono? O non diremo piuttosto che il giorno in cui delle loro visioni non ne fosse più nulla noi saremmo un po’ più ciechi? Viceversa, se nello stesso specchio d’acqua i famuli riconoscono l’elemento fondamentale di cui siamo fatti e procedono alla sua analisi, magari con lo scopo di verificarne la potabilità, non li rimprovereremo certo di scarsa sensibilità religiosa. Anche se per fare quello che fanno devono dimenticarsi di naiadi, silfidi e compagnia bella. Insomma, quella vichiana non è una concezione progressiva, bensì drammatica della storia, visto che oscilla fra saperi in conflitto e non mediabili. All’uomo è data sempre e soltanto una parte della verità, mai la verità tutt’intera, e la parte che gli è data, gli è data a prezzo dell’altra. O la verità mitopoietica così simile alla menzogna, ma la sola in grado di dire qualcosa sull’insondabile mistero che ci avvolge, oppure la verità della scienza e della tecnica, così vera, ma così indifferente all’umano. Che poi Vico, pensatore cristiano, prospetti per la fine dei tempi una conciliazione delle due prospettive, quando l’uomo parlerà la lingua che Dio ha usato per creare il mondo e quindi la verità gli sarà rivelata pienamente, ebbene, questo tratto del suo pensiero (che pure avrebbe suscitato l’interesse di Walter Benjamin) complica ulteriormente il quadro. Chi sarebbe disposto oggi a condividere tale fede? Qualcuno si sarà domandato a questo punto che cosa c’entra il discorso fin qui svolto con il dibattito sull’illuminismo aperto da Scalfari. C’entra. Intanto val la pena di ricordare che il progetto illuminista, qual è possibile ricavare dall’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert il cui sottotitolo non a caso è Dizionario delle scienze, delle arti e dei mestieri, risponde a una doppia esigenza: diffondere un sapere tecnicoscientifico e contrastare un sapere tradizionale giudicato retrivo, mitologico. Evidente il nesso tra questi due aspetti. E come non ammettere che il modello di conoscenza privilegiato finisce col diventare esclusivo di tutti gli altri e anzi si costituisce sulla base della loro confutazione? Come non notare, qui, un nodo irrisolto? Sia come sia, qualcosa non ha funzionato nel progetto illuminista. Difficile non essere d’accordo con Scalfari quando osserva, sconfortato, che di illuminismo ce n’è ben poco in giro. In compenso trionfano le credenze tribali, i fanatismi, le più buie ossessioni di morte. Con l’inesauribile spinta distruttiva che accompagna tutto ciò. A illuminare il mondo sembra non esserci altro che la televisione, sappiamo con quali risultati. E’ il mondo a cadere dentro l’apparato mediatico. E a restarne ostaggio. Aveva visto giusto Gunther Anders. «In principio era la televisione, il mondo è venuto dopo, per essere mandato in onda». Se però Norberto Bobbio avverte che a essere minacciata è la democrazia, quando media e potere coincidono nello stesso soggetto, può accadere che i filosofi facciano spallucce. E tuttavia… Resta da porre la questione più spinosa. Vale a dire: perché, dopo aver imboccato la strada che avrebbe dovuto condurci nella terra della ragione illuminata, siamo venuti a trovarci da tutta un’altra parte? S’è trattato semplicemente d’un errore, d’uno sviamento, come di chi, essendosi fermato ad ascoltare le sirene dell’irrazionale ne è stato sedotto e travolto? O è la stessa mappa dell’illuminismo a condurre dove l’illuminismo mai e poi mai avrebbe immaginato? Non solo. Ma c’è la lezione di Horkheimer e Adorno. E se l’avessimo messa troppo affrettatamente da parte? Siamo sicuri che i due francofortesi esagerassero quando avvertivano che nella terra della ragione illuminata brilla un sole di sventura? Dialettica dell’illuminismo. La stessa che qualcuno aveva creduto di scorgere in atto nella rivoluzione francese, che dell’illuminismo è figlia. O preferiamo credere che la rivoluzione finisce nel terrore non in base a una sua precisa logica, anzi, dialettica, ma solo perché ai giacobini è scappata la mano? L’eredità dell’illuminismo è in queste domande. Guai prenderle a pretesto per una sua liquidazione sommaria. L’illuminismo resta per noi qualcosa di necessario e di irrinunciabile. Anche se, nel momento in cui lo riconosciamo, non possiamo non prendere atto dei suoi limiti e delle sue contraddizioni. Infatti anche ciò che l’illuminismo rimuove è per noi qualcosa di necessario e irrinunciabile. Perciò, se infine ci chiediamo che cosa significhi per noi essere illuministi, risponderei parafrasando Croce: non è possibile non esserlo. Ma esserlo comporta, da una parte, fare i conti con la nostra storia, magari impietosamente. E dall’altra, come propone Isaiah Berlin, prendersi cura (che sia questa la pietà del pensiero?) di ciò che è rimasto nascosto nelle pieghe di una storia altra ma non meno nostra.

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