Sergio Givone – Bungalow o capanna ma lo stesso destino

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Il Messaggero, 29 Dicembre 2004

Bungalow o capanna ma lo stesso destino

di SERGIO GIVONE 

Perfetta metafora di un destino che ci accomuna tutti o lama tagliente che separa gli uni dagli altri anche nelle sciagure più terribili? Il maremoto che ha sconvolto l’Oceano Indiano suscita fra i tanti un interrogativo come questo, un interrogativo che ha un’intonazione etica se non addirittura metafisica.
L’immane massa d’acqua che si è gonfiata sopra lagune di puro cristallo e sotto un lucente cielo di cobalto, abbattendosi sulle coste dello Sri Lanka, della Thailandia, delle Maldive, dell’Indonesia e del Corno d’Africa, era ovunque la stessa. Così come identiche sono state le modalità della devastazione. Un bambino che era lì ha trovato le parole per dirlo meglio di chiunque altro. Improvvisamente quel mare incantevole e dolce ha preso le sembianze di un mostro ed ecco, prima ancora che si potesse capire che cosa stesse accadendo, ha fatto irruzione fra le case e le persone, le ha afferrate, le ha risucchiate in un vortice di morte. Nessuna differenza fra le abitazioni dei ricchi e le abitazioni dei poveri e dei miserabili, fra i leziosi bungalow turistici e le catapecchie, fra le limousine e i trabiccoli, e soprattutto nessuna differenza fra i ricchi e i poveri, fra i villeggianti e coloro che sono al loro servizio. Tutto sta nel segno della fine incombente. Specie di versione moderna e attualizzata di un’antica danza macabra o d’un barocco trionfo della morte.
E’ però sufficiente guardare un po’ più da vicino, perché le differenze saltino agli occhi. Una in particolare. Ed è che a trar fuori i turisti dal paradiso rivelatosi un inferno ci sono gli aerei che li riportano a casa. Invece gli abitanti dei paesi colpiti dal sisma sono come ricacciati nella condizione da cui si erano appena sollevati: miseria ancestrale, un’esposizione senza difese a una natura solo apparentemente benigna e, come già va profilandosi, la concreta minaccia di epidemie. Il velo dell’illusione, che per brevi stagioni aveva fatto partecipi della stessa festa gli uni e gli altri, si è crudelmente lacerato, e ci fa vedere come stanno le cose. Da una parte il mondo di coloro che tornano e dall’altra il mondo di coloro che restano. Di colpo le immagini patinate che simulano incontri esotici fra chi sta da una parte e chi sta dall’altra appaiono per quel che sono: mere finzioni turistiche. Né bastano a colmare questa distanza le organizzazioni umanitarie, sia istituzionali sia non governative, le quali si sono (molto lodevolmente) attivate per prestare soccorso, ma che nulla possono di fronte alle più scandalose sperequazioni fra primo, secondo e terzo mondo.
Che dire, allora? Forse, è giusto dire entrambe le cose. E cioè: il destino degli uni non è il destino degli altri, ma nondimeno resta vero che il destino degli uomini è comune.
No, il destino dei turisti non è il destino dei disperati della terra. Molto opportunamente ieri su queste colonne Giosuè Calaciura parlava della contraddizione insostenibile fra disperazione e villeggiatura e scriveva “destini”, al plurale, e non destino, al singolare. Un conto infatti è l’avventura del nostro connazionale che, appena sceso da un aereo atterrato nella notte alla Malpensa dalle Maldive, esprimeva sollievo per lo scampato pericolo ma anche rammarico per la vacanza che, ahimé, “se n’era bell’andata”. E un conto è la storia crudele di chi in televisione non ha potuto esibire altro che la propria irredimibile sventura.
Eppure il destino degli uomini è lo stesso. A ricordarcelo è precisamente una catastrofe come quella cui stiamo assistendo. Certo, il rischio è di cadere in quella esecrabile retorica che facendo leva su sentimenti di solidarietà umana di fatto copre e mantiene divisioni, privilegi, supponenza e arroganza. Però il giorno in cui la coscienza della nostra comune condizione mortale fosse oscurata al punto da non farci vedere nel volto dell’altro il nostro stesso volto, o almeno un’ombra di esso, quel giorno dovremo temere che non ci sia più speranza per nessuno.

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