Sergio Givone – Attenti al mito della natura

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Avvenire, 13.10.1999

Attenti al mito della natura

A Roma la prima Conferenza per il paesaggio. Parla Givone

“Il culto dell’ambiente può diventare idolatria. Ma se la tutela nasce solo da ragioni economiche, rischia di fare più danni”

a cura di Maurizio Cecchetto

 

Chi non ricorda gli orizzonti crepuscolari di Caspar David Friedrich, o i turbinii di Joseph Mallord William Turner, oppure il trasparente, cristallino armonizzarsi dei toni luminosi nei paesaggi francesi di Jean-Baptiste-Camille Corot? Opere d’arte, non natura. A nessuno verrà mai in mente di pensare che quei paesaggi siano sinonimo di una natura vergine, selvaggia o paradisiaca. Anzi, si avvertirà sempre un’ombra maligna, un lampo d’inquietudine anche dietro la più serena delle vedute. Eppure, oggi, il credo ambientalista ci vuol convincere che il territorio naturale sia automaticamente paesaggio; e come tale vada rispettato, perché questa è la sua verità: tutto ciò che l’uomo può fare sulla natura e sull’ecosfera è tendenzialmente aggressivo, deturpante, insomma, un atto distruttivo. È sotto questa minaccia ecologista che si ritroveranno, da domani a sabato, numerosi esperti, paesaggisti, scrittori e intellettuali invitati alla 1ª Conferenza nazionale per il Paesaggio organizzata a Roma dal ministero per i Beni e le attività culturali? Speriamo di no, altrimenti tutto quanto di buono potrebbe venire da quell’assise poggerebbe su un equivoco ideologico non di poco conto. Paesaggio fa troppo spesso rima con ambiente e natura, ma è l’esatto contrario di ciò. Il paesaggio è cultura, intervento umano… “I grandi miti, a cominciare da quello edenico, parlano di un paesaggio come scena primaria della nostra vita, e quindi come fatto di senso e di cultura, perché noi lì riconosciamo noi stessi, il senso della nostra vita”, acconsente il filosofo Sergio Givone, che nei suoi studi di estetica si è trovato spesso, anche recentemente ad Asti in occasione di un incontro promosso dal premio Grinzane Cavour, a parlare del paesaggio.

Ma il mito edenico è proprio la tentazione di molti ecologisti…

“Infatti. Ma dall’Eden siamo stati cacciati in quello che, soltanto poi, è diventato lo stato di natura”.

Nel generale sincretismo linguistico oggi prevalente, le parole trovano spesso sinonimi che in realtà significano tutt’altro.

“Dobbiamo premettere questo: la cultura è ricerca di ciò che abbiamo perduto. Il paesaggio ha avuto e ha ancora questo carattere di ricerca di ciò che non possediamo più. Quando, guardando un bel paesaggio, siamo toccati da una emozione è come se in noi si ridestasse una immagine che era nascosta nel nostro cuore, di cui vorremmo riappropriarci. In questo senso, il lavoro della cultura, per dirla con Platone, è il continuo tentativo di risvegliare alla coscienza qualcosa che giace nel profondo e che naturalmente non appartiene soltanto al passato, ma vale come promessa di una felicità futura, come un’utopia, come una speranza da realizzare”.

Se il paesaggio è cultura, prima che natura, ciò forse si deve al fatto che al centro vi è una idea di uomo….

“Il paesaggio è sempre artificiale, in questo senso. Anche quando si va alla ricerca della natura che non c’è più, come nel giardino all’inglese o nella cultura romantica, questo ambiente è comunque oggetto di una costruzione. Del resto, nulla è più artificiale del finto naturale. Pensando al paesaggio che porta l’impronta dell’uomo mi viene in mente l’immagine dello specchio. Siamo chiamati dal paesaggio a uscire da noi stessi, ma quello che poi incontriamo nel paesaggio è il nostro sé: lo ha detto molto bene anche Bloch. Lo stato di natura non è mai uno stato originario, semmai è uno stato nel quale l’uomo cade, perché l’uomo in quanto tale non conosce se non uno stato di cultura: magari una cultura sfregiata, coartata, negativa, tutto quello che si vuole, però sempre e solo cultura”.

Che senso può avere l’idea di vietare all’uomo qualsiasi intervento significativo sul territorio, magari partendo dal pregiudizio che qualsiasi intervento umano deturpa il paesaggio.

“Di per sé non ha alcun senso, anzi è una contraddizione, e l’abbiamo detto. Se il paesaggio non è mai naturale, ma riflette la verità della condizione umana, sia che testimoni il lavoro umano sia la capacità che abbiamo di nominare le forze oscure della natura, andare a ricercare una natura intatta è privo di significato. Anzi, è un mito, un po’ come quello del “buon selvaggio” che è stato già ampiamente smascherato. Quando riproponiamo il mito della “natura vergine” come unico paradigma di verità e di bellezza, dovremmo prima sapere che è appunto un mito e, immediatamente dopo, che è anche un mito molto pericoloso. Affidarsi alla natura come unica misura della nostra esistenza, comporta una serie di conseguenze preoccupanti. Per esempio: sacrificare i più deboli, praticare la selezione naturale, fino a certe tesi superomistiche dove ciò che vale è il primato della natura”.

È, anche questo, un frutto di certo evoluzionismo…

“Il mito dell’evoluzionismo come unica ragione della storia, questo è certamente crollato. L’evoluzionismo che diventa una sorta di paradigma universale per tutto ciò che esiste, anche per la vita dell’uomo che invece è fatta di valori, di pietà, di solidarietà, ci ripropone un mito naturalistico esasperato e disumano. Ci sono gli ospedali, non dimentichiamolo, dove anche e soprattutto chi muore ha diritto di essere curato…”.

Restando in metafora, quanto è grave la nostra malattia?

“È a uno stadio acuto. Per questo si torna a mitizzare la natura. Nonostante gli eccessi dell’ecologismo, è vero che patiamo una reale devastazione dell’ambiente…”

Non sappiamo più riconoscere la forma del paesaggio.

“Certo. Una volta che abbiamo detto che il paesaggio è artificiale, ciò non significa che ogni artificio sia paesaggio. C’è anche l’artificio informe e deforme, c’è la casualità, la metastasi metropolitana: tutto questo non è paesaggio, pur essendo opera dell’uomo. Il culto della natura, del salviamo il salvabile, nasce dall’idea che il disastro in atto non possa essere curato. Ci sono poi di fatto attentati al paesaggio dove non si tratta di rimpiangere una natura scomparsa, o di cercare una realtà mitica perduta: se nella Valle dei templi di Agrigento costruissero delle case, è evidente che queste case dovrebbero essere abbattute, non per ritrovare qualcosa che non c’è più, ma perché si è operato uno sfregio che va sanato…”.

Vorrei finire, con una domanda forse provocatoria: l’iniziativa del governo cade quando sempre più i beni artistici e ambientali vengono considerati una “risorsa”. In altri termini un bene economico, di carattere soprattutto turistico. Questa valorizzazione non rischia di rispondere soltanto a logiche economiche?

“Se è così, è può essere che lo sia, la battaglia è perduta. Salvare il paesaggio per reimmetterlo nel circuito turistico ed economico dove l’unica legge è quella del profitto, allora si dà vita a un circolo vizioso che può avere effetti ugualmente devastanti”.

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