Sergio Givone – Ascoltiamo le ragioni di chi soffre

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Il Messaggero, 19.03.2005

Ascoltiamo le ragioni di chi soffre 

di SERGIO GIVONE

La cronaca ancora una volta ci mette di fronte a un caso controverso di eutanasia. Florida, Stati Uniti: una donna è in coma da quindici anni senza speranza e il marito, compiuto l’iter legale, decide sia venuto il momento di staccare la spina e liberare l’infelice da una vita che non è più vita. Alla decisione si oppongono i genitori della donna, ma anche varie associazioni laiche e religiose, compresa una di ex combattenti. A chi dare ragione? E, soprattutto, come trovare un criterio di comportamento, una regola che valga per tutti? Certo è che casi come questo sono destinati a moltiplicarsi. Non già perché la nostra sensibilità morale stia cambiando o siano venute meno le certezze di un tempo. Il fatto è che lo sviluppo tecnologico è talmente rapido da rendere sempre più sottile il confine fra la vita artificiale e la morte. La morte non è più, e lo sarà sempre meno, qualcosa che semplicemente accade. E’ invece, e lo sarà sempre di più, qualcosa che sta a noi far accadere. Ne deriva una tremenda assunzione di responsabilità. Per chi deve decidere. Ma anche per chi, oggetto passivo della decisione altrui, potrebbe aver dato indicazioni in proposito quando era ancora in grado di darne.
E’ proprio questo il punto. Chi deve decidere? E fino a che punto bisogna tener conto della volontà del morente? Alla prima domanda si risponde, giustamente, che deve decidere la persona più vicina al malato terminale (nell’ordine il coniuge, i genitori, i figli, i fratelli, e così via), nel quadro di una normativa che varia da paese a paese e che può essere restrittiva o permissiva. E’ evidente che con ciò il discorso si sposta inevitabilmente dal piano etico al piano giuridico. E cioè al piano di quel che si può e non si può fare per legge. Chi decide in realtà è il legislatore. Ciò è tanto più vero se si pensa alla seconda domanda: fino a che punto bisogna tener conto della volontà del morente? Di fronte alla legge, la volontà del morente conta assai poco. E’ la legge a condizionare la volontà del morente, non viceversa. Bisognerebbe allora chiedersi se non sia auspicabile un’inversione di tendenza. E cioè se non si debba rivendicare il primato della coscienza sulla legge, restituendo ai singoli il potere decisionale. L’eutanasia, comunque la si consideri, è materia che male si presta a essere regolata da norme universali. Ogni caso è a sé e quindi si dovrebbe procedere caso per caso. Istituendo eventualmente un “tribunale” apposito. Per il quale la certezza del diritto, che qui non è possibile (a meno che a chiunque sia riconosciuto il diritto di decidere, per sé e per altri, se la sua vita è degna di essere vissuta o meno, e di conservarla o sopprimerla di conseguenza, il che apre più di una prospettiva d’arbitrio e di violenza), lasci il posto all’incertezza, al dubbio, alla compassione. E soprattutto alla capacità di ascoltare le ragioni di chi soffre. Si consideri che i casi estremi sono relativamente pochi. Le corsie degli ospedali ci dicono che il problema vero dell’eutanasia non è “ben morire”, ma vivere bene o meno peggio il poco che resta da vivere. Chi per morire deve passare attraverso sofferenze insopportabili non vuole che gli sia data la morte. Piuttosto, vuole essere sollevato dal suo soffrire con ogni mezzo, anche se questo comporta una diminuzione di aspettativa di vita. Qui non occorre un quadro legislativo che stabilisca quali analgesici usare e quali no. Occorre più semplicemente una legge che rimetta ai medici, sentito il paziente o chi per lui, il dovere di agire secondo scienza e coscienza in piena libertà.Il giorno che questa prassi basata sulla responsabilità divenisse corrente, anche il problema dell’eutanasia troverebbe una soluzione più umana. Quantomeno, cesserebbe di essere la bandiera che divide in modo puramente ideologico i fautori della vita sempre e comunque e i teorici della morte liberatrice.

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