Sergio Givone – Arrivano dalla Russia le foto dell’anima. Chi ci crede?

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Il Messaggero, 15.10.2003

Arrivano dalla Russia le foto dell’anima Chi ci crede? 

di SERGIO GIVONE

E’ STATA fotografata l’anima: lo annuncia un dispaccio di agenzia da Mosca. Autore dell’impresa sarebbe uno scienziato (scienziato?) russo di San Pietroburgo, Konstantin Korotkov. Il quale afferma di aver fissato su lastra, attraverso un procedimento ancora da precisare, le oscillazioni fosforescenti di un campo elettromagnetico intorno al corpo di un morto. Tali oscillazioni, prima di svanire, sarebbero rilevabili per un breve periodo di tempo, da poche ore a due giorni, e ciò dipenderebbe dal tipo di trapasso: se violento, inatteso, oppure no. Tanto basta al nostro scienziato per concludere che si tratta dell’anima. Magari non l’anima com’è concepita dal cristianesimo, bensì l’anima come aura o come energia irradiante di cui parlano altre religioni tradizionali.
Indubbiamente l’anima è un concetto profondo e dai molti significati. La si può definire in molti modi, e secondo le più diverse prospettive, cioè non soltanto sul piano religioso, ma anche filosofico, antropologico, etnologico. Del resto, come dar torto a Eraclito, quando sosteneva che «per quanto tu percorra l’anima, mai ne troverai i confini»? Temo però una sola cosa non si possa dire dell’anima: ossia che si è lasciata catturare da un’istantanea fotografica. L’anima fotografata non è l’anima. E questo per la semplice ragione che l’anima è un’altra cosa.
Tanto per cominciare, è un principio spirituale, non una realtà fisica. L’anima appartiene a una dimensione simbolica, metafisica, non al mondo dei fenomeni. Infatti contiene tutte le cifre più inquietanti e più appassionanti dell’esistenza umana. E’ ad essa che facciamo riferimento quando cerchiamo di dare un senso alla vita. Solo scendendo nelle profondità dell’anima possiamo incontrare noi stessi. Lì, e non altrove, il bene e il male diventano oggetto di scelta e ci impegnano senza scusanti.
Ma quando la scienza vuole capire come funziona la natura, quali leggi la governano, che cos’è causa e ed effetto, dell’anima non sa che farsene. E’ un principio di spiegazione che la scienza ignora. Anzi, è un principio di spiegazione che essa esclude dal proprio ordine di discorso, in quanto incompatibile con la riduzione della realtà a realtà quantificabile, misurabile. Se la scienza dice di aver fotografato l’anima, delle due l’una: o non è scienza, o non è anima.
Tanto vale guardare altrove. E tornare a coloro che nell’anima hanno visto non già un campo elettromagnetico o qualcosa del genere, ma semmai un campo in cui fioriscono metafore, simboli, allegorie, insomma le forme del linguaggio attraverso cui cerchiamo di strappare qualche frammento di verità al grande mistero che ci abbraccia. Ben vengano i poeti, gli scrittori e, perché no?, i visionari, i profeti, i mistici a parlarci dell’anima. Solo fantasie, illazioni, ipotesi infondate le loro? Non credo. Quanto l’uomo ha saputo dire di più profondamente rivelativo su di sé e sulla condizione in cui versa, l’ha tratto fuori dall’anima. E da dove se no? Anche i filosofi hanno ancora qualcosa da dire a proposito dell’anima. Oggi in filosofia l’anima non gode di buona stampa. Diciamo pure: è merce svalutata. Era la chiave per entrare nel regno dello spirito. Ora quella porta resta sbarrata. E se, con l’anima, l’uomo perdesse l’accesso a quanto ha di più prezioso? In un suo libro recente (Casa Ed. Le Lettere, Firenze) uno studioso della mistica come Marco Vannini ha parlato di “morte dell’anima”. Intendendo dire che, spenta la luce che viene dall’anima, è il mondo a farsi sempre più buio e impenetrabile, sempre più vuoto di senso.
Ora qualcuno ci assicura che l’anima c’è. Lui l’avrebbe perfino fotografata. Accanto a un cadavere. Ecco, se si voleva una prova che l’anima è morta (e cioè che dell’anima non si sa più nulla), non si poteva trovarne una migliore. Anche perché, se non vogliamo rinunciare definitivamente all’anima, dobbiamo cercarla là dove possiamo sperare di trovarla: non accanto a un cadavere, ma nel cuore del vivente.

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