Sergio Givone – Arriva l’anno di Kant, ma la politica batte i sogni del filosofo

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Il Messaggero, 30.12.2003

Arriva l’anno di Kant, ma la politica batte i sogni del filosofo

di SERGIO GIVONE

 

E’ ormai prossima la scadenza del secondo centenario della morte di Kant. Bene: quel grande uomo sia ricordato come merita. Ma che cos’ha ancora da dire a noi, abitanti di un mondo infinitamente più complesso e chiamati a fronteggiare problemi che lui neppure poteva immaginare?
Ha da dire molto. Non c’è aspetto del suo pensiero che non dia da pensare. Le grandi domande filosofiche, quanto alla loro radice più profonda, restano kantiane. Che cosa significa conoscere? Che cosa significa agire moralmente? Che cosa significa godere del bello, sia il bello naturale sia il bello artistico? A queste domande si potranno anche dare risposte diverse rispetto a quelle date da Kant. Impossibile però ignorare che è stato Kant a insegnarci a porle.
Ma è negli scritti minori che Kant apre prospettive di stupefacente attualità. Gli scritti politici, ad esempio. Dove egli afferma la necessità di istituzioni allora ignote e oggi insostituibili.
L’Organizzazione delle nazioni unite, la Banca mondiale, la Corte internazionale di giustizia: ci sono già in Kant. E ciò che è anche più interessante, è che Kant già vede tutte le difficoltà di quello che pure gli sembra un passaggio obbligato verso un mondo più razionale e quindi più libero.
Kant faceva notare che finché gli Stati ritengono di non dover rispondere a una più alta istanza, ossia a un più comprensivo ordinamento civile, nessuna speranza di pace per i popoli: come dirimere altrimenti che con la guerra gli inevitabili conflitti fra Stato e Stato? E la guerra, ammoniva Kant, è il male peggiore. Essa scarica sull’uomo tutti i mali possibili e immaginabili. Inoltre il che è anche peggio corrompe l’uomo al punto da fare di lui un essere semplicemente disumano.
Dunque, la pace deve essere perseguita incondizionatamente. Ma per raggiungere un obiettivo come questo non c’è che un mezzo. E cioè il “governo delle nazioni”. Va da sé che tale governo deve essere realmente e non solo formalmente sopra le parti. In breve: basato su principi in cui tutte le nazioni si riconoscano. Al di là degli interessi particolari. Che naturalmente esistono e non si possono ignorare. Ma siccome questi interessi sono quasi sempre di natura economica, perché non cominciare con l’abbattimento delle barriere doganali e incentivare non solo la libera circolazione delle merci, ma la libera circolazione degli uomini? Sarà più facile riconoscere che il nostro destino è comune.
Per questa via, sosteneva Kant, si giungerebbe a stabilire un vero e proprio patto di pace sul fondamento dei “diritti e doveri dei cittadini del mondo”. Cui tutti si sentano vincolati. Pronti a rispondere delle proprie azioni, sia i singoli sia gli Stati, sulla base di esso. E come e dove, se non di fronte a un tribunale apposito, quel tribunale che oggi è la Corte internazionale di giustizia, relativamente ai crimini dei singoli, ed è il Tribunale penale internazionale, per quel che riguarda i crimini degli Stati?
Ci sono voluti due secoli. Durante i quali le ipotesi kantiane sono state lasciate cadere nel vuoto. Con gli esiti disastrosi che sappiamo.
Se l’Ottocento è stato il secolo (relativamente pacifico) degli Stati nazionali, il Novecento è stato quello (spaventoso) dei totalitarismi.
Eppure un’idea attraversa questi due secoli come un sotterraneo legame di continuità. L’idea che lo Stato non debba rispondere ad altri che a se stesso. Come potrebbe lo Stato, stando così le cose, non lasciarsi tentare dalle più brutali prevaricazioni?
Kant lo aveva capito con largo anticipo. E perciò aveva avanzato la sua proposta di un governo delle nazioni, ma anche di un governo globale dell’economia, oltre che di una cittadinanza del mondo. Che i suoi non fossero sogni di un visionario, lo conferma un fatto: ben prima che quei sogni diventassero realtà, già li aveva sottoposti a una critica severa. Ben più severa di quella che noi oggi timidamente incominciamo ad abbozzare.
Una convivenza fra i popoli che abbia la sua stella polare nella pace e non nella guerra è possibile unicamente sul fondamento di un diritto universalmente riconosciuto, che le istituzioni sovranazionali devono garantire. Ma che cosa potrebbe accadere nel caso queste istituzioni si trasformassero in apparati anonimi, superfetazioni burocratiche, o addirittura strumenti ideologici di potere? La risposta di Kant è dura: avremmo a che fare con un “dispotismo senz’anima”.
Ha visto davvero lontano, Kant. Costringendo anche noi ad aprire gli occhi.

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