Sergio Givone – Addio Christopher, sulla sedia a rotelle sei diventato il vero Superman

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Il Messaggero, 12.10.2004

Addio Christopher, sulla sedia a rotelle sei diventato il vero Superman 

di SERGIO GIVONE

ANCHE Superman muore. Non il Superman dei fumetti e del cinema, che non conosce la morte e neppure la sofferenza, anche se è pronto a diffondere a piene mani sia questa sia quella. Ma il Superman in carne e ossa. Superman provato dalla malattia nel modo più crudele. Superman che infine soccombe ma vince la battaglia più difficile. Christopher Reeve, il noto attore americano scomparso ieri dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita quasi completamente paralizzato a seguito d’una caduta da cavallo, era stato Superman in alcune pellicole fortunate. Poi la tragedia. Il mondo che si oscura. La tentazione del suicidio. Ma Superman riesce a emergere da questo pozzo di dolore e di angoscia. Non l’altro Superman. Questo Superman: che conosce il dolore, ma anziché lasciarsene travolgere lo trasforma in una occasione preziosa. Tant’è vero che Reeve ha dato il meglio di sé, sia come regista sia come attore, dopo che l’incidente lo aveva costretto su una sedia a rotelle. Ma Reeve ha saputo anche fare altro: per esempio ha difeso le ragioni della sperimentazione scientifica sulle cellule staminali in funzione terapeutica, ha profuso energie per raccogliere fondi in favore della ricerca sulle lesioni al midollo spinale, ha combattuto in nome della vita comunque degna di essere vissuta. Quando si dice la scuola del dolore. Reeve il dolore lo ha conosciuto a fondo. Basti ricordare che sua madre, inorridata dallo stato in cui il figlio era venuto a trovarsi, aveva proposto di staccare la spina e lui aveva intuito. Che cosa è accaduto? Com’è che un colpo della sorte trasforma un attore tutto sommato modesto in un eroe del nostro tempo? Non lo sappiamo e forse nessuno può dirlo. L’alchimia del dolore è misteriosa. Ma c’è, e lavora nel profondo. I Greci invitavano a cercare nel dolore la perla nascosta della conoscenza. «Pathei mathos», non c’è conoscenza se non nel dolore. Chi vuol davvero conoscere qualcosa del mondo, deve anzitutto venire in chiaro di se stesso a prezzo di molta sofferenza. Non c’è altra via. Dostoevskij addirittura sosteneva che nella sofferenza c’è non solo conoscenza, ma felicità.
Naturalmente questo non significa che le disgrazie siano benedizioni. O, peggio, che il male sia in fondo qualcosa di positivo. Così fosse, il male non sarebbe male. Allo stesso modo, la sofferenza non sarebbe sofferenza se non avesse sempre un che di troppo, con cui è impossibile venire a patti: ti assale quando non te l’aspetti, ti prende a tradimento, ti strema e ti svuota, spesso è gratuita, ingiustificata, inutile, e quindi ha anche un che di beffardo. Eppure resta vero che solo dopo essere passati attraverso l’esperienza del dolore ci è dato di strappare alla vita qualche frammento di bellezza e di gioia. E qui val la pena di fare una breve digressione sul concetto di superuomo. Che cosa intendeva l’inventore di questo concetto, Friedrich Nietzsche, per superuomo? Non certo un uomo superdotato, un uomo le cui capacità fisiche e psichiche sono talmente super da vincerla su tutto e su tutti. Al contrario, un uomo non diverso da tanti altri, un uomo che conosce la sofferenza e il dolore, ma non fa quel che fanno tutti. Lui, il dolore e la sofferenza né li rifiuta né li accetta. Non li rifiuta, perché sarebbe insensato, oltre che controproducente. Ma neppure li accetta, come se fossero una fatalità di fronte a cui non resta che piegare il capo. Piuttosto, li accoglie come ospiti difficili e magari anche tormentosi. Ma ospiti che hanno qualcosa di molto importante da dirci. Ossia che la vita merita il nostro sì non a patto di essere liberati dal dolore e dalla sofferenza, ma proprio perché c’è il dolore e c’è la sofferenza. Christopher Reeve probabilmente non aveva letto Nietzsche. Però la vita gli ha insegnato l’essenziale. E non si può dire che non ne abbia fatto tesoro. Di Superman ha dato interpretazioni forse non memorabili. Ma Superman ha saputo esserlo nel suo senso più umano e più degno.

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