Sergio Givone – Addio a Rawls, coniugò libertà e giustizia

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Il Messaggero, 27.11.2002

Addio a Rawls, coniugò libertà e giustizia 
La scomparsa a 81 anni di un maestro del pensiero moderno. Si occupò dei fondamenti della democrazia 

di SERGIO GIVONE

Sono molte le ragioni che hanno contribuito alla fortuna europea di John Rawls e della sua opera maggiore, Teoria della giustizia, che è del 1971. Una in particolare. Ed è che l’opera del filosofo americano rappresenta un antidoto non solo nei confronti del pensiero ideologico ma anche dell’antipolitica. Una scuola severa, la sua. Niente di meglio per liberarsi definitivamente dagli ideologismi degli anni Sessanta e Settanta. Ma anche per ripensare il ruolo della politica dopo la sua liquidazione a favore dell’economia negli anni Ottanta e seguenti.
Per la verità Rawls non degna l’ideologia di nessuna considerazione. Rawls è un pensatore post-ideologico. La critica dell’ideologia gli sembra cosa del passato. E siccome i fenomeni cui l’ideologia fa da supporto, e cioè i totalitarismi, sono fenomeni implosivi, destinati a crollare su se stessi, il compito del filosofo è piuttosto quello di portare alla luce i fondamenti della democrazia. Cioè di una forma di organizzazione della società che ha basi puramente razionali e dunque nulla ha a che fare con l’ideologia.
E’ questo il nucleo del pensiero di Rawls e diciamo pure l’eredità che egli ci lascia. Per Rawls vivere democraticamente significa, né più né meno, vivere razionalmente. E cioè secondo giustizia e libertà. Che non sono dissociabili e anzi sono in fondo la stessa cosa. Il suo radicale razionalismo non è figlio del disincanto. Ma al contrario ha una forte intonazione etica. Al punto che morale e politica, dopo un lungo divorzio, tornano a rinsaldare il loro legame.
Per dimostrare il proprio assunto, Rawls si rifà alla grande tradizione del contrattualismo. Sulla quale innesta la figura del cittadino ideale ossia del cittadino astratto. Chi è costui? E’ ciascuno e nessuno. Ossia, è un soggetto di diritti universali, tali cioè che prescindono assolutamente dagli interessi dei singoli, dalle loro condizioni sociali, dalle loro aspirazioni, e così via.
Supponiamo, propone Rawls, che io non sappia più chi sono, né se i miei orizzonti sono ampi o limitati, se sono sano o sono malato, se sono povero o se sono ricco, e così via. In che società mi conviene vivere? A quali criteri vorrei che si ispirasse il legislatore? E’ evidente che questi criteri devono anzitutto garantire il massimo dei vantaggi a chi è massimamente svantaggiato. Lo dice la ragione, in base a un principio di giustizia distributiva. Ma lo dice anche il mio interesse, visto che potrei essere proprio io a trovarmi nella condizione più sfavorevole.
La ragione dunque vuole la giustizia. E la giustizia è perfettamente razionale. Quanto all’individuo e all’egoismo che lo caratterizza: si tratta di fargli capire che c’è un egoismo autolesionistico (che non tiene conto della situazione in cui chiunque potrebbe venire a trovarsi) e c’è un egoismo virtuoso (che affermando il diritto degli ultimi afferma il diritto di tutti). E questo significa che la ragione vuole non solo la giustizia, ma anche la libertà. La libertà è alla radice del mio essere quel che sono: un cittadino che stipula un contratto con altri cittadini e lo fa compiendo una scelta razionale.
E’ così che Rawls torna a indicare una strada lungo la quale credevamo di esserci smarriti. Quella che ci obbliga a ripensare giustizia e libertà come due concetti che o stanno insieme o cadono. E quindi a ripensare il nesso anche più profondo che lega etica e politica.
Si obietterà che la proposta di Rawls vale in astratto, per un mondo puramente ideale, ma non per il nostro. Gli si rimprovererà un certo ottimismo razionalistico. Ma nessuno può disconoscere a questa filosofia almeno il valore di un monito.

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