Sergio Givone – Abolizione pena di morte per i minori

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Il Messaggero, 02.03.2005

Abolizione pena di morte per i minori 

di SERGIO GIVONE

Per quanti ritengono che la pena di morte sia un’aberrazione etico-giuridica, la sentenza con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito l’incostituzionalità della condanna capitale nei confronti di imputati minorenni al tempo del delitto è un segno di speranza. Ma anche qualcosa di più, se si considera che tale sentenza s’inserisce in un più ampio processo di revisione e di ripensamento. Poco più di due anni fa la stessa Corte ha definito “una vergogna” l’esecuzione di condannati che fossero stati riconosciuti malati di mente. E se è vero che ora come allora i giudici si sono espressi a stretta maggioranza, confermando una spaccatura fra liberali e conservatori, è anche vero che lo scontro in atto lascia auspicare un riesame anche più radicale e profondo dell’intera materia. In questione è l’ottavo emendamento alla Costituzione, nel quale si fa divieto di punire in modo “crudele e inusuale”. Ovvio che il concetto di che cosa sia o non sia usuale, soprattutto se si tratta di malati di mente o di minorenni, mal si presta a giustificare la soppressione di una vita. Quanto al concetto di crudeltà, esso è anche più problematico. Difficile negare che una condanna a morte abbia una sua intrinseca crudeltà. Ma ciò che più importa, è che questa crudeltà si configuri come doppiamente eccessiva. C’è sempre e comunque un eccesso di crudeltà nei confronti del condannato. Per quanto grave e orrendo sia il crimine da lui commesso, il fatto di doverlo scontare non solo con la propria vita, ma con la riduzione della propria vita a vita di una cosa, a vita di un morto che cammina, appare sproporzionato, mostruoso. Proprio questo invece accade al condannato a morte: viene di fatto declassato a non-uomo, a cosa cui è tolta qualsiasi speranza, cosa irredimibile. L’esecuzione avviene dopo lungo tempo essere stata decisa. E durante tutto questo tempo, in ogni istante, quell’uomo vive nella condizione di chi non è più un uomo. Un’esperienza (ammesso che si possa ancora parlare di esperienza) semplicemente disumana. Ma c’è anche un eccesso di crudeltà da parte dei giudici. Condannare a morte, significa compiere un atto che sta nel segno dell’assoluto. Non è più un tribunale terreno quello che esprime tale condanna. I giudici che la sottoscrivono, è come se fossero insigniti di un potere sovrumano. Come può non esserci crudeltà nella dismisura fra la doverosa clemenza del giudice e l’irrevocabilità della sentenza? Niente è così tremendo come l’irrevocabile. E la morte lo è. Perciò è possibile chiedersi, com’è avvenuto da tempo in Europa e come sta avvenendo anche in America, se la pena di morte sia compatibile con la civiltà e con la democrazia. Con questo non si vuol certo sostenere che gli Stati Uniti non siano un grande Paese democratico. Ma il sospetto che il permanere della pena capitale nella giurisdizione oltre che nell’ethos di un Paese abbia un che di patologico è legittimo. Nella condanna a morte c’è, neanche tanto nascosta, una pretesa totalitaria (e non è un caso che il totalitarismo vi abbia trovato la sua perfetta forma di espressione oltre che una pratica corrente). Vale a dire: ciò che qui si mostra in tutta evidenza è l’idea della possibile riduzione del singolo a niente. Del resto, che la condanna a morte sia essenzialmente un sacrificio rituale è un fatto difficile da contestare. Non ha potere di dissuasione. Tanto meno di redenzione. E allora? Allora prendiamo atto che negli Stati Uniti il macabro istituto della morte di Stato viene finalmente considerato alla luce del dettato costituzionale. Potrà questo rito barbarico reggere il confronto? C’è da dubitarne, anche se sarà un processo lungo e tutt’altro che lineare. Ma intanto qualcosa si è mosso.

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