Salvatore Natoli – Le forme del dolore

PantareiS. Natoli | Testi0 Comments

Tratto dall’intervista “L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale”, Napoli – Vivarium, 23/10/92

E’ stato detto, da tanti, che l’Occidente cresce dalla combinazione di Atene con Gerusalemme e che quindi, per comprendere la nostra esperienza del dolore, dobbiamo, in certo senso, portare alla luce le nostre radici, quelle matrici originarie che ci hanno dato il linguaggio.
Partiamo dalla Grecia. Che cosa è stato evocato nello spirito tragico? Che cosa ha visto il greco tragico? Ha visto che l’esistenza è una circolarità continua di vita e di morte: la natura è la potenza che genera, ma quella stessa forza che genera al tempo stesso distrugge; anzi, per poter generare, deve distruggere, perchè senza distruzione non c’è generazione. Quindi il greco ha visto come, nel movimento della physis, la felicità della creazione e la crudeltà della distruzione siano inseparabili. Sono due facce della stessa ragione, dello stesso dinamismo, del nascere e del crescere.
La cultura eroica che si è sviluppata nel mondo greco è nata proprio dalla consapevolezza del dolore al centro di vita: se non capiamo questo rischiamo di confondere l’eroe con “superman”. Un fraintendimento, in genere, diffuso; ma non dobbiamo dimenticare proprio l’apertura dell’Odissea, ovvero Ulisse che diviene sapiente proprio mediante la sofferenza. Ulisse, proprio perchè molto ha sofferto nel cuore, seleziona il dolore. L’eroe non è colui che ha avuto tutto dalla vita, forse non è neanche il più intelligente; l’eroe è colui che si è cimentato con la sofferenza, che ha assunto il peso del dolore, che ha saputo reggere al dolore.
Il centro della tradizione ebraico-cristiana è il dolore come scandalo.
L’insopportabilità del dolore, per un verso, ma anche la possibilità che ci sia un mondo senza dolore: ecco in che cosa cambia completamente la scena. Questo è possibile perché nella tradizione giudaico-cristiana il dolore è motivato, è giustificato; il dolore discende da una colpa e, quando la colpa sarà redenta, non vi sarà più sofferenza.
Lo scenario è completamente opposto a quello greco: per il greco era impossibile supporre un mondo senza dolore; la crudeltà era l’altra faccia della felicità; in fondo, per il greco, la sofferenza era innocente, sempre atroce ma innocente; per il greco la sofferenza è ciò a cui l’uomo è chiamato a dare risposta, ma non ha bisogno di essere giustificata.
Invece nella tradizione ebraico-cristiana il dolore è giustificato; il dolore discende dalla colpa, dal peccato che ha fatto entrare la morte nel mondo, che ha fatto conoscere la morte all’uomo. Di conseguenza tutta la dinamica biblica si costruisce in un ordine che è quello della speranza assoluta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *