Salvatore Natoli – La felicità? Non costa niente

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La felicità? Non costa niente

di Salvatore Natoli

www.unita.it, 11 Ottobre 2006

Debbo confessare che questa mia riflessione è nata dopo la lettura della novità di un giovane autore tedesco, Kai Hensel dal titolo: Quale droga fa per me? Una conferenza introduttiva, in scena a Milano, con la regia di Andrée Ruth Shammah. Il testo è la prima tappa del percorso «Capire il presente». La pièce rappresenta, per usare una formula delle filosofie dell’esistenza, il «male di vivere».

E non v’è dubbio che si vive male. Ma è un destino o un’evenienza? La vita è malattia? Oggi è divenuto di moda parlare di consulenza filosofica, della filosofia come terapia, impiegandola come fosse un farmaco. Da qui se ne dovrebbe trarre la conseguenza che chi sta bene non ha alcun bisogno di filosofia. La conseguenza è impropria perché è errata la premessa. Al contrario, la filosofia ricerca il senso dello stare al mondo e lo fa perché il mondo di per sé incuriosisce. La filosofia, infatti, non nasce dal dolore ma dalla meraviglia, e per intendere il nostro stare al mondo bisogna comprendere il mondo in cui si è, e quindi uscire da sé: per questo gli antichi, e valga per tutti Aristotele, intendevano la filosofia come amore del sapere per il sapere.

Sono allora tentato di formulare il paradosso: chi pratica la filosofia evita d’ammalarsi e quindi, in subordine, chi s’ammala può ritrovare nella filosofia una terapia. Dico questo perché la conferenza-confessione inizia con una citazione di Seneca: «una nave che non conosce la sua destinazione non avrà mai vento favorevole». Questo pensiero suggerisce l’idea che la vita è navigabile, che non è affatto una malattia e meno che mai inguaribile – secondo la sentenza Sileno -; al contrario può capitare d’ammalarsi, ma ciò accade perché si perde la strada o addirittura non si riesce neppure ad imboccarla.

Nella società contemporanea molte sono le cause di malessere ma una delle ragioni, specie nel mondo cosiddetto occidentale, è proprio quella del medio benessere e soprattutto della routine. Per «medio benessere» intendo l’acquisizione di un tenore di vita, bene o male, tranquillo, sia pure con alcuni problemi, ma anch’essi di assoluta routine. Come racconta la protagonista, vi è una qualche difficoltà a pagare il mutuo e il figlio ha problemi a scuola con i compagni. In compenso però si abita «in una deliziosa casa liberty in una stradina tranquilla fiancheggiata da alberi». E tuttavia la vita è vuota: l’amore coniugale è diventato abitudine, i rapporti sessuali peso, i figli, anche voluti bene, obbligo. In queste circostanze la patologia ha un nome ben preciso: noia. È questo è il vero male di vivere. Non il dolore: quand’anche crudele, può divenire, come ben sapevano Leopardi e Nietzsche, uno stimolante della vita, una sfida. È comunque meglio che non vi sia.

Nel grigiore, il male di vivere si manifesta nel non sapere più per cosa vivere. E allora la droga diviene una via di fuga, l’evasione dal medio benessere. E questo benessere, nella pièce è rappresentato in modo talmente medio che perfino il suonare di flauto del ragazzino – una delle tante convenzioni sociali – finisce per dare fastidio. L’unico problema del benessere è mantenerlo. E allora un amante da una qualche parte per rinnovarsi o più modestamente per prendere respiro, va bene. Spesso non si ha la forza di rompere che è pur sempre provare dolore. La logica del benessere tende a contenere il rischio. La droga, quindi, per avere la forza di affrontare la vita reale. Il consumo di droga è poi uno strano fuggire, dal momento che sta diventando così normale da scambiarsi le merci e prestarsi reciproci favori. È un modo per rendersi reciprocamente disponibili e magari cordiali, senza l’esigenza di riconoscersi. La droga per un verso è via di fuga, per l’altro mette al margine. In questa condizione si patisce il disagio, ma si percepisce più acutamente il disagio del mondo, il suo lento sfaldarsi. Ci si interroga. A fronte di questo ci si sente ancor più impotenti, ma il disagio del mondo lo si guarda pur sempre dal proprio. La droga permette di evadere, ma non di guarire.

Certo l’assunzione di droga può essere considerata una sorta d’esperienza del limite, un modo di tentare l’oltre. Potrebbe avere effetti creativi. Solo che, chi sperimenta, calcola il rischio e s’avventura. Chi è in fuga, non sa dove va ma neppure si ferma: semplicemente non arriva. Precipita. La droga è una via di fuga apparente; nei fatti è strada senza uscita, vicolo cieco: disperazione.

L’antica catechesi insegnava che i peccati contro lo Spirito Santo non possono essere mai perdonati: ebbene uno di questi era la desperatio salutis. Chi infatti ritiene di non potere trovare salvezza, non la potrà mai ricevere proprio perché la ritiene preliminarmente impossibile. Non si attaccherà a nessuna mano che lo possa tirar fuori dal baratro perché ha perso ogni fiducia. Solo l’amore per la vita può salvare la vita. Ma l’amore per la vita non coincide con l’amore di sé, poiché la vita è relazione. Per guadagnare quel che Nietzsche chiamava la «grande salute» bisogna liberarsi in primo luogo, dall’ossessione dell’io.

Molto spesso perdiamo la curiosità per il mondo perché lo riduciamo ai nostri bisogni, lo rendiamo la tautologia di noi stessi e perciò non può darci che nausea. È necessario uscire da sé, guardarsi da fuori per capire chi siamo e qual è il nostro posto nel mondo. È proprio quello che insegnava Seneca quando diceva che bisogna guardarsi ex alto, con gli occhi di Dio, se un Dio esiste. O con quelli degli altri se con Spinoza si ritiene che solo l’uomo è utile all’uomo: homo homini deus.

Per far questo bisogna avere la capacità d’amare. Alla fine, a questo s’appella la stessa protagonista della pièce. Ma amare non è né può mai essere un possedere, bensì è sapere accogliere e soprattutto ascoltare. Solo la voce dell’altro, che viene da fuori ci porta fuori, ci libera dal peso insopportabile della nostra monotona ripetizione.

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