Perché non riusciamo a sradicare il bullismo

PantareiClessidra Ribelle, News0 Comments

bullismo diversità

Essere diversi, resistere al bullismo. Individualismo, libertà, responsabilità

Ci stiamo ormai abituando a leggere sempre più spesso storie di bullismo o di cyberbullismo, più o meno tutte con lo stesso copione: la vittima subisce per lungo tempo, le persecuzioni sono dapprima verbali, poi anche digitali e infine fisiche, genitori e insegnanti paiono non accorgersi mai di nulla, i compagni di classe non vengono citati (omertosi o anch’essi ignari?), la vittima denuncia quando il danno (sia fisico che psicologico) è ormai fatto, i bulli di turno sostengono di non essersi resi conto della gravità delle proprie azioni o le definiscono come “un gioco”, “uno scherzo”.

Posto che questo tipo di violenze esiste purtroppo da sempre nel mondo della scuola – oggi ha solo assunto forme nuove e, per fortuna, la giusta visibilità mediatica – sembra che nell’epoca attuale si tratti di un fenomeno inestirpabile: non bastano corsi contro il bullismo, denunce penali, sospensioni scolastiche e altre minacce istituzionali. Al netto delle ovvie considerazioni sull’urgenza di misure punitive esemplari – che chi scrive auspicherebbe fossero macroscopicamente sovradimensionate rispetto al danno così da accrescerne il potere dissuasorio – resta la consapevolezza che se si rende necessario applicarle o anche solo invocarle significa che è tardi. Persino la più implacabile deterrenza (o punizione) può risultare inefficace se non abbinata ad una perseverante opera di prevenzione. Qual è, dunque, il cuore del problema o, se vogliamo, il tallone d’Achille che ancora non si riesce a individuare?

La risposta è: la debolezza del nostro carattere. Un tempo la “formazione del carattere” era un’espressione che, pur nella sua genericità, risultava chiara a tutti: formare il carattere significava assommare una serie di esperienze, insegnamenti, letture atte a temprare l’animo preparandolo ad affrontare avversità, ingiustizie, difficoltà di ogni genere. Formare il carattere significava imparare a conoscere se stessi, i propri limiti e i propri punti di forza, a trarre dagli errori i dovuti ammaestramenti, consentiva di acquisire autostima e forza di volontà. Senza contare lo sviluppo del senso della misura – indispensabile per distinguere ciò che è essenziale, sostanziale, da ciò che è solo accessorio e accidentale – e della logica, la capacità di analizzare persone e situazioni intuendo il miglior corso d’azione.

Questo accadeva, appunto, “un tempo”: non significa per forza che i giovani di ieri fossero migliori di quelli attuali, forse però oggi sono più deboli, inetti di fronte alle prove della vita, incapaci di analizzare a fondo le esperienze che vivono e di agire di conseguenza. Le ingiustizie e le differenze esistono, è un dato di fatto incontrovertibile: tutto dipende da come si affrontano, rifiutando di diventare vittime o carnefici.

A leggerle così elencate, le doti di cui sopra possono apparire proprie solo di un adulto, e anche particolarmente istruito o smaliziato, ma non è così: la formazione del carattere, con i suddetti risultati, inizia fin da piccolissimi e dà i propri frutti già nelle fasi iniziali. Come mai, ad esempio, vi sono bambini che a 6 o 7 anni reagiscono in modi diversi agli inevitabili dispetti dei propri compagni? O addirittura intervengono in soccorso di un altro bimbo in difficoltà? Evidentemente non sono “nati imparati”: hanno la fortuna di aver intrapreso un percorso di formazione – grazie ai genitori, alla scuola e alla progressiva evoluzione del proprio carattere che facilita quel percorso man mano che prosegue – in cui centrale è lo sviluppo dell’individualità, la consapevolezza di chi si è e della giusta differenza rispetto agli altri, da rispettare.

Qui si inizia a intravedere il punto nodale: incoraggiare l’autonomia di pensiero e di azione e quindi la crescita di una sana forma di individualismo, fornisce al carattere un primo basilare arsenale di autodifesa contro le influenze esterne. Che si tratti di prese in giro, di richiami a unirsi a un gruppo oppure della sfida a compiere azioni dimostrative accettandone in modo passivo la fonte di autorità, un bambino che abbia iniziato a comprendere e sviluppare la propria identità in genere reagisce – in modo istintivo, certo, ma non meno efficace – ignorando la situazione o, se non altro, esitando. In genere, poi, porta questo dubbio all’attenzione dei genitori o delle maestre, mosso da curiosità o semplicemente dal bisogno di capire: basta questo, è sufficiente questa iniziale forma di resistenza all’offesa o all’omologazione – che crescendo diventerà un’abitudine – e il gioco è fatto. Chi deve sapere viene informato e può agire di conseguenza; la potenziale vittima nella maggior parte dei casi non si accorge neppure del pericolo corso e l’inconsapevole muro eretto dal proprio giovanissimo carattere l’ha protetta dai danni fisici e/o psicologici che avrebbe potuto subire. Come continuerà a fare per tutta la vita.

Plasmare la propria individualità, riconoscersi come unici e diversi dagli altri (identici a noi stessi solo in quanto portatori di altrettante unicità e differenze), non significa crescere anarchici insurrezionalisti o mostri sociopatici, come certe odierne pedagogie e pratiche scolastiche paiono suggerire o temere, allorché incoraggiano a fare gruppo, a non isolarsi, a “integrarsi”. Certo, l’isolamento può essere pericoloso e soprattutto indicativo di una qualche forma di disagio (privato, familiare, relazionale) ma fortunatamente spesso si tratta solo di autodifesa, di una rivendicazione del proprio essere o sentirsi diversi. E non solo né tanto nel senso politicamente corretto di differenza di genere e orientamento sessuale: parliamo della più basilare e semplice diversità caratteriale, che può andare dai gusti musicali all’intero stile di vita.

Un bambino o un adolescente che mostra di desiderare questo tipo di spazio non va forzato nella direzione opposta: è cruciale, invece, rispettarne la scelta, instaurare un dialogo alla pari – senza pretese paternalistiche – in cui capirsi reciprocamente e confrontarsi, infine, nelle circostanze opportune, lasciar intendere ai compagni l’assoluta naturalezza di quel comportamento. Spiegarlo, infatti, significherebbe già di per sé sottolinearne l’anomalia rispetto a una presunta “normalità”, fornendo in qualche modo un “alibi” ad atteggiamenti di esclusione, derisori se non addirittura violenti.

Tutto questo è l’esatto opposto di quanto avviene troppo spesso nelle nostre scuole e in altri ambienti di aggregazione sociale, fin dall’infanzia: inizialmente con il buono e giusto proposito di introdurre i piccoli alla socialità, all’interazione con gli altri e, appunto, con le differenze, si finisce con l’inculcare l’idea che sia naturale, quasi obbligatorio, far parte di un gruppo, uniformarsi, comportarsi come i propri amici: in una parola, appartenere.

È sin troppo facile prevedere cosa accada quando invece un individuo – non importa l’età – non si sente in armonia con questo schema o, a livello ancor più razionale, rifiuta esplicitamente di sottostarvi. Si scatena quasi in automatico una reazione in stile “ricerca e soccorso” da parte anzitutto delle autorità scolastiche, sul presupposto aprioristico che ci sia “qualcosa che non va”, e in seguito, in alcuni casi, persino da parte dei genitori. I compagni di classe, di rimando, reagiscono seguendo l’indole tendenzialmente idiota (nel senso letterale di “non sapere”) di chi pensa che l’unico modo di affrontare la diversità sia ridicolizzarla e infine eliminarla, usando la forza, l’imposizione.

Nel migliore dei casi “l’alieno” viene emarginato il che, benché paradossalmente coincida proprio con la richiesta di spazio, di “essere lasciati in pace”, di fatto significa venir additati come mostri, inetti, falliti e via dicendo. Nel peggiore dei casi ci ritroviamo a leggere sui giornali notizie di aggressioni e suicidi. È vero che un individuo adeguatamente “armato” di carattere è capace di reagire con indifferenza e forza d’animo a tutto questo ma il pericolo sussiste ugualmente, visto che dalla violenza verbale o digitale a quella fisica il passo è fin troppo breve.

Come si capisce, se cambiasse la mentalità a livello formativo generale, la situazione migliorerebbe anche sul versante bulli: crescerebbero infatti sempre meno bambini, adolescenti e infine adulti incapaci di rapportarsi a ciò che non è identico a loro stessi, incuranti di ogni principio di umanità e di rispetto, che in tanti casi si vede degenerare nel gusto della violenza, della persecuzione, della caccia al troll. Innegabile il legame con certi videogiochi e non poche abitudini cibernetiche – ma questo è un altro discorso.

Non quindi “appartenere” a un gruppo bensì scegliere di frequentarlo – perché è indubbio che avere amici e sentirsi accettati siano bisogni innati dell’uomo in quanto animale sociale – mantenendo la giusta distanza critica necessaria a preservare e rispettare le reciproche identità. Chi sente di appartenere solo a se stesso, secondo l’adagio “io sono solo mio”, non rifiuta per questo gli altri (se lo fa, non è un effetto della formazione del carattere di cui stiamo discutendo, è sociopatia) né per forza li critica – anzi, spesso sa comprenderli meglio di tante altre persone: semplicemente, tende per natura a seguire le proprie inclinazioni e abitudini, a compiere scelte autonome, incurante dell’opinione di chi, ai suoi occhi, non è nella condizione o non ha il diritto di giudicarlo. E allora: trascorre interi pomeriggi a studiare (mentre altri magari fanno sport, si ritrovano al bar o si danno allo shopping), si veste seguendo una propria moda (e non quella stereotipata e costantemente riproposta sui media come in classe), si diverte a smontare e rimontare computer o altre attrezzature elettroniche (al posto di chi, ad esempio, preferisce fare palestra, diventare uno YouTuber o perdersi nei giochi di ruolo), ama dedicarsi ad attività per stereotipo associate all’altro sesso.

Sono tutti effetti della formazione del carattere, giunta a maturazione e forgiata attraverso incomprensioni e difficoltà, con l’alleanza dei genitori, della scuola, di tante, tantissime letture che affinano mente e sfera emotiva. Quando viene ormai spontaneo mostrarsi e agire restando fedeli a se stessi, a ciò che si preferisce e a ciò che si è scelto, in piena indipendenza di pensiero e di giudizio, allora si può dire che il carattere è formato, è pronto ad affrontare il resto della vita.

Salvo quelli manifestamente illegali, pericolosi o violenti, non esistono gusti giusti o sbagliati: esistono gusti diversi e l’autentico relativismo culturale – tanto sbandierato a ogni livello della società – non consiste né nell’acritica accettazione di qualunque differenza né nell’affermazione che se tutto è ugualmente lecito allora non esistono valori. In questo caso, applicare una corretta forma di relativismo significa insegnare a rispettare tutto ciò che è diverso e magari “fuori dal comune”, sviluppando anzi quella sana curiosità che porta ad approfondire, a relazionarsi con l’altro e a trovare, insieme, la migliore armonizzazione nonché, spesso, un reciproco arricchimento culturale.

Questo è il tipo di insegnamento che andrebbe favorito sin dall’inizio: chi scrive ha la fortuna di aver frequentato la scuola Montessori il cui metodo, com’è noto, è incentrato sullo sviluppo dell’individualità e dei talenti propri di ogni bambino, delle differenze appunto, senza forzature e incoraggiando la ricerca, la curiosità, il confronto. Certo, non tutti i montessoriani crescono “virtuosi” e corazzati contro i mali del mondo ma questo dipende spesso dai contesti familiari (incapaci o impossibilitati a proseguire quel tipo di formazione) e dallo shock inevitabile all’inizio delle scuole medie: vere e proprie arene gladiatorie, buchi neri capaci di risucchiare qualsiasi buona abitudine o attitudine precedentemente apprese, un contesto infernale rispetto alle atmosfere da Eden naturale e pedagogia quasi rousseauiana tipiche delle scuole Montessori. Ed ecco il secondo punto nodale: il ruolo della famiglia e della scuola. Sono alleati cruciali e irrinunciabili nella formazione del carattere, in quanto le prime e spesso uniche forme di socialità con le quali si viene a contatto da giovanissimi. E nelle quali si cercano modelli, sostegno, approvazione, protezione.

Com’è possibile che in tanti casi di bullismo i genitori e gli insegnanti non si siano accorti di nulla? Posto che i docenti non possono né devono diventare surrogati della famiglia né tantomeno profiler comportamentali o psicanalisti, è innegabile che non notare o non riconoscere situazioni di pericolo o di violenze in atto significa essere incapaci e forse anche indegni di esercitare quel mestiere, delicatissimo, di formatore. Analogamente, come può un genitore non capire, non accorgersi che il proprio figlio o la propria figlia è vittima di abusi? Certo, le situazioni familiari sono molteplici e irriducibili a qualsiasi generalizzazione, come pure è vero che il rapporto degli adolescenti, in particolar modo, con i genitori è spesso conflittuale o votato al mutismo. Eppure, anche in questo caso, la causa sta nell’interruzione (o nella mancata creazione) di quel prezioso filo rosso di confronto paritario che fin dalla tenera età dovrebbe costituire la base della formazione caratteriale. Solo attraverso il dialogo, infatti, si impara a conoscere il proprio io e a valutare le situazioni, le persone; solo se c’è uno scambio continuo di racconti, opinioni, giudizi si possono affinare le armi della logica, del libero pensiero. E della responsabilità.

Questo è l’ultimo punto focale, il proverbiale pettine che infine scioglie tutti i nodi: la formazione del carattere porta a introiettare il concetto di responsabilità, indissolubile da quello di libertà che si applica nelle proprie scelte e azioni. Chi è diverso o vuole differenziarsi dagli altri sa di essere responsabile di questa autonomia e di doverla gestire; chi magari è meno diverso da una presunta normalità ma nondimeno ha sviluppato un carattere indipendente, sa di essere comunque responsabile di fronte a se stesso e agli altri. Individualità, indipendenza, libertà, responsabilità: questi quattro pilastri sono le fondamenta di ogni principio di uguaglianza e solidarietà, nonché di quel famoso senso civico che invano si cerca di infondere attraverso corsi e invocazioni.

Ciascuno per quanto in proprio potere, se cresciuto in quel modo sarà incapace di restare indifferente ai soprusi: se inflitti ad altri, li percepirà come violenze contro il proprio stesso diritto all’autodeterminazione, pari a quello di ogni altro individuo; se vittima in prima persona, saprà innalzare un muro di autodifesa e, non di rado, di contro-attacco. In entrambi i casi, bambini e ragazzi così formati parleranno, denunceranno, correranno in difesa, stigmatizzeranno, isolando i bulli di turno e – perché no? – forse riuscendo persino a redimerne qualcuno.

Finché, tuttavia, si continuerà ad assecondare la cultura del gruppo-clan, dell’integrazione come cancellazione delle differenze, della fama a livello di massa come unica forma di realizzazione personale, del “siamo tutti uguali” (ma in senso livellatorio verso il basso), del conformismo politicamente corretto, allora continueremo a leggere di episodi di bullismo, indignandoci nella nostra presunta superiorità morale.

Finché chi a scuola eccelle sarà guardato con sorpresa e quasi sconcerto persino da certi insegnanti, finché prospererà la sottocultura del “c’è sempre tempo per studiare, l’importante è fare esperienze” (non importa quali né a che prezzo), sino a quando il pervasivo sessismo italico continuerà a considerare ovvie e naturali certe distinzioni di talento e di potenzialità, resteremo ostaggi della legge del più forte. E sarà solo colpa nostra.

Silvia Crupano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *