Emancipazione (è) libertà

Andrea ArdiriOrizzonti diversi0 Comments

Orizzonti diversi | di Andrea Ardiri |


La pedagogia, a differenza di altre discipline, non è mai del tutto “neutrale” perché ogni sua teorizzazione è orientata da precise finalità inquadrate in un orizzonte valoriale determinato e, di conseguenza, la pratica dell’educazione che da essa deriva implica non soltanto un accumulo di saperi che vengono tradotti in una metodologia, bensì una vera e propria scelta di campo sia teorica che pratica.

Da un punto di vista storiografico potremmo dunque identificare il Novecento come il secolo in cui la pedagogia ha (ri-)acquisito la propria dimensione critica ed ritornata pienamente consapevole che la sua “scientificità” è sempre quantomeno orientata da un’ideologia. Alla luce di questa interpretazione si può dunque sostenere che una parte considerevole delle pratiche educative (e quindi anche delle teorizzazioni da cui esse discendono o che a partire da esse sono state costruite) si è orientata nella direzione di una progressiva demolizione delle prospettive più conservatrici e tradizionaliste e – soprattutto nei paesi governati da regimi democratici – ha mirato a costituire nuovi spazi di libertà per il cittadino, de-ideologizzati e tesi all’emancipazione dell’individuo nella specificità della sua soggettività. L’evoluzione delle società di massa ha inoltre portato all’insorgenza di nuove emergenze educative e, di conseguenza, la riflessione pedagogica si è trovata di fronte a nuove sfide sia teoriche che pratiche. Le esperienze pedagogiche elaborate nel contesto sessantottino aveva aperto la strada a prospettive inesplorate e lo aveva fatto soprattutto in risposta ai bisogni educativi di alcune tipologie umane poste ai margini della società: nella radicalità della critica sociale del ’68 era già presente in nuce una decostruzione critica dell’individuo moderno come soggetto di conoscenza e apprendimento.

Queste esperienze hanno dimostrato con immediata efficacia pratica la non neutralità di ogni forma di sapere e hanno così evidenziato la necessità di forme educative più inclusive. Le nuove emergenze educative hanno fornito – sull’onda lunga della riflessione femminista, dei grandi movimenti migratori etc. – un contesto applicativo più specifico e manifesto in cui potesse farsi strada la necessità di un “pensiero della differenza” e, conseguentemente, di una “pedagogia della differenza”. Il disvelamento della Weltanschauung implicita in ogni metodologia educativa ha così posto le premesse indispensabili per la problematizzazione dei sistemi educativi tradizionali, messi in crisi dalla presa di coscienza della radicale alterità di soggettività “oggettivamente diverse” – le donne, i movimenti GLBT etc. – dalla presunta neutralità del “maschio bianco eterosessuale”.

La pedagogia, nella prospettiva della teorizzazione orientata a modelli educativi sempre più inclusivi, non può più prescindere dalla problematizzazione di taluni aspetti della trasmissione dei saperi che, privi di analisi teorica e monitoraggio della pratica educativa adeguati, possono caratterizzarsi, a seconda delle circostanze, come “razzisti”, “maschilisti”, “sessisti” etc. Si impone dunque, in prima istanza, una prospettiva di analisi “critica” e “decostruttiva”, consapevole della carica ideologica insita non soltanto nella trasmissione dei saperi, ma spesso addirittura nei saperi stessi, e pronta a confrontarsi con le nuove sfide educative. È in quest’orizzonte metodologico “di frontiera” che si collocano gli studi sulla “pedagogia di genere”: essa si pone programmaticamente nella prospettiva che «né i soggetti né i contenuti che si incontrano e si scambiano nella scuola sono neutri, bensì sessuati, portatori quindi di esperienze e saperi differenti, che riguardano diverse traiettorie biografiche individuali e collettive».

All’interno di questa prospettiva di radicale decostruzione del soggetto risulta di grande interesse la riflessione intorno al concetto identità di genere, particolarmente vivace negli ultimi anni ed emblematica dello sviluppo su più livelli proprio di un “pensiero della differenza”. L’attuale dibattito sul concetto di “genere” – inteso non più come mero riflesso della genitalità, ma come prodotto culturale che si innesta sul sostrato biologico – ha dunque un’origine composita: la sua problematizzazione si sviluppa nella convergenza tra la riflessione sulla donna del pensiero femminista, la critica foucaultiana della sessualizzazione dei saperi come strumento delle relazioni di potere, la nascita della “queer theory” e degli “studi di genere” etc. Naturalmente questo tipo di impostazione ha riflessi diretti sulla riflessione pedagogica, poiché, laddove si inizino a considerare i saperi come un qualcosa di “non neutrale”, bensì “contaminato” dalla carica teorica implicita nel “genere”, ciò ha riflessi immediati sulle pratiche educative. In particolare:

  1. come si è detto, i saperi stessi sono implicitamente carichi di stereotipi di genere;
  2. sia il/la docente che il/la discente, che a loro volta auto-percepiscono come appartenenti ad un genere e sono socialmente collocati in un ruolo sessualizzato, sono, ciascuno per sé, orientati dalla loro appartenenza di genere;
  3. la relazione docente/discente risulta inevitabilmente deformata dall’interazione di questi due aspetti e, benché inevitabilmente “sessualizzata”, si determina all’interno di un presunto spazio di neutralità dei saperi (implicitamente riferito al genere).

In tempi più recenti, in maniera speculare rispetto alla riflessione femminista, ci si è interrogati circa la specificità del genere maschile e, in particolare, se nella definizione dell’identità maschile siano effettivamente inevitabili connotazioni di tipo “machista” o, piuttosto, vadano accantonate in funzione di un rapporto più equilibrato con dell’uomo con se stesso e con l’alterità. Se l’emancipazione della donna ha avuto come tappa imprescindibile l’autoconsapevolezza nella contrapposizione con la “società” maschilista, la “liberazione” dell’identità maschile non potrà che delinearsi come temporaneo ritirarsi da quella stessa società, volgendosi all’introspezione e alla “cura di sé”.

A.A.


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