Massimo Cacciari rilegge Dante

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Il Corriere Della Sera, 3-07-2004
Dante insegue Ulisse: due naufraghi, un’unica rotta
Il rimpianto e il coraggio oltre i Limiti del mare aperto.
Il poeta a caccia della verità sul navigatore dell’esistenza

Inferno, Canto XXVI
di Massimo Cacciari

 

Tutto l’itinerario lungo le prime due Cantiche è un ritorno del pellegrino in se stesso, un doloroso rammemorare i peccati commessi, le seduzioni e i pericoli che ne hanno minacciato la salvezza. Ma due figure ardono ancora ai suoi occhi con tale «violenza» da farlo cadere, da sembrare capaci di sbarrargli la via. Esse sono strettamente intrecciate nel più paradossale degli abbracci, al di là di ogni differenza di tempo e cultura. È la «bufera» che trascina, stringe, vince l’amore di Francesca, «bufera» che non concede riposo per tutta l’eternità. È l’ardore, il furor di Ulisse, incapace anch’esso di stare , fiamma che si alimenta da sé, inestinguibile.
«Allor mi dolsi…»: sono queste le figure che riaccendono in Dante tutta l’ angustia per la sua vita passata, insieme all’ansia struggente di metanoia , di conversio ; «… e ora mi ridoglio»: e tanto forte è stata quell’ angustia vissuta nel momento dell’incontro, che ancora adesso, che il viaggio è finito, che la suprema visione è stata attinta, il suo ricordo lo tormenta. Come i «martiri» di Francesca esprimevano l’esito estremo di una concezione dell’amore, così il naufragio di Ulisse «compie» un’idea della sapientia , del desiderio di conoscere, e della virtù. E come l’amore in sé è «buono», così è «buona» la Stella («o miglior cosa») che ci ha donato «lo ingegno». La Stella di Ulisse è la stessa di Dante. E la navigazione di Ulisse per vie, terre e mari inesplorati non è analoga a quella del poeta? La colpa dell’eroe non può certo consistere nel rifiutare ogni se-curitas ! Curiosus è l’eroe, quanto lo è il poeta. Come una stessa Stella può generare effetti opposti? Questa è la domanda decisiva, che assilla Dante. Questo egli vuole sapere, interrogando con insistenza, sporgendosi «a veder» «tanto atteso» da doversi afferrare a una roccia per non precipitare. Sapere questo vale, per Dante, mille e mille preghiere e ogni indugio: come è morto Ulisse, come è finita la sua virtù e la sua curiositas?La verità su Ulisse esige Dante, e cioè, appunto, la verità sulla morte del suo eroe. Segno doppio i Gemelli. Doppia la Stella di Dante. Essa destina a una «caccia» infrenabile. Possiamo concepirne una più ek-statica di quella di Dante? «Trasumanar» egli vuole, «indiarsi», penetrare nel Se stesso di Dio, «ficcare» l’occhio, il proprio stesso occhio mortale, nel «segreto» dell’eterno consiglio. E questo Fine grandioso non deve forse essere attinto anche attraverso la «onesta et laudabile via et fruttuosa» dei «philosophica documenta»? Si può giungere da servitù a libertà senza la guida della sapientia , separando Gerusalemme da Atene? Assolutamente no. E Dante sta al fondamento della moderna cultura europea proprio per la potenza insuperabile con cui ha espresso, nella sua lingua prima ancora che nella sua cultura, l’accordo provvidenziale tra i due mondi. Ma allora? Che altro testimonia Ulisse nella sua tragedia se non la necessità della «vita teoretica», della vita che si dedica al conoscere attraverso l’esperienza, poiché nulla è nell’intelletto che prima non sia stato esperito sensibilmente? Le parole che rivolge alla fine ai compagni sono le stesse del Maestro di coloro che sanno. Ingannerebbe Aristotele? «Scelerum inventor» Aristotele?!

Bisogna saper interrogare Dante anche oltre il significato che egli sembra attribuire al suo simbolo. Qui Dante davvero si affaccia alle ragioni più intime della sua angoscia e della sua ricerca. Se Ulisse rappresentasse soltanto luxuria mentis , smodata e vana curiositas , in quante altre forme avrebbe potuto essere immaginato! Ma una methodos egli invece segue, una precisa «via ad Occidente», fino al Limite che in sé sembra comprendere il mondo esperibile, e che è anche il Limite dei «vizi» (in tutti i sensi: come capacità di fare il male, ma anche miseria, impotenza, finitezza) e del «valore» degli umani. Non è «disordinata» la «caccia» dell’eroe. Tantomeno la sua parola, l’arte di cui sommamente dispone, la retorica, e che culmina, appunto, nella «citazione» aristotelica.

Certo, non è quello di Enea il suo «volo». Enea – e Paolo… e Dante! – sono chiamati . L’eroe nella sua virtù viene, invece, da solo. Ma non basterebbe questo a condannarlo. Che cosa ne impedirebbe il «riscatto» come per Traiano? Soltanto la sua estraneità all’idea provvidenziale dell’Impero? La ragione non può essere che filosofico-teologica. E questa consisterebbe – si è detto e ripetuto – nell’intreccio di due ordini di motivi: da un lato, Ulisse ignora la pietas virgiliana; non reca il padre sulle proprie spalle, non riconosce «portante radice», come Enea; nessun «debito amore» lo trattiene. Mentre Enea va, per quanto «invitus», alla Casa destinatagli, Ulisse abbandona la propria, anzi: neppure vuol farvi ritorno. D’altro lato, egli sarebbe proprio simbolo di amore «inordinato», poiché ignora come per «removere viventes in hac vita de statu miseriae ad statum felicitatis» ogni forma di umana sapientia sia essenzialmente impotente e la «caccia» della ricerca debba essere superata in quel «stare» fermo della contemplazione, che, «al sommo», Bernardo figura. Sono motivi molto seri – ma davvero fino in fondo convincenti? Non potremmo dire che è chiamato ad abbandonare tutto anche il pellegrino cristiano? Forse che la pietas del contemplante si esprime nel restare presso il focolare con Penelope? E poi perché il peccato di Ulisse dovrebbe avere a che fare con la sua impotenza a «sormontar di sopra» a sua «virtute»? L’«ultimo» dantesco sono duo Ultima. In sé il fine terreno, l’accordo tra vita teoretica e ricerca del Bene comune, è perfetto come quello ultraterreno, solo grat ia godibile. E Ulisse non naufraga alle porte del Paradiso, ma a quelle del paradiso terrestre! È dunque ad philosophiae portum che la sua esperienza e la sua virtù non sanno condurre. È la sua filosofia a «peccare». Ma, allora, la sua filosofia non può essere quella del Maestro! E neppure quella dei suoi più «estremisti» discepoli, poiché la luce di Sigieri, il grande nemico di Tommaso, brilla in Paradiso. Ulisse non può significare, per Dante, che l’estremo pericolo immanente nell’aristotelismo più radicale, ma non sua necessaria conseguenza, poiché altrimenti nulla si comprenderebbe della collocazione di Sigieri, e neppure di quella di Averroè, e nulla, più in generale, della filosofia di Dante. Ulisse è un fraudolento, un cattivo consigliere perché fraintende i documenta philosophica .

Non è l’Ulisse dell’inganno del cavallo! L’Ulisse del raggiro, della mera calliditas non riveste alcun interesse per Dante. Ma come? Non inganna anche lui i pochi compagni che lo avevano seguito fino al Limite? Non li «seduce» da autentica Sirena con la sua orazione, col suo straordinario, scolpito breviloquio? Non li raggira apparecchiando per essi la sventura?

Ingannare implica mentire, conoscere la verità e mascherarla, offrire un dono che si sa essere morte. L’Ulisse della Stella di Dante, invece, pronuncia ai suoi faccia a faccia ciò che sa e che vuole, nulla nasconde loro di ciò che sa e che vuole. Né li inganna su quanto li attende oltre «quella foce stretta»; non li sprona a seguirlo in vista di altre terre e altre esperienze «degli vizi umani e del valore». No, il «sempre oltre» che li ha incitati ad andare si volge ora al «mondo senza gente». Nulla più troveranno. A inabissarsi sono chiamati. E la Montagna che insorge improvvisa e che non potranno toccare non era in alcun modo la méta prefissa.
Dunque, Ulisse non inganna, se non in quanto nel suo ardore si inganna; è il suo essere che lo porta al naufragio. La sua alta retorica, capace «quae falsa sunt vera ostendere» (Gregorio Magno) convince lui stesso, prima di qualsiasi altro; è la filosofia che la muove a essere «inventor scelerum». Ma, di nuovo, le parole sono quelle del Maestro! E proprio qui ecco l’inganno obbiettivo, di cui è vittima Ulisse per primo! Perfetta maschera aristotelica che «seduce» la più alta virtù: questa è la tragedia che qui si consuma – tragedia della stessa arma che è il linguaggio, capace di significare l’opposto usando delle stesse parole. Ulisse esalta l’ esperienza , ma ne ignora il fondamento. La sua ricerca è, letteralmente, sradicata . Poiché nessuna conoscenza di sé sta alla sua origine.

All’opposto, sembra quasi che egli, nella sua «caccia», voglia dimenticarsi, «risolversi» tutto nella conoscenza degli enti che incontra. Dimentica sé per le cose. E dunque non può che trascorrere da finito a finito. Ma, allora, il suo sapere non solo mai sarà «compiuto», ma esprimerà un’ignoranza radicale dell’autentico aristotelismo: la priorità dell’atto sulla potenza e la «pace» come causa finale che muove ogni interrogazione, ogni inquietudine, ogni conflitto. Navigando nella «rete» delle mere finitezze, egli dipenderà sempre dal loro apparire. E mai potrà dirsi libero. Volendo oltrepassare ogni segno, egli in realtà mai oltrepassa la dipendenza dall’apparire finito. Perciò manca il segno, il «bersaglio», e questo è filosofico peccato.

Necessariamente, per chi deve andare, non sapendo stare, nella perfetta infondatezza, da «senso» a «senso» dell’ente, da esperienza finita a esperienza finita, tutto ciò finisce con l’apparire eterna ripetizione dello stesso. E una grande nausea lo assale. Una immensa stanchezza. L’ultimo folle volo non è al Niente se non nel senso della rivelazione della nullità del tutto.

Poderosa forza della «orazion picciola», che immagina l’infinito progresso, autonomo, autoreferenziale, di «virtute e canoscenza». È possibilità immanente all’idea di esperienza.

Dante ne intuisce profeticamente il dispiegarsi futuro nella figura eroica di Ulisse. E forse già avverte come solo il naufragio possa arrestarla. Potrebbe un altro «discorso» convincere questo Ulisse? Sarebbe come pensare che Giobbe possa esser messo a tacere dalle chiacchiere degli «onerosi amici». Solo nel mare aperto, solo faccia a faccia coi turbini che nascono «de la nova terra» egli potrà riuscire o fallire.

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