Massimo Cacciari – Globalizzazione: scontro di civiltà?

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Globalizzazione: scontro di civiltà?
Genova, 6 giugno 2002
Da www.leuropachevogliamo.it

Intervento di Massimo Cacciari

 

Cerchiamo di ragionare un po’ insieme su questo termine e su come può essere declinato, perché globalizzazione ha un immediato significato di carattere economico, finanziario, tecnico, culturale; e credo che non sia oggi il caso di soffermarsi su questi aspetti: sono certamente gli aspetti decisivi, per certi versi sono le grandi potenze che oggi condizionano, determinano la nostra vita e i nostri destini, ma credo che tutti ormai -davvero tutti, anche certuni che fino a qualche anno fa pensavano che si potesse determinare un ordine mondiale attraverso automatismi di carattere tecnico-economico: ci sono state scuole di pensiero che hanno avanzato questa pretesa- s’interroghino su come accompagnare se non altro i processi economico-finanziari di globalizzazione a un riordino politico, a istituzioni globali; cioè, il problema oggi -credo un po’ per tutti- sia come affrontare la questione delle istituzioni globali, non più semplicemente la globalizzazione come fatto o dato economico-finanziario, ma la questione appunto dell’ordine politico, se, in che misura e come è concepibile un ordine politico. Perché? Ma perché evidentemente gli ordini politici che abbiamo ereditato dal passato sono in crisi, non dico che siano finiti questi ordini, ma sono certamente in crisi. A cosa mi riferisco? A tutta la forma tradizionale di sovranità, alle forme statuali territorialmente determinate di sovranità. Questo è il grande segno della nostra epoca, ben prima anche della caduta del muro, ben prima dell’ ’89-’90, ben prima di anni meravigliosi che hanno determinato visivamente lo sconquasso di un precedente ordine mondiale; è un processo che dura da tempo -sicuramente dalla fine della seconda guerra mondiale- e cioè questa progressiva detronizzazione di quella grande figura barocca che sono gli stati nazionali, così come emergono vittoriosi. Alla fine della crisi cinquecentesca, delle guerre di religione, ecc., con la pace di Westfalia, definitivamente emergono come i grandi soggetti del destino europeo e mondiale gli stati nazionali con la loro volontà di potenza, con la loro mira espansionistica, con le loro prospettive imperialistiche. Il concetto di imperialismo è strettamente connesso a quello di stato nazionale, l’imperialismo non esprime che la tendenza egemonica su territori più vasti da parte di stati nazionali; quindi l’imperialismo appartiene in toto all’epoca dello stato nazionale, ne esprime appunto la tendenza all’espansione territoriale, cioè ad aumentare i territori su cui vige la propria sovranità, ma siamo sempre all’interno di un’idea di sovranità territorialmente determinata.

Ebbene, questa grande figura dello spirito europeo, come si dice e si è ripetuto, che è lo stato moderno nazionale, la sua sovranità politica è in crisi evidente almeno a partire dalla fine della seconda guerra mondiale e nell’ultimo decennio quando i processi di globalizzazione hanno assunto con la caduta del muro, con la fine dell’ “impero sovietico” un ritmo -direi- addirittura violento; ecco, questa crisi si è manifestata agli occhi di tutti. Tutti oggi parlano appunto di una crisi dello stato nazionale.

Al posto di questa sovranità politica che cosa c’è? Che cosa sta prendendo il posto di questa sovranità politica? Questo è il grande dilemma dell’epoca. Che cosa subentra politicamente allo stato e che cosa subentra culturalmente al “nazionalismo” (il discorso dell’inno, ecc., cui prima si faceva riferimento)? Perché lo stato non era soltanto un ordinamento, un diritto pubblico, esprimeva anche una identità culturale: stati nazionali, lo stato, la macchina, la burocrazia, organizzati in modo centralistico, fonte primaria di diritto, ma accanto a questo e insieme lo stato come nazione. Noi sappiamo bene che la storia non è così, che lo stato nazionale è quasi una contraddizione in termini perché lo stato moderno, nella sua organizzazione centralistica-burocratica, nasce essenzialmente facendo a pezzi le nazioni. Quindi, lo stato nazionale significa storicamente lo stato che sussume in sé il pluriverso delle “nationes”: questo è particolarmente evidente nella storia francese, con la rivoluzione francese, è la fine delle diverse nazioni e la loro sottomissione al grande ordinamento centralistico-burocratico dello stato.

Però poi questo discorso funziona anche culturalmente, cioè lo stato sviluppa al suo interno anche -tragica storia del ‘900- nazionalismi, cioè la sua legittimità non deriva soltanto dal fatto che funziona come macchina centralistica-burocratica, la sua legittimità deriva anche dal fatto che produce forme di nazionalismo.

Ci sono degli autori che hanno riflettuto sulla nostra epoca in modo ampio che hanno detto che in fondo -a ragionare- la ragione fondamentale della sconfitta degli ordinamenti totalitari europei nel corso del ‘900 deriva essenzialmente da questa loro costitutiva debolezza, cioè di essere ancora dei nazionalismi: la loro era ancora una concezione imperialistica radicata allo stato e radicata al nazionalismo alimentato da quello stato. La ragione della sconfitta -ad esempio- del nazismo (una delle ragioni fondamentali) era quella di essere un nazional-socialismo; nella loro impostazione culturale strategica ancora erano radicati in quell’idea di stato nazionale che il progresso tecnico, economico, finanziario era destinato a soppiantare. Ripeto: a mio avviso, la sovranità statale avrà ancora una lunga vita. Che però la sovranità statale non possa più essere letta e interpretata come quella forza, quell’energia in grado di conferire un ordine agli equilibri politici del pianeta, mi pare indubitabile. Cioè, che noi viviamo in un’epoca che non so quanto può durare, ma che si vive in un’epoca che vede la progressiva detronizzazione delle sovranità statuali, mi pare assolutamente indubitabile. E mi sembrerebbe del tutto reazionario ogni atteggiamento che tentasse di -come dire- contenere queste tendenze o di ritardarle semplicemente. Perché? Ma perché tutti i fattori fondamentali della nostra vita , del nostro destino ormai si muovono in un’arena -appunto- globale, metanazionale, metastatuale, per cui non ha neanche più senso parlare di imperialismi oggi nel senso tradizionale del termine, perché -ripeto- gli imperialismi (come quello nazionalsocialista, fascista, ecc., ma anche quello inglese o francese), tutti gli imperialismi classici sono imperialismi che esprimono che cosa?: volontà di potenza statuali. Partono da lì, da quella sovranità territorialmente determinata. Oggi, invece, le vere potenze non sono territorialmente determinabili in alcun modo.

Allora: o noi riteniamo che attraverso il libero gioco di queste potenze metastatuali, metanazionali si giunga a un qualche ordine politico -e sarebbe meraviglioso, perché in filosofia si direbbe: “è il passaggio ad un altro genere”, no? Come fa un altro ordine che è tecnico, economico, finanziario a produrre un genere altro da sé, un ordine politico?- oppure diventiamo dei reazionari e ci aggrappiamo disperatamente alle navicelle dei vecchi stati, come in Europa qualcuno ha intenzione di fare, o peggio ancora a sottosistemi statuali (questa regione, quell’altra regione), a un nazionalismo localistico, oppure ci poniamo la domanda di quali possono essere le istituzioni globali.

Non vedo quale può essere il punto di vista diverso. Oppure ancora, se vogliamo proprio aggiungere un altro scenario, pensiamo di poterci arrangiare con quello che alcuni autori americani chiamano una “transnational governance”, differenziando il termine “governance” dal termine “government”, cioè mentre il “government” è proprio il governo politico, territorialmente determinato, statuale, ecc., la “governance” è una forma di ordine pluralistico, che vede diversi soggetti, non soltanto politici, interagire. E allora questa idea di questa “governance” l’applicano sul piano globale. Cosa significherà in concreto tutto ciò? Allora diciamo: quali sono i poteri che oggi si manifestano? C’è certamente il potere del vecchio stato, che ancora è forte naturalmente, c’è il potere che deriva dagli accordi interstatuali, dai trattati (cioè il vecchio diritto internazionale, si direbbe una volta), poi ci sono nuovi poteri che trascendono appunto questi tradizionali, cioè la disciplina di organismi sopranazionali (ad esempio, l’Unione Europea), poi ci sono le regole che vengono dettate continuamente da autorità sopranazionali autonome (per esempio, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale per il commercio); vedete, ognuna di queste entità ha strutture diverse, viene retta secondo diversi principi, diverse finalità, la sua sovranità ha fonti completamente diverse; aggiungiamo poi appunto tutto il nuovo vero e proprio diritto giurisprudenziale -comprensivo, per esempio, di tutte le decisioni arbitrali- che viene costantemente prodotto, che una volta sarebbe stato catalogato sotto “diritto privato” e che adesso effettivamente svolge funzioni decisive per quanto riguarda tutte le attività della cosiddetta “business community”. Noi siamo in una situazione nella quale sempre più siamo in presenza quasi di due diritti ormai, che funzionano ambedue in qualche modo: un tradizionale diritto pubblico e questo diritto che la “business community” sta producendo per conto suo e in base alla quale regola i suoi rapporti, le sue relazioni, i suoi scambi al proprio interno. Allora, questa visione della “transnational governance” cosa dice? Bene, l’ordine mondiale nasce dalla interazione libera, elastica, elasticissima, dinamica (poi, naturalmente si usano gli aggettivi a seconda di che parte si sta) di questi diversi soggetti, di questi diversi organismi, di queste diverse fonti di diritto, di questi diversi diritti e da questo complesso (parola magica, no, la complessità) nasce, si determina il nuovo ordine mondiale. E’ inutile andare a scervellarci, anzi è un esercizio al limite reazionario quello di andare in cerca di istituzioni politiche-politiche, il mondo si reggerà benissimo attraverso la relazione, la competizione, anche la concorrenza tra questi diversi soggetti.

Questa è una ideologia molto diffusa, che s’accompagna molto bene tra l’altro con una certa ideologia della rete, in cui si esaltano le doti orizzontali della rete: questa ideologia che sta dominando della rete come disposta semplicemente in orizzontale, come negazione di gerarchia politica, come applicazione di una vera democrazia postpolitica tutto sommato. Allora, questi diversi soggetti che prima vi dicevo si sistemano tutti sull’orizzontale formano i nodi di una rete, che governerebbe (nel senso di ordinerebbe di fatto) le nostre relazioni, i nostri scambi, i nostri rapporti. E’ un’ideologia poderosa questa, in cui appunto tutti i nodi della rete tutto sommato valgono in quanto sono nodi della rete, le loro qualità intrinseche vengono messe tra parentesi, ciò che conta è appunto questa relazione che si disporrebbe semplicemente sull’orizzontale negando ogni piramide, ogni gerarchia.

Può essere questa l’idea che noi pratichiamo di una globalizzazione politica? Possiamo accontentarci di questo? Beh, sarebbe facile mostrare come sia in questa ideologia della rete, sia in questa idea di una “transnational governance”, gli elementi ideologici -proprio nel senso classico del termine, proprio di cattiva coscienza- siano evidentissimi. Per quanto riguarda i diversi soggetti di cui prima si parlava (e cioè, ripeto, potenza dei tradizionali stati nazionali, diritto internazionale, nuovi organismi sopranazionali vedi -per esempio- Unione Europea di ordine politico, organismi sopranazionali di ordine “tecnico” e non politico -come Banca mondiale- per quanto influenzati anche dall’azione politica, diritto privato transnazionale che assume sempre più un valore proprio di nuovo diritto pubblico, una sorta di “lex mercatoria” universale che si sta affermando, che si sta producendo, che produce diritto), è facile vedere come siamo lontani da un pluralismo “egualitario”. Nessuno declina così questa visione, tutti affermano che quest’ordine potrebbe funzionare soltanto nella misura in cui al suo centro la sua intelligenza, la sua mente fosse che questo organismo si uniformasse tutto (solo a questa condizione può funzionare se viene tutto fondato) sui valori creati e che continuamente ricrea la “business community”. Questo è assolutamente indubitabile: questo sistema sta in piedi soltanto se il suo funzionamento è uniforme e omogeneo in base ai cosiddetti valori del mercato. Questo non lo dicono né i sinistri né i destri, lo dicono tutti coloro che analizzano in modo disincantato questa situazione, per cui è del tutto apparente -come dire- la pariteticità, l’uguaglianza tra questi diversi soggetti: in realtà questi diversi soggetti sono gerarchizzati non tanto sulla base del fatto che uno è più forte dell’altro, ma sulla base di un unico discorso; cioè questo scenario funziona nella misura in cui tutti i soggetti che vi operano parlano un medesimo linguaggio.

E’ così l’ideologia della rete, ma tutti sappiamo -per esperienza anche personale, no, credo, se facciamo un minimo di politica o anche soltanto stiamo attenti alle cose del mondo- che questa bella ideologia della rete cela un fatto essenziale alla rete stessa e cioè che i nodi della rete -lungi dall’essere come quelli del pescatore- sono nodi che hanno diversi “salienti”, sono nodi diversi, sono nodi qualitativamente diversi, di diversa potenza: lo spazio della globalizzazione non è uno spazio cartesiano, omogeneo, indifferente in cui tutti i punti si equivalgono, non è assolutamente niente di tutto ciò; è uno spazio articolato, qualificato e gerarchizzato al suo interno: sulla base di che cosa? Sulla base essenzialmente di scelte di mercato. Dal punto di vista delle scelte di mercato questo spazio appare indifferente, cioè nel senso che le decisioni d’investimento possono cadere in un punto o nell’altro, ma non indifferentemente, in un punto o nell’altro a seconda appunto della razionalità delle scelte medesime. E infatti chi fa l’amministratore lo sa bene che il suo mestiere ormai è essenzialmente ridotto o esaltato, a seconda dei punti di vista, nel creare le condizioni ottimali d’investimento nella sua area. La grande concorrenza tra i luoghi, le città e le regioni europee e mondiali oggi avviene su questo: creare nella propria città le condizioni migliori affinché i processi finanziari, economici globali atterrino preferibilmente a Genova piuttosto che a Milano. Ma naturalmente nel momento che atterrano questi interessi creano disuguaglianze; la globalizzazione procede per disuguaglianze, è essenziale a questo processo di globalizzazione la produzione di dislivelli perché soltanto questa produzione produce energia, se non c’è il dislivello non si produce energia.

Quindi, l’idea di una rete tutta orizzontale, di uno spazio della rete indifferente e omogeneo è una perfetta ideologia che copre totalmente i processi reali. Noi possiamo anche pensare che questi meccanismi, che questa “transnational governance” possa rispondere alla nostra esigenza di ordine, ma dobbiamo sapere che questo è “questo ordine”, che presuppone queste gerarchie, che l’ordine è un ordine gerarchico ben preciso che per funzionare dev’essere dominato da quel linguaggio, dev’essere uniformato sulla base appunto dei valori sostanzialmente della grande transnazionale “business community” (badate che non dico che è il vecchio capitale, no assolutamente: questa “business community” è formata appunto dal capitalista come dall’amministratore che deve attrarre l’investimento, dall’università, dalla ricerca, dalla tecnica in generale); dev’essere uniformato sulla base di questo linguaggio; e che la forma della sua realizzazione è una forma gerarchica -dunque- dove non è che dislivelli,disuguaglianze, ecc. siano un effetto perverso o patologico, è fisiologia di questo sistema, perché appunto questo sistema funziona nella misura in cui scova costantemente luoghi, zone, aree nelle quali si possano determinare disparità rispetto ad altre.

Perché è su questi dislivelli che si produce l’energia che fa andare avanti l’insieme: e questo è evidentissimo, questi sono fatti, questa è la realtà; ma appunto, perché questa realtà si copre con quell’ideologia? Ci può essere un spiegazione -come dire- che va in cerca di ciò che è nascosto, ma non è tanto questo perché questo sistema che sto descrivendo non dovete intenderlo più in senso personalistico, come si pensava una volta: questa è una macchina, in cui i vari ingranaggi, i vari soggetti che ho indicato sono appunto funzioni, fattori di questa macchina tecnico-politico-economica. Quindi non ci sono cattivi soggetti che elaborano a tavolino ideologie, piani: tutto questo fa parte di un armamentario, di un immaginario politico arcaico ormai, non c’è niente di tutto ciò , c’è questo sistema, c’è questa macchina che funziona così. Ma si potrebbe anche dire che noi siamo costretti a ricorrere a queste forme ideologiche perché non abbiamo alternative. Perché quali sono le alternative a questo sistema-macchina? Quali ordini diversi possiamo sperare rispetto appunto alla globalizzazione? In fondo l’elemento di disincanto di questa visione da cui sono partito è questo: bada che qui -tutto sommato- “government” non ce ne può più essere, ordine politico non puoi più inventartelo (come fai a inventartelo, dove lo trovi, dove lo scovi? Qui ci può essere soltanto un ordine immanente a questo sistema; questo sistema può produrre da sé un ordine se la relazione, la rete tra i suoi diversi soggetti è quanto più dinamica, elastica, aperta possibile.

Quindi si può giungere a queste conclusioni anche per via -come dire- di disincanto, perché qual è l’alternativa? I vecchi stati nazionali? Lo stato mondiale? Qual è l’alternativa? Quando parli di istituzioni globali cosa intendi? Lo stato nazionale oppure la sua estrapolazione utopistica dello stato mondiale? Che cosa vuol dire stato mondiale? Non vuol dire assolutamente niente , è chiaro. Il realismo di questa impostazione consiste nel fatto che assume dati di fatto della realtà (queste fonti di potere, queste potenze, ecc.) e cerca -per usare la solita battuta- di metterle in rete e di dire: soltanto dalla loro relazione, tra questi soggetti esistenti, può esserci un ordine, però dobbiamo sapere che è l’ordine che ho detto, cioè è l’ordine che fisiologicamente progredisce producendo disuguaglianze e dislivelli ed è l’ordine che sta in piedi nella misura in cui tutti noi parliamo prioritariamente il linguaggio dell’interesse tecnico-economico. Quindi: un unico linguaggio e la rete fatta di disuguaglianze, di nodi “salienti” e non di indifferenti mezzi che tengono insieme la rete stessa.

Questa è la questione, questa è la drammatica domanda di fronte alla quale siamo, se dobbiamo appunto ragionare realisticamente. Abbiamo una prospettiva reazionaria: e diamola che non ci interessa, facciamo finta che non ci interessi, facciamo finta perché poi ci interesserà e come, attenzione, perché lo stato nazionale in che misura ci interessa e ci continua a interessare e le ultime elezioni europee dovrebbero avercelo detto a chiare lettere? Ci continua a interessare perché non siamo riusciti ancora a inventare nessun altro strumento in grado di garantirci una difesa di interessi sociali. Com’è pensabile nello scenario globale che ho appena tracciato un “welfare”? Quindi, attenzione che la reazione verso lo stato nazionale può avere una faccia proprio regressiva (alla Haider), ma può avere una faccia “socialdemocratica”, perché se il mio interesse è quello di difendere determinati diritti, un determinato livello di “welfare”, come posso realisticamente pensare di difenderlo a livello di quella “transnational governance”? Diamo per scontato che noi ragioniamo su un’ottica globale, che quindi la difesa della sovranità indiscussa del vecchio stato è -se non un vuoto a perdere- qualcosa che non può rispondere alla nostra domanda. Allora: oltre cosa c’è? Lo stato mondiale? Cattiva utopia perché non fa altro che estrapolare su scala mondiale quello che è lo stato nazionale, ma al di là di ogni difficoltà di ordine tecnico-istituzionale è appunto l’eterna, pessima utopia; cattiva anche perché illogica perché appunto estrapola la figura dello stato oggi in crisi su scala nazionale a livello globale ed è un’impresa assolutamente impossibile: mi auguro che lo riconoscano anche in Europa perché altrettanto assurda sarebbe l’idea di una Unione Europea costruita come un macrostato.

Quindi, anche questo scenario sembra precluso. Realismo della “transnational governance” che è quello che si sta facendo, senza che nessuno lo dichiari, lo dica se non in termini ideologici, ma si sta facendo questo. Andare per questa strada -dobbiamo saperlo- significa non poter in alcun modo porre in modo serio e sensato il problema di un superamento di quelle che in termini -se volete- morali, ecc. si chiamano ingiustizie, di quelle che in termini economici si chiamano squilibri differenziali, quello che volete; cioè, comunque in quell’ottica non vi è alcuna logica che ci possa permettere di affrontare i problemi di squilibrio, i problemi di rapporti di relazione tra aree del mondo, tra civiltà.

Questo discorso è perfettamente neutrale e agnostico su queste questioni; il massimo che in questo discorso ti può essere detto è che se tu lasci libero gioco alle forze di mercato e agli interessi della “business community”, non le impedisci in nessun modo, metti a loro disposizione tutta l’amministrazione burocratico-politica degli stati e degli organismi transnazionale, ecc., la torta crescerà: noi dobbiamo avere questa fede che la torta crescerà e che -crescendo la torta (fede al quadrato!)- ce ne sarà di più per tutti. No, non sto scherzando, è esattamente così: in realtà, questa prospettiva -il cui realismo e la cui dose di disincanto ho appena sottolineato (perché appunto che cosa gli oppone, vedremo)- è del tutto agnostica su queste questioni di valore. Cioè, per questa prospettiva le questioni di valore: ma che senso ha l’espansione, ad esempio; ma ha un senso che l’unico valore del mondo occidentale -dove mondo occidentale ormai non ha più alcuna configurazione geografica, ovviamente: una volta, un secolo e mezzo fa, due secoli fa aveva una configurazione geografica, tra l’altro se lo sono inventato gli Stati Uniti -sapete- ancora la dottrina Monroe: noi siamo l’occidente e l’Europa dove continuano a massacrarsi e a fare le guerre separata da noi e correva lungo l’Atlantico la linea che separava per gli americani l’occidente che erano loro da noi che eravamo il loro oriente (1820-1830), poi dopo la seconda guerra mondiale in particolare il concetto di occidente si è andato via via allargando e adesso non ha più nessuna determinazione geografica. Questo occidente che noi siamo, questo occidente non geografico, questo occidente virtuale come si rapporta alle altre aree, alle altre grandi zone, grandi spazi del pianeta che non sono occidente in base al discorso che abbiamo appena fatto? Si può rapportare soltanto così: non dobbiamo avere a disposizione, aperto (porta aperta) l’intero pianeta perché il nostro valore è l’espansione; dopodiché (abbi fede!) attraverso l’espansione e l’aumento della ricchezza prodotta, del prodotto interno lordo, su scala mondiale si potrà affrontare il discorso che una volta si sarebbe detto distributivo: ora sappiamo benissimo (e lo hanno ammesso ormai tutti) che non vi è alcuna logica ridistribuiva all’interno di questo discorso. Quindi, anche ammettendo che il fine sia quello ridistribuivo, al fine dovremmo arrivare con una decisione tout court politica, perché nella logica neoliberista non vi è alcun paradigma, alcuna equazioncina che affronti il problema ridistribuivo a differenza che nella teoria keynesiana: lì era implicito un meccanismo ridistribuivo, qui è un valore extraeconomico, extrasistema, un valore che non viene negato, ma non è in alcun modo immanente al sistema medesimo. Questo dev’esser chiaro, questa è una differenza radicale rispetto allo schema prima keynesiano roosveltiano, poi socialdemocratico che è durato fino agli anni ’70 in Europa: è una rivoluzione. Bisogna stare attenti: non è che neghino i problemi ridistributivi, i problemi degli squilibri, ecc., ma li pongono come un problema di fine e di valore concretamente ponibile soltanto allorché il sistema che ho indicato funzioni a regime e sia perfettamente libero. Per essere perfettamente libero dev’essere libero di espandersi. Questa espansione sine fine è davvero implicita in questo modello e da quel dì! E’ il discorso della porta aperta, cioè dei liberi spazi: lo spazio dev’essere libero all’espansione, le porte devono essere tutte aperte e chi chiude la porta o chiude gli spazi va colpito. E dopo, una volta che lo spazio sia omogeneo a questo interesse, a questa prospettiva, una volta che l’espansione sia davvero un’espansione che non incontra nessun tipo di ostacolo, a quel punto si porrà forse un problema di riequilibrio e di ridistribuzione. Però qui vedete la paradossalità, la contraddittorietà del discorso, perché a questo punto noi risiamo su ua questione politica, perché il meccanismo che abbiamo seguito finora apparentemente neutrale avalutativo tecnico-economico segue fino al punto in cui ci ponga (o si voglia porre) il problema di uguaglianza, di ridistribuzione, di superamento degli squilibri. A quel punto il problema ridiventa tutto politico perché non c’è nulla all’interno del modello precedente che lo possa impostare.

Noi siamo di fronte a queste questioni, noi il toro dobbiamo prenderlo per le corna, perché è una cosa grossa, non possiamo aggirarlo, noi siamo in presenza di questo formidabile paradigma. Non è il pensiero unico? Non sarà il pensiero unico, sarà il pensiero terzo, quarto, non m’interessa. E’ il paradigma vincente e dominante, presenta tutte queste contraddizioni, però io sto facendo una sorta di critica dell’ideologia, ma come tradurla in politica? Quale alternativa politica possiamo proporre? Che sia un’alternativa politica a questa altezza, che non sia regressiva, reazionaria, che non si abbarbichi alle vecchie sovranità statuali, che non sia pura ideologia, puro fumo, lo stato mondiale. Come faccio a contraddire in modo positivo, progressivo questo paradigma? Questo è il punto -vedete- su cui davvero, a mio avviso, la sinistra, il centrosinistra su scale internazionale hanno segnato il passo. Queste son le vere, grandi questioni e non le beghe fra partitini, tra leaderini: è qui che la sinistra dopo il cinquantennio socialdemocratico segna il passo. E’ qui: su queste grandi questioni segna il passo! E cioè su come non contraddire la globalizzazione, non essere “no global” appunto, ma come essere “new global”, quali possono essere le istituzioni globali che possano dall’interno di questi processi difendere spazi democratici, affrontare concretamente i problemi della disuguaglianza tra paesi, tra aree del pianeta e all’interno dei diversi paesi metropolitani, perché come tutti sappiamo ormai le disuguagliante crescono all’interno delle stesse metropoli, non soltanto tra metropoli e paesi del terzo mondo. Sono dati impressionanti, ad esempio, quelli sulla distribuzione dei redditi negli ultimi 20-25 anni negli Stati Uniti: i più ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, cioè le differenziazioni. Ripeto: le differenziazioni e le disuguaglianze sono fisiologiche in questo modello.

Come affrontare queste questioni in modo non regressivo? Allora certamente noi possiamo a questo punto -ma vorrei adesso farla un po’ breve- analizzare i singoli punti e cioè vedere come è concepibile un rafforzamento di alcuni poteri transnazionali, il discorso eterno sulle Nazioni Unite, come riformare organismi cosiddetti tecnici transnazionali come la Banca mondiale; però io ritengo che ci sia un discorso culturale chiave che in qualche modo li abbraccia tutti.

Il nostro pianeta, i suoi diversi sistemi economici, ma non solo, soprattutto le sue diverse culture, le sue diverse memorie, forse ancora i suoi diversi destini li uniforma tutti all’interno di quel meccanismo che ho prima descritto; questa idea di globalizzazione è la nostra? Perché se è la nostra, allora possiamo perseguirla come prima dicevo, possiamo perseguirla anche affidando ad una superpotenza l’impero.

Quindi, a quella domanda potremmo rispondere: sì, per il momento “transnational governance”, ma poi -se è vero il discorso che tu fai: un discorso unico, gerarchie- una “transnational governance” garantita dall’impero, un impero che non è più appunto l’impero che domina territorialmente, non è l’impero francese che va lì con la Legione Straniera e occupa l’Algeria, non c’è più assolutamente bisogno di questo, perché una volta che in tutto il mondo il linguaggio uniformato, gli interessi dominanti sono i medesimi, non c’è bisogno di Legione Straniera, non c’è bisogno di fare la guerra in Vietnam, non c’è bisogno del vecchio imperialismo. C’è bisogno di una polizia internazionale, garantita da una superpotenza che abbia effettivamente la potenza di intervenire dovunque qualcuno fa il superbo (Virgilio: “debellare superbos”): non sono le guerre che stiamo facendo? “Parcere subiectis et debellare superbos”. Superbi chi sono? I superbi sono quelli che dicono: beh, a me Roma non piace tanto; come gli ebrei, vai lì, li disfi e hai debellato i superbi, cioè quelli che credono di essere forti come te: quelli sono i superbi. E questa potrebbe essere una prospettiva, che combina “transnational governance” e impero.

Secondo me -e l’ho scritto, ma qui il discorso diventerebbe più lungo- non c’entra nulla con altre grandi idee imperiali (per esempio, l’impero di Roma, ecc.), però è un impero: un impero -come dire- derubricato molto sul suo versante di “peace keeping”, come si dice, no, di pura custodia e difesa della pace data, non che costruisce pace, non che federa in sé, aggrega in sé, però sempre impero.

Oppure noi riteniamo che questa prospettiva sia sciagurata? Perché diciamocelo, sono scelte, sono aut-aut, siamo di fronte a delle grandi decisioni storiche. Riteniamo che la legge di questo mondo, di noi, di queste creature che siamo , sia una legge di pluralità, o no? O che sarebbe bene che fossimo tutti ridotti ad uno? Crediamo che sia una legge di pluralità, crediamo che la diversità culturale sia qualcosa che ci riguarda o crediamo soltanto che sia un’anticaglia, una roba da museo? Non è la disuguaglianza, è la differenza che è un’altra cosa. Se si trattasse soltanto di disuguaglianza potremmo anche credere in quella religione che ci dice di aver fede che attraverso l’espansione si risolvono anche problemi di valore e di giustizia: è una fede e io devo crederci; perché nei fatti non vedo nulla di tutto ciò, ma posso crederci. E’ una religione e ognuno ha le religioni che preferisce. Ma non è questa la questione: il problema è quello della differenza culturale nel senso più ampio del termine: riteniamo che sia un ornamento o riteniamo che sia qualcosa che riguarda la nostra (di ognuno di noi) essenza? Riteniamo, allora, che questa prospettiva di una forma transnazionale di governo di sistema più Impero-Polizia (con la P maiuscola, per carità) sia una prospettiva che contraddice questa nostra istanza di differenza e di pluralità? E allora abbiamo il problema di dire come reagiamo alla prospettiva chiamiamola imperiale in modo adeguato, cioè in modo non reazionario.

E qui il discorso davvero diventa centrale per l’Europa: io sono convinto che l’Europa qui ritrova la sua missione; e cioè nel dichiarare che la globalizzazione -badate- la globalizzazione per noi europei è una globalizzazione che non si può attuare attraverso un ordinamento semplicemente tecnico-economico derubricando tutte le forme di relazione sociale a scambio e non si può attuare attraverso un impero mondiale di qualunque tipo esso sia; che la globalizzazione per noi dev’essere una globalizzazione che avviene in modo plurale, policentrico, che viene condotta da grandi spazi e aree di questo pianeta, storicamente concrete, dotate di senso: queste grandi aree al loro interno si organizzeranno su base autonoma e il diritto internazionale nuovo sarà il diritto che nasce dagli accordi non più tra vecchi stati ma tra questi nuovi -chiamiamoli pure- imperi. Non l’impero, ma gli imperi, come organizzazioni sovrastatali, sovranazionali, ma che rappresentano grandi spazi culturalmente concreti, dotati di significato, il cui unico linguaggio non può essere soltanto quello della espansione e tanto meno possono essere questi grandi spazi destinati soltanto ad aprirsi fino a scomparire nell’indifferenziato dell’espansione medesima.

Non è questo che deve fare l’Europa? Perché abbiamo costituito l’Unione Europea? Ci sono motivi economici, ecc., ma perché abbiamo costituito l’Unione Europea? Che cosa ci ha parlato quando abbiamo costituito l’Unione Europea? La consapevolezza che i diversi stati dopo la seconda guerra mondiale non erano entità (i vecchi stati, i vecchi nazionalismi) in grado di competere né economicamente né politicamente sulla scena mondiale; e che dovevamo costituire un grande spazio. Ma questo non è un esempio mondiale? Quando abbiamo fatto questo noi europei, potevamo pensarlo, possiamo pensarlo soltanto in chiave eurocentrica, non è implicitamente una proposta di come pensare la globalizzazione? La nostra identità europea, a sua volta polimorfa e se volete anche un po’ perversa-polimorfa, ma insomma plurale al suo interno ma sulla base di un’unità concreta, perché tutto si potrà dire dell’Europa fuorché che le nostre continue guerre civili abbiano cancellato alcuni tratti culturali che determinano una profonda identità. Ma lo stesso si potrebbe dire per l’Islam: si sono massacrati al loro interno esattamente come gli europei in tutta la loro storia, hanno continuato a farsi la guerra, ma forse non hanno un’identità? Non sono qualcosa di concreto e determinato? In termini, ripeto, nemmeno lì da riduzione ad uno, ma in termini storici, in tutta la complessità storica. Non è possibile concepire la globalizzazione secondo queste polarità? E’ concepibile un globo senza polarità? L’avete mai visto un globo senza polarità? E’ l’ideologia dell’orizzontale, dell’indifferenziato orizzontale in uno spazio tutto disteso.

Allora: questa è la necessità dell’Europa, perché ritengo che oggi soltanto l’Europa abbia la forza e l’autorevolezza per proporre questo schema di globalizzazione, quest’idea di globalizzazione. Perché? Ma per una ragione semplicissima: mentre altri spazi sono spazi incertissimi nella loro collocazione (immaginatevi la Cina) oppure oggi come oggi assolutamente apparentemente competitivi, anzi polemici nei confronti dell’unica superpotenza rimasta (ed è l’unica che potrebbe avere davvero ambizioni imperiali, nel senso non imperialistico, che ho appena detto), l’Europa è alleata di questa superpotenza, l’Europa è l’unica che può spiegare, che può cercare di illustrare agli Stati Uniti la bontà, la validità di questa prospettiva della globalizzazione, per cui appunto le istituzioni globali non sono le istituzioni globali planetarie, ma sono quelle che nasceranno dal concerto, dalla federazione -mi auguro- tra queste grandi aree, che non sono i vecchi stati che non possono più contare, né rispetto alla globalizzazione tecnico-economica né rispetto alla superpotenza americana.

Se noi costruiamo l’unione politica europea in questo spirito allora l’unione politica europea diventa una grande proposta planetaria, allora ne comprendiamo tutto il valore potenziale: e solo l’Europa può svolgere questa missione, perché l’Europa ha questo organico e indissolubile (dopo due guerre mondiali in cui gli Stati Uniti ci hanno salvato) collegamento con gli Stati Uniti. E quindi può essere l’Europa il vero “socius”, il vero alleato, colui cioè che ti spiega, ti fa vedere dove puoi non farcela, dove puoi non capire, quello che ti aiuta effettivamente, non quello che ti applaude e ti segue; che quello non è un alleato, quello è qualcosa di superfluo, di inutile.

Io vedo seguendo un po’ la letteratura anche scientifica americana sulla globalizzazione in quest’ultimo periodo che da parte americana molte delle più accreditate riviste seguono le vicende europee sempre più con questo spirito; ci sono certamente quelli negli Stati Uniti (Kissinger, ecc.) che combattono la prospettiva dell’unione politica europea perché l’hanno capita esattamente come potenzialmente in questa chiave molto meglio di qualche europeo e combattono questa prospettiva , ma ci sono molti altri negli Stati Uniti che invece l’appoggiano perché temono che gli Stati Uniti -unica superpotenza, unica in grado di gestire una logica imperiale- in questa logica nel mondo contemporaneo si trovino nella impossibilità di reggere alla lunga senza sconquassi interni devastanti una politica semplicemente di “peace keeping” nel senso di “difendiamo la pace dell’occidente assediato dal nemico”, perché questo nemico non è più Hitler, non è più Stalin, non è più lo stato: come l’impero e la globalizzazione oggi non sono retti da qualche piano del capitale, da qualche signore Spectre, ma solo da quel sistema complesso e impersonale che prima dicevo, così il nemico di questo sistema è qualcosa di globalizzato e impersonale.

Allora una logica di “peace keeping” oggi non è una logica che difende questa pace, la pace di questo occidente contro stati nemici (l’Unione Sovietica), ma la difende contro chi? E fino a quando? A un certo momento Hitler, la Germania firmano una resa. A un certo momento sembrava comicamente che con Bin Laden pensassero qualcosa del genere: vado nel bunker nell’Afghanistan, come sono andato nel Bunker di Berlino, prendo Bin Laden e lì finisce la guerra perché c’è la pace, ci sono i generali che vanno nella tenda e firmano la pace, ma la guerra attuale non ha nulla a che fare ormai con questa idea arcaica di guerra: non ci saranno più queste guerre; nessuno può dichiarare guerra all’occidente, ma l’occidente si può fare una guerra permanente, infinita, interminabile. E allora i più seri analisti americani temono questo e vedono questa prospettiva della globalizzazione articolata per grandi spazi storicamente concreti come l’unica in grado di sconfiggere questa tragica prospettiva e vedono l’Europa come l’unica “potenza” in grado di spiegare all'”establishment” americano questa logica diplomatica-politica internazionale. Questa, secondo me, è la missione europea.

Finisco. Perché l’Europa possa svolgere questa missione cosa ci vuole? Che la capisca, che la faccia sua, perché non puoi fare ciò che non pensi. Per realizzarla, poi, che cosa concretamente ci vuole? Per realizzarla, secondo me, e qui è la grande questione che è stata sollevata in quest’ultimo periodo, ci occorre la Russia. Perché ci occorre la Russia? Per una ragione semplicissima: ci occorre il Mediterraneo (vecchio discorso a me molto caro); è chiaro che un’Europa senza Mediterraneo non sarebbe tale; ci occorre l’asse franco-carolingio mitteleuropeo; ma senza la Russia -soprattutto dopo l’11 settembre- che cosa avverrebbe? Uno squilibrio inevitabile dell’Europa nel suo polo atlantico, per forza. Dopo l’11 settembre in particolare, anche prima, ma dopo l’11 settembre è evidente. Vedete, l’Inghilterra, quel grande paese, ha legami che saranno sempre prioritari rispetto a qualsiasi scelta europea con la grande isola atlantica, per forza: sangue non è acqua, la storia non è una roba, la storia -si diceva prima- la puoi ignorare, ma non per questo non c’è. Che ci sia Blair, che ci sia la Tatcher, che ci sia Massimo Cacciari, che ci sia chi volete a guidare l’Inghilterra, l’Inghilterra sceglierà sempre se deve scegliere per la costa atlantica, sempre. E l’Inghilterra sarà sempre fondamentale per il concerto europeo perché è la potenza che ti garantisce nel modo più stabile, nel modo più credibile l’alleanza atlantica, senza di cui non puoi pensare all’Europa. Ma se c’è solo l’Inghilterra -soprattutto dopo l’11 settembre- l’Europa sarà tutta squilibrata così. E per quanti sforzi facciano i franco-carolingi non riusciranno mai a bilanciare la bilancia soltanto stando al centro. Ecco la Russia: e Putin questo l’aveva capito perché dopo la sua investitura aveva cominciato una politica di questo genere di avvicinamento all’Europa, che non è stata presa per tempo dall’Europa, per cui anche Putin ha già finito per entrare in un’alleanza militare prima che in un’alleanza politica, cosa che non si era mai vista sulla faccia della terra. Quando mai si è mai vista un’alleanza militare nascere prima dell’alleanza politica? Con l’Europa dell’Est abbiamo combinato questo miracolo: perché? Per la pochezza europea, perché l’Europa non ha ancora compreso questa missione. Ma se l’Europa comprende questa missione e si articola un discorso per cui l’Europa è una potenza equilibrata tra asse centrale, paesi latini mediterranei rivolti appunto a questo essenziale dialogo con l’altra grande zona, l’Islam. Est e costa atlantica: l’Europa? L’unione politica diventa il modello di una potenza politica non necessariamente militare, ma di una potenza politica straordinaria con un’autorevolezza politica straordinaria, con la Russia, per impostare un discorso di globalizzazione che sia politico-istituzionale e che non sia semplicemente tecnico-economico.

Ecco, questo è il quadro -come vedete- tutto storico-politico con cui ho cercato qui di affrontare questo tema perché questo quadro mi sembra pregiudiziale rispetto ad ogni scelta di dettaglio sulla riforma di questa o di quella istituzione, di questa o quella parte degli organismi politici transnazionali con cui oggi operiamo.

Si sono succeduti interventi di rilievo che hanno alimentato la riflessione dei numerosi partecipanti.

Conclusioni di Massimo Cacciari

 Sulla prima questione, la prima domanda che mi era stata rivolta: sì, spiego ulteriormente quello che dicevo, cioè la straordinaria debolezza di organismi sovranazionali che possano anche tendenzialmente entrare in contraddizione col linguaggio comune, con l’interesse dominante che ha assunto il processo di globalizzazione. Noi sappiamo (tra l’altro, ormai c’è un’infinita letteratura a proposito) come la cosiddetta “new economy” per motivi che qui sarebbe lungo anche spiegare e che gli economisti qui presenti o gli operatori sanno benissimo, che proprio la “new economy”, che si era presentata come l’ideologia dell’estremo liberismo, in realtà sviluppi al suo interno formidabili tendenze oligopolistico-monopolistiche: se noi facciamo tutta la storia del signor Gates di Microsoft è una storia emblematica; perché questo? Ma proprio perché la “net economy” ha un enorme potenziale “anarchico” (e così nasce all’inizio: tutte le grandi invenzioni da cui nasce la “net economy” sono invenzioni di individui proprio, che si trovano tra di loro, che combinano tra di loro; è una storia affascinantissima e stupenda di giovani), proprio perché è costantemente in pericolo di essere travolta da una comunità di persone per cui l’essere informato, il comunicare trascende ogni logica di “copyright”, di diritto, di proprietà (perché questo è qualcosa di immanente nella rete), proprio per questo il produttore si sta sempre più difendendo e trincerando, moltiplicando le tendenze oligopolistiche: negli Stati Uniti questa grande contraddizione è esplosa con i famosi processi a Bill Gates, ecc.

E qui mancano le autorità, perché proprio la “new economy” è trascinata verso tendenze oligopolistico-monopolistiche; quindi, anche negli Stati Uniti con sempre maggiore difficoltà opererà l’anti-trust.

La seconda questione, quella sollevata da Monteverde: certo, sono perfettamente d’accordo; se l’Europa non sbaracca tutti i suoi apparati centralistici-burocratici e cessa di presentarsi ai suoi elettori come un macrostato, non potrà mai svolgere il ruolo politico di cui ho parlato, cioè soltanto un’Europa che esalta la concertazione federalistica al suo interno, soltanto un’Europa delle città, delle regioni, degli accordi transnazionali autonomi tra regioni e città, soltanto un’Europa “multiversa” e col minimo possibile di apparato burocratico-centralistico può sognarsi di svolgere quella funzione politica internazionale: quindi, è evidente che oggi l’Europa è da un lato macrostato e dall’altro è ancora retta sulla base della centralità dei vecchi stati.

La centralità dei vecchi stati ha dei fieri nemici (Prodi): c’è una leadership poliica europea che ormai ha capito che la centralità dei vecchi stati è un avversario da battere; le leadership europee che hanno compreso anche il passo successivo, cioè il pericolo dell’elefantiasi burocratico-centralistica degli apparati tecnici europei, sono già meno, meno ancora quelli che hanno in mente chiaramente un disegno di Europa bilanciata tra polo atlantico e Russia. Il che non vuol dire -ripeto- un’Europa antiamericana o anche semplicemente “a-americana”, vuol dire un’Europa che fa davvero l’alleato agli Stati Uniti, perché propone a questo alleato un modello di globalizzazione concertata, pluralista, cioè l’unica che forse ci può evitare una guerra infinita al terrorismo.

Sui diritti io ho un’idea ben precisa: si potrà parlare sensatamente di tutela dei diritti (dei diritti dell’uomo, dei diritti fondamentali, ecc.) solo quando esisterà una giurisdizione internazionale capace davvero di imporsi sulle giurisdizioni nazionali; e questa giurisdizione internazionale – secondo me- può nascere soltanto dal discorso che ho fatto: non potrà essere la giurisdizione dello stato mondiale, non potrà essere la giurisdizione dell’impero. Se questi diritti fondamentali non s’incardinano in un diritto positivo saranno se non proprio grida manzoniane, indicheranno dei fini su cui le giurisdizioni positive possono più o meno riconoscersi: ed è quello che sta avvenendo.

Nei fatti, poi, noi stiamo assistendo al più incredibile, clamoroso uso dei diritti fondamentali, dei diritti dell’uomo, al fine di un processo -mi esprimo nel modo più neutrale possibile- di quella strategia di “peace keeping”, che è essenzialmente, fondamentalmente la garanzia della nostra pace e del nostro benessere: perché questo è, nella sostanza, no? Contro coloro che minacciano questa pace e questo benessere.

Ciò avverrà, quindi, soltanto quando i diritti saranno incardinati in un diritto positivo, espressione poi anche di un’autorità che è in grado di sancirli, tanto che tutti saranno uguali di fronte a questa legge, non quello che appunto è più uguale all’altro: questo è fondamentale. Altrimenti diventano un’ideologia, diventano la copertura di interventi militari, di guerra e di quello che volete, embarghi, ecc. rivolti al mantenimento della nostra pace: non, quindi, “peace building”, ma “peace keeping”.

La questione della cittadinanza. “Cittadini del mondo”: ma questo -secondo me- è un cosmopolitismo illuministico-massonico che a me proprio non piace; e mi pare che si accompagni perfettamente a quest’altra ideologia, che poi alla fine sfoci in una logica imperiale del tipo che ho detto. No: io ritengo che la prospettiva interessante nei grandi spazi che dicevo, è una prospettiva di doppia cittadinanza: io sono cittadino di questo spazio, di questa città e -attraverso questa mia cittadinanza, sulla base di questa mia cittadinanza- sono cittadino dell’Unione , cui il mio paese, la mia città, la mia regione appartiene. Questa sarà una grande questione che si vedrà come si affronta e si risolve a livello europeo, questa della doppia cittadinanza, perché, appunto, senza questa doppia cittadinanza cosa avviene? Noi continuiamo a essere cittadini solo italiani e che cosa in Europa? Ci dovrà una doppia cittadinanza assolutamente sancita nella Costituzione Europea che si cerca di elaborare. Altrimenti, a differenza di tutte le altre situazioni federali, il cittadino del Texas obbedisce anche all’autorità federale, c’ha un rapporto diretto con l’autorità federale, il cittadino europeo (il cittadino italiano, svedese, francese) non ha un rapporto diretto con l’autorità comunitaria, ce l’ha mediato, è tutto mediato: e questa è una contraddizione che dovrà essere affrontata, presa per le corna, risolta; non è possibile continuare così. E come? Diventando cittadini europei e basta? Mi pare una prospettiva difficile, appunto, questa, una cattiva riduzione ad uno. Con una logica di doppia cittadinanza, per cui io sono nello stesso tempo cittadino italiano e cittadino europeo e ho una doppia cittadinanza e quindi un doppio legame: uno con lo stato nazionale, con le autorità nazionali, e l’altro con le autorità europee, ma entrambi diretti, non uno sottodeterminato rispetto all’altro. Se invece si risolve la questione mantenendo lo status quo, finirà che l’Europa appare -appunto- un qualcosa che semplicemente ci opprime, un’altra capitale e basta, se saremo soltanto cittadini italiani. Se diventassimo soltanto cittadini europei, chiarissimamente moltiplicheremmo le spinte nazionalistiche. Bisogna trovare questo equilibrio che non è una terza via, non è una via di mezzo, ma è un modello diverso, è un modello di una doppia cittadinanza. Non so come verrà portata avanti la questione ora che stano discutendo della costituzione.

L’altra questione, quella che coinvolge tutta la dimensione religiosa: sì, l’Islam è una religione universalistica, certo; ma lo è anche l’ebraismo, lo è anche il cristianesimo: tutti i grandi monoteismi mediterranei hanno questa intenzione universalistica, a differenza di altre grandi tradizioni culturali e religiose; forse solo il buddismo ha in parte in oriente una prospettiva che potremmo dire missionario-universalistica, anche se quasi mai indirizzata al di là del mondo delle tradizioni asiatiche. Però questo universalismo è molto variegato al suo interno; io dico sempre: che cosa vuol dire l’universalismo dell’Islam? L’Islam, ma cos’è l’Islam? Sarebbe come dire, appunto, l’Europa: l’Europa sono tutte quelle cose che abbiamo qui visto, che vanno certo federate, ma vanno federate riconoscendo quella loro distinzione, se no non si può neanche parlare di “foedus” in termini propri; il “foedus” avviene tra entità distinte, che mantengono la loro distinzione, mica si confondono. E l’Europa è ricca di queste diverse voci: il cristianesimo che cos’è? Dire Islam è come dire cristianesimo: certo, ci sono dei libri, c’è una tradizione, c’è una “sharia” -diciamo- anche per il cristianesimo, in qualche modo se non come nell’Islam, ma poi ci sono le diverse confessioni, le diverse culture, le diverse interpretazioni anche nell’Islam: sapete quante interpretazioni ci sono del “cammino fondamentale” (“sharia”, questo vuol dire)? Ci sono state anche delle interpretazioni moderniste della “sharia” e sono state tentate: perché qui sarebbe tutta da scrivere la storia, è stata scritta, per carità, non è stata tanto discussa e presentata al pubblico. All’inizio del secolo vi erano fortissime tendenze democratiche, all’interno del mondo islamico, della cultura islamica, che cercavano di interpretare la loro tradizione, la legge, la tradizione alla luce di certe acquisizioni della cultura moderna europea, per esempio alla luce dell’idea di democrazia e dicevano: non è affatto vero che l’idea di democrazia sia incompatibile con la legge e la tradizione; e cercavano di dimostrarlo e lo discutevano.

Sapete chi ha massacrato nell’Islam queste tendenze democratiche e progressiste, per usare la nostra terminologia? Ma siamo stati noi! Sono stati gli occidentali. Perché? Ma è semplice: perché queste persone che cercavano di modernizzare l’Islam, sempre per usare così a cento lire al chilo le espressioni, erano di sinistra nel 99% dei casi, erano persone che avevano studiato a Parigi, erano persone che avevano avuto frequentazioni pericolose negli ambienti socialisti, comunisti, ecc. e nell’ambito della guerra fredda si preferiva chi? Ma si preferivano i dittatori, ma si preferiva lo Scià, si preferivano tutti fuorché loro: loro erano gli ultimi della terra ad avere libero accesso ai salotti buoni. E questa storia si è ripetuta ininterrottamente: dalla guerra in Afghanistan, dopo; sapete che i bracci destri di Bin Laden erano a ricevimenti, a conversazioni e a colloqui con Kissinger e company qualche mese prima delle “due torri”? Esattamente le persone che dopo le “due torri” sono state fotografate come pericolosi estremisti su tutti i giornali del mondo e americani erano a cena e a colloquio con Kissinger e la “business community” americana pochi giorni prima delle “due torri”: Perché? Ma perché erano anticomunisti. Io non sto a fare complotti, non sto a fare dietrologie, non mi interessa niente, sto spiegando la logica: erano gli anticomunisti. E tutta la politica estera americana e occidentale fino all’altro giorno è stata improntata secondo questo schema: c’è un unico nemico assoluto, con cui poi si tratta, come sempre avviene con i nemici, con cui poi si fanno le trattative, gli stati, eh: se non gli bombardavano Pearl Harbour e se non invadevano la Russia, probabilmente avrebbero trattato poi con Hitler, perché gli stati trattano con i sindacati, trattano anche col demonio, perché la guerra tutti la fanno come ultima ratio della politica.

Quindi, nella strategia americana c’era quel nemico, quello stato con cui si trattava da tutte le parti perché non si voleva fare la guerra, ci sarebbe mancato altro! Cioè, non ci sono i dottori Stranamore, da nessuna parte per nostra fortuna, perché quando uno arriva ad essere Presidente degli Stati Uniti o Presidente dell’Unione Sovietica, in qualche modo un certo cursus honorum l’ha fatto: e se non è lui, intorno a lui c’è chi ragiona; quindi non è questo, ma l’obiettivo era quello. E tutto ciò che indeboliva il nemico era alleato: l’Islam, i fondamentalisti, i ceceni, Bin Laden, i colonnelli greci, tutto! Le grandi potenze hanno politiche che non possono andare alla moda, che seguono strategie di lungo periodo. La politica americana aveva come obiettivo: vincere la terza guerra mondiale!

Non sto facendo assolutamente una critica, sto dicendo le cose in modo neutro e disincantato. La politica americana era retta da questa tendenza di fondo che travalicava necessariamente governi, ecc.: vincere la terza guerra mondiale, che comincia il giorno dopo che finisce la seconda, con la bomba di Hiroscima. Sono passati cinquant’anni e gli Stati Uniti vincono la terza guerra mondiale, che non come morti -almeno dell’uomo bianco- ma come mezzi impiegati è assolutamente paragonabile alle altre. I mezzi impiegati per giungere alla vittoria, mezzi straordinari! Basta, questo è il discorso.

Quindi, chiusa la parentesi, perché l’Europa di nuovo nei confronti dell’Islam non riprende -invece- quest’ispirazione del tutto interrotta per le ragioni storiche che ho detto? E non cominciamo a rafforzare, a dialogare, a interloquire, a far emergere, all’interno della leadership palestinese, all’interno delle leadership degli altri paesi, queste componenti che non vogliono tradire e abbandonare l’islam? Perché è inutile andare da loro e dirgli: “Adesso tu diventa occidentale”; perché verranno massacrati dai loro compaesani. Così come è inutile andare al Papa e dirgli: “Perché non ragioni, non sei per l’aborto, per l’eutanasia?”. Ma che cavolo c’entra! Cioè, io non posso rivolgermi all’altro, dicendo: “Diventa come me”.

Allora, andare da loro e dire: “Ma tu che ti sforzi di interpretare la tua tradizione in modo da rendere possibile il dialogo e il colloquio, ti aiuto: c’è qui l’Europa”. Moltiplicare le relazioni culturali, moltiplicare gli sforzi di relazione su questo piano, è importantissimo per l’islam. Questo non è sincretismo religioso, questa è grande politica che sempre s’accompagna anche a queste aperture di ordine culturale e non è sincretismo, perché appunto io non dico: “Facciamo una bella confusione insieme, facciamo una bella marmellata di Islam, cristianesimo, giudaismo, ecc.”.

Detesto anch’io le marmellate: “No, vediamo di parlarci, vediamo di conoscerci, io continuerò a essere cristiano, tu continuerai a essere islamico, ma è necessario che queste nostre distinzioni diventino guerra? Cioè, dove non sei unito, sei in guerra?”. Cos’è questo sillogismo ridicolo? “Sono distinto, sono convinto delle mie idee e trovo che proprio per essere convinto delle mie idee, devo ascoltare le tue. Come faccio ad essere convinto delle idee, se non vengo a capo delle tue? Quindi, parlami, dimmi, spiegami, convincimi oppure convincimi delle mie idee proprio perché io capisco che non sono d’accordo con le tue. Parliamo!”.

E invece l’occidente nei confronti di questi paesi si è presentato e si continua a presentare come fossero degli infanti che occorre educare: “diventate democratici, diventate pragmatici, diventate razionalisti come noi, ma non crederete mica ancora in Dio?”. Diciamo così o no? E questo naturalmente rende anche politicamente infinitamente più difficile il rapporto con queste altre culture e rende drammaticamente possibile anche arrivare a scontri di civiltà. Attualmente non è questo il punto, perché il punto è un grandissimo conflitto su interessi molto determinati, molto corposi, ecc., però è chiaro che siccome tutti i conflitti poi si accompagnano anche a una componente ideologica (e in questo caso ideologico-religiosa), potresti anche arrivare ad uno scontro di civiltà. Di nuovo il ruolo dell’Europa è fondamentale, perché non possiamo pensare che gli Stati Uniti -amici- entrino in una dimensione culturale che non è mai stata la loro: gli Stati Uniti sono un grande popolo anche perché ritengono che la salvezza del pianeta faccia tutt’uno con la salvezza loro. No, gli Stati Uniti da Jefferson dichiarano questo e la leadership americana su alcune idee è assolutamente ferma; e cioè questo: sostanzialmente il mondo è una periferia, ma non dal punto di vista che questo abbia un senso spregiativo o altro; no, è che il mondo prima o poi riconoscerà che i valori, il modo di vita, ecc. americano è il migliore. Quando Bush alla televisione ha detto, in una famosa intervista dopo le “due torri”: “Io non riesco a capire com’è che possono attaccare gli Stati Uniti, che sono il paese più buono del mondo”, non faceva propaganda, non faceva uno spot televisivo come qualcuno da noi, era assolutamente convinto ed esprimeva quello di cui è convinta la politica americana da Jefferson in poi: tutti; che siano democratici come Roosvelt, che siano reazionari come Nixon, ne sono convinti tutti. E’ una cultura, è un grande popolo, che pensa così: almeno la sua leadership pensa così, poi ci sono anche i neri che fanno gli assalti nei ghetti, poi ci sono le rivolte, poi ci sono state le grandi parentesi tragiche come il Vietnam, però questa linea se voi la seguite, la seguite e chi l’ha espressa nel modo più crudo non è stato Bush, è stata l’Allbright, il ministro degli esteri di Clinton nella passata gestione.

Quindi, è impossibile pensare che siano gli Stati Uniti che fanno questo discorso all’Islam: dobbiamo essere noi! Se non siamo noi, non sarà nessuno. Eccola la necessità dell’Europa: l’Europa, questa Europa è necessaria per la pace nel mondo. Che sia possibile è un altro paio di maniche, ma è assolutamente necessaria.

E quali leadership? Ultima questione: però sono d’accordo nel modo in cui tu hai posto la questione, perché prima di interrogare quali leadership, bisogna costruire un soggetto europeo, un cittadino europeo che abbia tutto l’interesse a questa Europa. Questo è il punto fondamentale e noi dobbiamo costruire questo cittadino europeo. Non potrà essere poi anche il discorso della cittadinanza, che si faceva prima, come una specie di cittadinanza donata. Dobbiamo costruire questo cittadino europeo, bisogna costruirlo perché noi sentiamo che questa Europa ci interessa: e qui è il grande e drammatico problema. Qui andiamo un po’ sul tecnico, ma è incredibile -sapete- se voi pensate alla dissimmetria drammatica che si sta aprendo tra i trattati europei in materia sociale (in materia di diritti sociali, di cittadinanza sociale, ecc.) e le costituzioni nazionali: nelle costituzioni nazionali che sono quasi tutte o figlie della seconda guerra mondiale (e quindi dell’epoca d’oro di un certo “welfare”), oppure nascono dalla caduta di dittature (l’ultima la spagnola, che è una costituzione molto avanzata). In queste costituzioni voi avete un totale superamento di una prospettiva liberista classica, cioè quella che dice “pari opportunità”: “vuoi andare a scuola, sei libero d’andare a scuola, vuoi essere curato, sei libero di andare in ospedale e nessuno ti può discriminare”. E questa ottica è quella dei trattati, è un’ottica di pari opportunità, è un’ottica liberista che da questo punto di vista è assolutamente meno garantista delle costituzioni nazionali, dove invece (in quella tedesca, in quella italiana, in quella francese, in quella spagnola in particolare) non hai affatto semplicemente la dichiarazione della libertà. Dici: “Lo Stato deve intervenire affinché tu possa godere di servizi erogati in termini universalistici”. Fa obbligo allo stato di intervenire affinché tu possa essere curato gratuitamente, andare a scuola gratuitamente, godendo di servizi universalistici tutti allo stesso livello. Quella spagnola è addirittura imperativa in questo senso. E quindi c’è una dissimmetria tremenda tra la logica dei trattati e la logica di alcune tra le più importanti costituzioni europee. E quindi questo gap va coperto. Allora se copri questo gap e vedi che in Europa certi tuoi diritti e certi tuoi interessi sono tutelati più efficacemente che a livello nazionale, non solo in materia di anti-trust che può interessare a chi del grande pubblico oppure in termini di alcuni temi riguardanti -per esempio- la grande questione che si è sollevata nei mesi scorsi sulla giustizia europea, ma di quelli al gran pubblico cosa gliene importa; di tutto il dibattito che c’è stato -importantissimo- in materia di certe leggi sulla giustizia e di certa refrattarietà del governo nazionale ad aderire a una visione europea su questi problemi, s’è spostata granché l’opinione pubblica? Cioè, l’opinione pubblica può essere davvero vitalmente interessata a costruire una cittadinanza europea se questa cittadinanza sarà una cittadinanza sociale. Allora, costruito questo soggetto, tu costruirai anche i leaders di questo soggetto, ma se manca il soggetto che leaders costruisci? Costruisci leaders nazionali. Quello che continua a fare l’Europa: badate che è drammatico. Io in quell’anno e mezzo che sono stato lì nel Parlamento Europeo, un’esperienza veramente incredibile perché per il 90% dei paesi non ci sono leaders al Parlamento Europeo (proprio lì lo ignorano il Palamento Europeo, non ci sono), ci sono delle (devo dirlo alle amiche, alle signore, alle donne qui presenti) bravissime donne: la gestione del Parlamento Europeo è in mano pressoché esclusivamente alle donne; intanto sono molto più numerose percentualmente che all’interno di qualunque organismo rappresentativo nazionale, anche dei consigli comunali, infinitamente più numerose; e poi son quelle che lavorano a tempo pieno, con grandissima serietà, con grandissima dedizione, con grandissima competenza molte volte. E leaders nazionali non ne vedi mezzo: gli unici presenti son gli italiani. Sono tutti, cioè 80 deputati europei sono gli 80 leaders, cioè tutti, nessuno escluso, sono tutti anche deputati europei, non fanno assolutamente niente, ovviamente, però usano della carica europea per trovarsi insieme: mai fatto tante riunioni dell’Ulivo, tutti i leaders dell’Ulivo ci si trovava a Strasburgo a cena. E si fanno le riunioni dell’Ulivo, di partito, perché sono tutti lì. E’ l’occasione per cui si vedono, naturalmente per parlare d’Europa, come potete facilmente immaginare. Questa è la situazione.

Ma cosa significa questo, al di là delle battute? Significa che non c’è il soggetto di base europeo, il cittadino europeo, che -sapendo che lì si decidono le cose essenziali per lui- ci manda qualcuno per fare quel lavoro. Questo è il punto. E quindi manca completamente una leadership europea. Io mi aspetto molto da questa -diciamo- costituzione, perché si vedrà: se affrontano alcuni di questi temi, li prendono di petto e danno una soluzione concreta, si potrà sperare di andare avanti in una certa prospettiva , se invece viene fuori un manifesto totalmente ideologico, di buoni principi, una sbrodolatura su diritti umani, diritti fondamentali, senza nessuna concretezza, e allora vorrà dire che bisognerà aspettare ancora qualche anno perché si possa fare politica concretamente sulle prospettive che ho indicato.

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