Massimo Cacciari: “I giovani, li respingiamo in discoteca?”

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A colloquio con Massimo Cacciari sulle prospettive del movimento no-global.
Da L’altrapagina, mensile di Città di Castello 

Il movimento che ha manifestato a Genova è un grandissimo segno di novità nella scena socio-politica italiana”.
La pensa così Massimo Cacciari, uno degli intellettuali che ha seguito con maggiore attenzione e passione gli eventi di Genova e il dibattito che ne è seguito. Ne fanno fede i suoi ripetuti interventi sulla stampa, volti soprattutto a capire le ragioni e le aspirazioni dei manifestanti.

Perché parla di novità, professor Cacciari?

“Per tantissimi motivi. Il primo forse è il carattere del tutto post-ideologico del movimento, malgrado le apparenze e il modo in cui i giornali si accaniscono a interpretarlo. Vi confluiscono tendenze culturali, religiose, politiche diversissime e il movimento non manifesta nessun pregiudizio anti-istituzionale come invece quelli a cavallo degli anni ’60 e ’70. Non siamo di fronte a giovani extraparlamentari, ma a persone che cercano quasi disperatamente un dialogo con le forze politiche”.

E sta proprio qui il cruccio di Cacciari: “Questi tentativi sono stati tutti frustrati in modo che oserei definire drammatico”. 

Ma il dato che colpisce di più il nostro interlocutore è il carattere composito del movimento: “Vi partecipano tantissime associazioni, enti, organismi del mondo cattolico, giovani che appartengono alle forze politiche, frequentatori dei centri sociali. Quest’ultima sigla, fra l’altro, non copre una realtà omogenea: i centri sociali del Veneto hanno poco a che vedere con quelli milanesi o piemontesi. Insomma, un mondo molto variegato, ma di grandissimo interesse, composto da persone animate da un desiderio di impegno politico nel senso più alto e nobile del termine. Naturalmente quando una cosa nasce è piena di rischi, come qualsiasi vita che sboccia”.

Dai grandi giornali italiani sono piovute critiche radicali nei confronti del terzomondismo, dell’antioccidentalismo, del carattere astratto e utopico del movimento. Qual è la sua reazione di fronte a tali stroncature?

“Da una parte, provo un senso di disgusto per questo liberismo dominante, che avrebbe dovuto essere sobrio, disincantato, non ideologico, analitico e invece è diventato il valore, la religione, il dio. Alla faccia del crollo delle ideologie!
Dall’altra, ritengo questi giudizi completamente sbagliati, perché all’interno del movimento e nella stragrande maggioranza di esso ci sono giovani competenti, informati, che non criticano affatto in maniera generale e generica l’Occidente, il capitalismo, il mercato, la globalizzazione; criticano invece un mercato selvaggio, un liberismo che diventa l’unico valore dominante, una globalizzazione che è crescita esponenziale di ingiustizie e differenze, piuttosto che globalizzazione dei diritti. Questo l’avevamo messo in rilievo ben prima di Genova Gianfranco Bettin e io nel nostro libro intervista “2001: prospettive future”. Chiunque avesse seguito il movimento dall’interno sapeva che c’erano i Black blocs, gli antagonisti per principio, i seguaci di cattive utopie, ma sono una minoranza”.

A questo punto Cacciari si cava un sassolino dalla scarpa: “Vorrei denunciare la tale malafede di certe firme giornalistiche che un anno fa si sono profuse in una esaltazione estasiata di questi giovani raccolti attorno al papa a Tor Vergata: allora erano belli, bravi, splendidi. A Genova sono diventati improvvisamente terzomondisti, utopisti, ideologizzati. Ma cosa erano andati a fare i giovani dal papa, se non a parlare della situazione del mondo? Non si erano certo riuniti per discutere di Realpolitik, di machiavellismo liberista o dell’andamento delle borse”.

S’infiamma Cacciari nella foga del discorso: “La Chiesa dovrebbe indignarsi vigorosamente perché tre quarti dei giovani che si trovavano a Tor Vergata per il giubileo sono andati anche a Genova. In Veneto almeno è stato così. E allora la Chiesa dovrebbe dire: basta con questa idea paternalistica dei giovani che vanno dal nonno a fare quattro canti. Non siamo mica l’oppio dei popoli! Il modo con cui i giornali hanno affrontato la questione di Genova è offensivo nei confronti della Chiesa e dei giovani delle associazioni cattoliche.
Bisognerebbe che i cattolici gridassero forte: ma davvero credete che i giovani siano andati dal papa a fare le canzonette e le ola o non piuttosto per parlare di terzo mondo, di sofferenze, di ingiustizie? Non le sembra offensivo ridurre l’esperienza di religiosi come Zanotelli al piano dell’utopismo straccione, del terzomondismo? La Chiesa dovrebbe indignarsi. Purtroppo c’è una totale mancanza di profezia nelle gerarchie ecclesiastiche”.

Nei suoi interventi sulla stampa lei ha espresso la preoccupazione che uesto movimento, abbandonato a sé stesso e non supportato dalla politica, possa, almeno in alcune frange, scivolare verso derive pericolose.

“Per forza. E’ la parabola comune di tutti i movimenti, specie di uno così ricco, variegato, impossibile da organizzare in modo unitario come l’attuale. Viene da sorridere di fronte a quella specie di riflesso condizionato di tipo leaderistico espresso dai giornali: si cerca sempre il capo. Come c’è Berlusconi per la destra, così ci dev’essere Casarini per i noglobal. Se manca il capo non ci capiscono più niente. È evidente che un movimento così complesso, senza nessun capo, corra dei grossi rischi se non trova una sponda istituzionale, politica. Il più grave di tutti, a mio parere, è quello di un riflusso generale per cui, per la terza o la quarta volta nel corso degli ultimi trent’anni, migliaia di giovani sarebbero respinti in discoteca. Questa è la politica adottata negli Stati Uniti nei confronti del movimento degli anni Settanta: spingere i giovani in discoteca il sabato sera e confinarli in quello spazio. In fondo è la politica della droga: state lì e non mettete il naso fuori dalle discoteche, altrimenti siete terzomondisti, utopisti, ideologizzati, antiistituzionali, violenti, terroristi e via discorrendo. Questo è il messaggio”.

Quindi lei crede che i politici siano in ritardo sulle tematiche espresse dal movimento?

“No, peggio che in ritardo. Hanno, nella grande maggioranza dei casi, questa cultura, questa mentalità, questo riflesso condizionato: andate in discoteca, oppure venite a fare politica con noi che vi dirigiamo, vi orientiamo”.

Osservava Susan George (vedi Susan George: “squilibrio della sofferenza”) che alcuni decenni fa, per fare politica, bastava essere contro la guerra in Vietnam, contro il razzismo, contro il colonialismo. Oggi la politica è più complessa: occorre conoscere i meccanismi finanziari, i criteri dell’Organizzazione mondiale del commercio, della Banca mondiale, del Fondo monetario. Come si possono aiutare i giovani ad accul turarsi?

“Discutendo di queste cose. Analizzando lo stato attuale della globalizzazione, i soggetti fondamentali di questo processo epocale, le politiche della Banca mondiale e dell’Organizzazione mondiale del commercio, spiegando cos’è la Fao, cos’è la Nato, come avviare processi di democrazia mondiale, qual è il compito dell’Europa. I giovani agitano questi grandi problemi a volte in modo ingenuo, ma non da incompetenti, e spinti da una volontà di informazione reale: basta sfogliare le loro riviste, guardare i loro giornali, i loro volantini”.

Certamente quelli che sono impegnati leggono molto più di prima su questi argomenti…

“Trent’anni fa c’era maggiore schematismo. Gli Stati Uniti erano l’impero del male e chiuso il discorso. Le posizioni culturalmente più consapevoli non avevano spazio nel movimento. All’inizio degli anni Settanta non avevo l’agibilità politica in nessuna università italiana occupata. Il compagno Capanna mi ha cacciato due o tre volte dall’università di Milano perché ero uno ‘sporco comunista’. Un iscritto al partito comunista non poteva parlare, in quegli anni, nel novanta per cento delle università italiane. Il movimento di allora, in larga maggioranza, era su posizioni totalmente settarie, non è paragonabile con l’attuale. I giovani di oggi sono affamati di dialogo”.

Qualcuno teme che il movimento, centrando la sua attenzione sui problemi generali e globali, finisca per evadere dalla realtà concreta e modificabile. Come articolare, a suo parere, locale e globale?

“Se il movimento vuole mettere radici dovrà senz’altro affrontare anche temi di politica nazionale e intendo politica in senso alto. I problemi della scuola, ad esempio, dovrebbero essere pane quotidiano del movimento, evitando le derive settarie alla Buttiglione o alla Bertinotti”.

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