L’oltraggio estremo del male. La sfida dell’inconciliabile

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Azione Cattolica – Dossier 1/2002
L’oltraggio estremo del male. La sfida dell’inconciliabile

 Interviste a Massimo Cacciari, Paolo De Benedetti, Sergio Givone, Mino Martinazzoli

Questo numero si apre all’insegna del dialogo, provando ad aprire alcuni interrogativi di fondo, suscitati da una duplice esigenza. Da un lato, appare indispensabile intercettare una sfida etica, politica e culturale aperta dagli eventi dell’11 settembre: si può parlare nella storia di male assoluto, totale, quando esso colpisce migliaia di vittime innocenti e sembra “istituzionalizzarsi” in vere e proprie “strutture di peccato”? Qual è il limite estremo dell’intollerabile? Come riconoscerlo, smascherarlo, fronteggiarlo? Perché spesso l’analisi sociale, l’indagine storica, il pensiero politico assumono atteggiamenti evasivi o disattenti nei confronti della sfida del male? Da un altro lato, però, occorre anche interrogarsi coraggiosamente sui limiti estremi di rifiuto e di resistenza, contro i quali si scontra il messaggio cristiano della riconciliazione: come riconoscere il male radicale e insieme professare una fede nel primato del bene? Fino a che punto il confronto con l’enigma del male può esaurirsi nella dimensione “privata” della coscienza del singolo e non investe, invece, anche atteggiamenti culturali e sociali di rilevanza pubblica? Domande impegnative, che investono la coscienza morale e che abbiamo provato a rivolgere a personalità di primo piano del panorama culturale contemporaneo, diverse per formazione, competenza e orientamento. Ne risulta un dibattito vivace, a tutto campo, in cui la proposta cristiana e il pensiero “laico” sono chiamati a confrontarsi sulle radici stesse della convivenza e sulla ricerca di una concorde progettualità. 

CACCIARI.

Possono degli “eventi” assumere il carattere del “male estremo”? Ancor più: possono dei “fatti” assumerlo? E, comunque, potrebbe un “male” essere “giustificato”? Giustificare il male introduce necessariamente una forma di teodicea, più o meno secolarizzata. L’idea che dal male possa prodursi un bene maggiore è antica “astuzia”. Ma astuzia diabolica. Io credo che se vogliamo seriamente liberarci da ogni teleologismo e smettere di giocare ad “avvocati di Dio”, si debba ritenere il male assolutamente ingiustificabile. Ciò significa che siamo ontologicamente rei, che non possiamo non peccare – e che perciò, come è del tutto logico, nessuna opera potrà mai salvarci.
Ma il “male estremo” cos’è? Ciò che Dio non ha eletto, risponderebbe Karl Barth, il Niente, l’opus alienum Dei, il No alla “bontà” di Dio, e cioè al suo rivelarsi. Il “lato oscuro della creazione” non potrà mai attingere a una tale misura di Male; esso può contraddire soltanto questo o quello aspetto del rivelarsi di Dio, mai il mondo nella sua totalità – può decretare la morte di questo o quell’ente, può infliggere tribolazioni per quanto angosciose soltanto passeggere, mai nientificare assolutamente. Ma Barth aggiunge: alla luce del Cristo risorto questo Male è il passato; esso continua a lottare contro la bontà di Dio, la sua fedeltà alla creatura, ma non può più vincere.
Io credo che la questione vada impostata a questa altezza – ma credo anche sia del tutto evidente l’impossibilità di svilupparla nella forma barthiana. È chiaro, cioè, che “questo” o “quel” male non possono essere assunti a Male – ma è chiaro altresì che se essi vengono separati dal Male si trasformano in null’altro che elementi, fattori dell’“armonia” del cosmo, e cioè cessano di essere anche mali. È chiaro inoltre che, per quanti sforzi dialettici si compiano, il Male, pur contrapponendosi alla Bontà e perciò presupponendola, vi contrasta in modo così assoluto da assurgere a Principio opposto, secondo una forma sostanzialmente manichea. Per sfuggire a tale conseguenza, Barth non può che insistere sul carattere passato del Male – ma, allora, il suo “confronto” con la Bontà di Dio è un dramma risolto. E l’odiata teodicea rimette fuori il capo.
Se qualunque male non è giustificabile, ciò significa che esso ha un sostanziale rapporto col Male – ma questo Male, non riducibile ad “ente” determinato, non può astrattamente-intellettualmente contrapporsi a Dio come il suo Nemico assoluto, poiché in tal caso la Bontà di Dio non abbraccerebbe la totalità del mondo. Ciò significa che essa deve comprendere ciò che la nega. Che essa è vero dramma in se stessa. Che il Niente è “null’altro” che un suo possibile.

DE BENEDETTI. Non parlerei di “male assoluto”, perché un essere finito come è l’uomo non potrebbe fare qualcosa, come il male assoluto, che nella sua negatività è quasi divino. Ma certamente l’uomo può fare, e ha fatto, un male che – se così si può dire – è quasi assoluto. Nel Novecento, come in tutti i secoli precedenti, ci sono state guerre sanguinose, anzi più sanguinose per il perfezionamento tecnico, con un numero di morti mai prima raggiunto, stragi per conquiste imperialistiche e conflitti ecc. Ma il male estremo è stato raggiunto soltanto dalla Shoà (e forse dal genocidio realizzato in Cambogia da Pol Pot, su cui vorremmo saperne di più). La Shoà è stata un male estremo perché non è stata la conseguenza di fini diversi (conquista di territori, sostituzione di popolazioni, persecuzioni politiche o religiose), ma aveva come fine se stessa: condizione necessaria e sufficiente di morte, per qualsiasi ebreo era nascere. È stata un male estremo anche perché gli esecutori erano pressoché tutti battezzati, appartenenti a una nazione cristiana da quindici secoli, che aveva prodotto uomini come Kant, Goethe, Hegel, nel cuore di un’Europa che, per la maggior parte, “stava a guardare”. Il male estremo si raggiunge quando gli interessi sono sostituiti dall’ideologia: e l’ideologia nazista negava, anzi capovolgeva praticamente tutte le caratteristiche dell’esser uomo.

GIVONE. Di fronte allo spettacolo semplicemente infernale offerto dalla storia del Novecento (le cui ombre più buie si estendono in modo inquietante anche su questo secolo), qualcuno potrebbe essere tentato di fare come Edipo: accecarsi con le sue stesse mani. Ma poiché il pensiero deve guardare anche l’inguardabile, cerchiamo allora di soffermarci su questa idea del male estremo, assoluto, assolutamente ingiustificabile. La prima cosa da dire è che il male è “estremo” là dove il male è per il male, ossia là dove il male si manifesta quale propriamente è, vale a dire come potenza annientante che si nutre di se stessa, voluttà demoniaca che gode di se stessa, perversione spirituale che si rigenera continuamente a partire dal proprio nulla. Da questo punto di vista nel regno del male non c’è male che non sia estremo. Lo è per esempio, non meno di Auschwitz, quel turismo sessuale che prevede fra le tante opzioni anche la possibilità di seviziare vittime infantili. Bisogna però aggiungere dell’altro, addirittura fare un passo oltre quella che già sembra essere un’ultima soglia. Considerare cioè che il male per il male, il male che è espressione di un puro principio maligno, tuttavia tende a giustificarsi in base a supposte ragioni storiche se non addirittura in nome del bene. E questa è un’aggravante, non un’attenuante. Lo è perché al male si aggiunge la menzogna, e quindi al male si aggiunge male. Quando Hitler nel bunker di Berlino “giustifica” il proprio operato, e arriva a sostenere che le future generazioni gli saranno grate d’aver “bonificato” l’Europa, diviene figura perfettamente satanica. Da questo punto di vista Auschwitz resta emblema di male estremo, assoluto.

MARTINAZZOLI. Tanto più perché si tratta di una storia che per le generazioni più vecchie conserva in sé la consistenza della cronaca e la memoria dolorosa delle vite, siamo inclini a leggere nel Novecento le mappe di un male inusitato, non comparabile con altre esperienze consumate nei secoli storicamente certificati dell’avventura umana. Vale la pena mettere in dubbio questa percezione. Dopotutto, Hitler considerava opportuno evocare Gengis Kan per certificare la potenza distruttiva del suo disegno, mentre l’undici settembre del duemilauno sembra annunciare l’impossibilità di racchiudere nei confini di un secolo maledetto il repertorio della catastrofe umana. Conviene piuttosto chiedersi se vi sia, e in cosa consista, una cifra peculiare, un che di originale e riconoscibile nella dimensione tragica del Novecento. Risponderei, da un lato, sottolineando la “potenza tecnologica”degli strumenti di morte e di oppressione e, dall’altro, la natura “ideologica e sistemica”dei fini che hanno ispirato le più folli imprese. In altri termini, mi sembra che entrino in gioco qui il destino della tecnica e la storia delle idee. C’è un paradosso cruento con il quale occorre fare i conti, senza ridursi alla disperazione: se le “magnifiche sorti e progressive”, se un sogno titanico di liberazione umana (collocato nel passato o nel futuro, non importa) sono costati un prezzo incalcolabile, se l’eterogenesi dei fini ha conosciuto in questa temperie la sua certificazione più irrimediabile, è proprio alla radice della condizione umana che bisogna scendere per tentare un varco.

CACCIARI. Se si è inteso il significato della prima risposta, ne consegue che il Male si rivela nell’ordito di ogni ente, di ogni relazione tra gli enti, di ogni dia-logos, poiché si dà nell’originarietà del Com-possibile. Non sta nelle nostre mani sconfiggere il Male; presumerlo sarebbe il delirio dell’utopismo pelagiano. Possiamo non “alimentarlo”, possiamo lasciare che ci “attraversi” senza che ci “conquisti”, possiamo non cadere nella tentazione di rispondere ad esso con le sue stesse armi. E precisamente questo è il significato del perdono, io credo, come risuona nel Lieto Annuncio. Esso si collega “naturalmente” alla Giustizia di cui appunto lì si parla. Tutt’altra cosa se con Giustizia si intende, in realtà, la Legge.

DE BENEDETTI. Per quanto abbiamo detto, la ragione umana, o meglio la coscienza umana, di fronte alla minaccia incombente del male radicale non ha altra risposta che rinforzare o recuperare l’esser uomo. È estremamente difficile sconfiggere o controllare o prevenire il male radicale, anche perché esso non irrompe, ma cresce insensibilmente da inizi che possono apparire trascurabili (si pensi all’approvazione che ebbe Hitler nel 1933 da uomini di Chiesa, filosofi, politici e gente comune). Nel caso della Shoà, la sconfitta del male radicale avvenne indirettamente, per la sconfitta della Germania: non dimentichiamo che gli Alleati si rifiutarono sempre di bombardare le ferrovie che portavano i convogli di ebrei ad Auschwitz. Oltre che, o come parte dell’esser uomo, è necessario educare se stessi al dubbio: tutti i mali commessi dagli uomini hanno alla loro radice non il dubbio, ma una certezza. Solo Dio può essere “certo” (o forse neppure lui).

GIVONE. La ragione deve spingersi fino al punto in cui, chiarite tutte le ragioni possibili di un evento, le cause scatenanti, ecc., si arresti e dica, quanto alla radice maligna da cui l’evento emerge: esaminate le circostanze storiche, studiata la psicologia dei protagonisti, tenuto conto anche dell’apparente casualità dell’accadere, ebbene, dopo che tutto questo lavoro è stato fatto, il male resta avvolto nel mistero, il male quanto al suo fondamento e alla sua ragione ultima resta assolutamente ingiustificato, e infatti nel male c’è un eccesso, un che di gratuito, di trascendente qualsiasi possibilità di spiegazione razionale, che mette la ragione a tacere. Fin lì deve spingersi la ragione. La radice maligna, la radicalità del male, la sua abissalità sono metafore che intervengono nel punto in cui la ragione, fedele a se stessa (non lo è più quando pretende di “spiegare” il male e si fa giustificatrice), sceglie per sé il silenzio e rinvia a una dimensione per l’appunto metaforica, simbolica, sostanzialmente religiosa, che la oltrepassa. Naturalmente di queste metafore abbiamo bisogno, anzi, non ne possiamo fare a meno se vogliamo gettare qualche luce su un fenomeno che resta fondamentalmente misterioso come il male. Se poi ci chiediamo come reagire al male, la risposta deve passare, io credo, attraverso la rigorosa distinzione del piano sociale e politico, da una parte, e del piano personale, cioè etico, dall’altra. Sul piano sociale e politico bisogna operare affinché le ragioni che possono avviare processi di disfrenamento del male siano rimosse, impedite. Sul piano personale occorre attenersi alla regola per cui siamo chiamati a rispondere anche di ciò che ha carattere per così dire “fatale”, ossia di ciò che sembra provenire da una profondità che sfugge al nostro controllo o da una esteriorità che supera il nostro raggio d’azione. Sì, siamo chiamati a rispondere anche del nostro destino. E con questo si entra nella dimensione tragica dell’esistenza.

MARTINAZZOLI. Se ci sono risposte esaurienti o minimamente rassicuranti, io non le conosco. Mi limito a indicare tracce di riflessione che considero non evasive. C’è, anzitutto, il tema della memoria. In effetti, sembra drammaticamente provata, tanto più nel tempo della modernità, la riluttanza umana a interiorizzare l’esperienza storica. Questa inettitudine spinge a due illusioni speculari, verso il passato o verso il futuro, senza che sia certo il legamento con il presente e dunque verificabile la misura del progresso. In questo senso, per colmare questa lacuna, diventa cruciale il talento della memoria, intesa non tanto come artefatto della ricerca storica quanto come racconto tramandato dalla vita di generazione in generazione.
All’esordio di un poemetto che, se ricordo bene, si intitola Requiem, la Achmatova ricorda l’incontro con alcune donne, come lei carcerate e umiliate in una delle tante prigioni sovietiche. Le chiedono: “Lei è in grado di raccontare queste cose?” La risposta affermativa le rasserena come la promessa di una verità che sarà pronunciata, che non verrà perduta. È presumibile che, se si può pensare, la strada della riconciliazione cominci da qui, dalla povera verità dei fatti o quantomeno da un confronto dei punti di vista, senza di che mancano le parole stesse sulle quali fondare l’ipotesi della riconciliazione.
Ma sarebbe necessario poter contare su una cifra etica sufficientemente solida per reggere il paragone di un giudizio. Il quadro che costatiamo denuncia invece una drammatica friabilità tale che le evidenze etiche non consistono, retrocedono al rango di opinioni discutibili, si travestono secondo mode volubili. Se ancora si consuma l’omaggio, non necessariamente insincero nei confronti dei grandi postulati – poniamo, il non uccidere – si va dissolvendo o revocando in dubbio la certezza del legamento tra la grande etica e la piccola etica, quella dei comportamenti quotidiani, delle quotidiane pretese, dei quotidiani egoismi. C’è, nei nostri giorni e nelle nostre società, l’incoscienza di una relazione responsabile, che va invece recuperata, tra il nostro modo di credere e il nostro modo di vivere. Per queste ragioni, soltanto suggerite qui, non ritengo possano venire dal sociale e dal politico parole intelligibili. Il tentativo di una risposta, per quanto incompiuta, si situa in interiore homine.

CACCIARI. Le spiegazioni in chiave puramente sociologica, etica o politica del Male non sono… spiegazioni. Spiegano semmai, appunto, le sue “epifanie”, ma non la sua radice, il suo grembo sempre fecondo. La spiegazione del Male sta al centro di ogni testimonianza religiosa: essa cerca appunto di dire ciò che non si può tacere (unde Malum?), ma che, dal punto di vista puramente razionale, continua a risultare non dicibile. Il peccato, nell’accezione giudaico-cristiana, svolge tale funzione. E quello davvero “originale” si configura come il No alla volontà creatrice di Dio – il No espresso, tuttavia, da una sua creatura; e dunque, come separabile da lui?

DE BENEDETTI. Non so se nella carica distruttiva del male sia decisivo il peso del peccato. Certamente nessuno di coloro che ebbero responsabilità nel male estremo credettero di essere peccatori. Forse ci si potrebbe chiedere se un’assenza totale di peccato dal mondo renderebbe impossibile ogni male: ma questo è talmente ovvio che è inutile parlarne. È vero invece che, come afferma Paul Ricoeur, nel mondo c’è molto più dolore che peccato, e questo è evidente proprio nelle modalità della Shoà, in quanto gli esecutori (chiamiamoli pure peccatori, ma è troppo poco perché il peccatore è ancora un uomo) sono stati infinitamente meno delle vittime, anche se sono stati abbastanza numerosi da marchiare una generazione.

GIVONE. Se il male ha una radice inestirpabile, e se questa radice affonda in una dimensione dove la ragione non può spingersi perché, come abbiamo visto, deve arrestarsi prima, e lasciare il campo alla religione, che ha sviluppato un suo linguaggio irriducibile alla pura e semplice razionalità, e infatti la religione ci parla di “profondità sataniche”, mistero d’iniquità, ecc., allora la nozione di peccato si fa insostituibile. Traducendo il concetto greco di amartia, cioè di colpa (tradurre qui significa: trasporre dal piano del rapporto dell’individuo con la stirpe d’appartenenza al piano del rapporto del singolo con Dio), la nozione di peccato introduce un’idea impensabile sul piano puramente razionale. E cioè l’idea che l’imputabilità vada cercata ben più a fondo che a livello di coscienza. Sì, siamo responsabili (ne dobbiamo render conto) anche del nostro destino. L’idea del peccato originale, quest’idea così lontana da noi, figli dell’illuminismo, dice precisamente questo. Possiamo fare a meno di questo “sapere” essenzialmente religioso? Io credo di no, anche se esso non ha nulla a che spartire con la sociologia e con la politica. Quanto all’etica, un conto è un’etica fondata kantianamente sulla pura ragione, un altro conto un’etica disposta kierkegaardianamente a entrare in contraddizione con se stessa dopo aver “urtato” con la religione.

MARTINAZZOLI. Come cristiano, il “peso del peccato” si radica nella mia convinzione, e nei miei rimorsi. Ma un’identica convinzione non si può pretendere da chi non crede e nemmeno da chi è fedele ad altre tavole.Tuttavia dovrebbe risultare proponibile, in termini laici, una comune considerazione in ordine al limite della natura umana, al seme di una malignità che la riguarda, al “legno storto”, per dirlo alla maniera di Kant, che vieta ogni illusione perfettista. Questo realismo sull’umano è quantomeno in grado di svelare l’inganno della politica, la dismisura del potere, la violenza dell’ideologia. Il limite, insomma, non come angustia ma come alveo della libertà. Rimane tuttavia irrisolto il problema a cui ho già fatto cenno, quello del fondamento etico. Per spiegarmi, faccio riferimento alle recenti dichiarazioni del Papa sul divorzio, definito una “piaga devastante” e alle reazioni, prevedibili, che ne sono immediatamente seguite. Su questa frontiera si vede bene come la politica sia sussidiaria non tanto di un ethos comune, quanto proprio della somma delle opzioni individuali. Per valutare la complessità del problema, che implica la relazione tra responsabilità e libertà, ricordo che, sempre nel suo discorso, il Papa rileva come il divorzio renda il matrimonio analogo alle unioni di fatto e risultano allora di scarso significato, in materia di procreazione assistita, le distinzioni che i politici cattolici propongono tra coppie unite in matrimonio e coppie di fatto. Come si vede, sul paragone concreto le affermazioni di principio affrontano, nel mare della vita, navigazioni assai perigliose. Rimane in campo, peraltro, una provocazione che la morale laica non può rifiutare sulla base della distinzione irriducibile tra sfera religiosa e dimensione civile, la domanda cioè intorno alla verificabilità del rapporto che c’è, come da causa a effetto, tra la somma dei comportamenti individuali e l’evento del male quando si determina in maniera “assoluta”.

CACCIARI. Facendo maturare una “nostalgia” di Giustizia attraverso ogni legge e ogni norma; educando alla misura dell’autentico perdono attraverso ogni patto, ogni accordo, ogni foedus; comprendendo che non si dà “identità” senza mediazione, e cioè che la mia “identità” diviene attraverso la fatica della relazione, del fra-intendermi con l’Altro; “contaminando”, insomma, ogni politica con istanze e problemi meta-politici. Ciò non distruggerà il Male, né ci libererà dal peccato, poiché qui nessuno è “buono”, ma disarmerà le nostre ipocrisie, i nostri giustificazionismi, le nostre idolatrie. E non sarà poco.

DE BENEDETTI. Io non credo che il male possa essere fronteggiato da una cultura della riconciliazione: oggi se ne parla molto, ma oggi si parla molto di tutto, e ogni discorso rischia di consumarsi in retorica. Il che non toglie che la cultura della riconciliazione debba essere praticata ed estesa, almeno presso coloro disposti ad accoglierla (e quindi già di per sé incapaci di male). Ma il mio scetticismo non esonera nessuno dal praticare tale cultura nelle circostanze della propria vita: diceva un maestro di Israele che nessuno di noi può compiere un progetto fino in fondo, ma non è libero di tralasciarlo.

GIVONE. Come qualcuno ha detto molto giustamente (G. Riconda), se il male è un mistero, il bene è il mistero dei misteri: lo è a misura che, per quanto abissale sia il male, per quanto inestirpabile appaia la sua radice, tuttavia il bene ha sempre la possibilità di trar fuori da quell’abisso un che di bene e anzi, in prospettiva escatologica, ha la possibilità di convertire l’abisso del male nell’abisso del bene. Lo attesta la misteriosa alchimia dello spirito che ha il suo reagente, per così dire, nell’espiazione. Perciò una cultura della riconciliazione non è un’utopia ma una necessità spirituale. Guai però se questa cultura della riconciliazione è fatta scadere a forme banali di irenismo. A far da deterrente dovrebbe essere proprio la smisurata grandezza del male. Non fosse che l’inaccettabile, proprio perché inaccettabile, tende a essere rimosso. Perciò il pericolo della banalizzazione è sempre in agguato.

MARTINAZZOLI. Ho qualche difficoltà a intendere il senso e, direi, la dinamica di una “cultura della riconciliazione”. La riconciliazione allude a un fatto, non a un temperamento, a un’attitudine. Più comprensibile e accertabile la parola del perdono. E naturalmente, quando questi termini sono traslati nella dimensione sociale e politica, tanto più sulle misure globali, il nesso tra giustizia e perdono diventa un luogo inestricabile secondo le logiche della “utilità”. Rimando ad alcune osservazioni proposte più sopra, sia pure in modo ellittico. Aggiungo che i verbi del giudicare e del perdonare adombrano inevitabilmente ciò che si è consumato, ciò che è accaduto. Ma la domanda tragica riguarda il futuro: come possa non accadere più quello che è accaduto.

DE BENEDETTI. La capacità di perdono sarebbe certamente la base per una società futura più giusta e solidale. Ma mi pare che questa capacità venga esemplificata dalla vita di Gesù e di alcuni santi (non tutti): il che è un po’ poco. Basterebbe puntare sulla giustizia, che in una società è più necessaria del perdono (che ne sarebbe dei tribunali, altrimenti?). Diceva un altro maestro di Israele, il grande Rabban Gamaliel: “Su tre cose il mondo sta: sulla verità, sulla giustizia, sulla pace”. Ma, attenzione!, anche queste parole, a troppo ripeterle, diventano chiacchiera; mentre a molto praticarle, anche nel nostro piccolo, qualche luce diffondono.

GIVONE. Sì, è possibile. Anzi, doveroso. E non è, questa, una speranza utopica. Ma il più alto ideale regolativo che possiamo proporci.

(*)

MASSIMO CACCIARI
è docente di Estetica all’Università di Venezia. Tra le sue opere più recenti: Dell’Inizio, Adelphi Milano 1990; Geo-filosofia dell’Europa, Adelphi Milano 1994; L’arcipelago, Adelphi Milano 1997; Le dieu qui danse, Grasset, Parigi 2000. È stato Deputato in Parlamento, Sindaco di Venezia, Deputato Europeo, attualmente Consigliere Regionale.

PAOLO DE BENEDETTI

è docente di giudaismo presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano e di Antico Testamento presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Università di Urbino. Tra le sue pubblicazioni, tocca questa tematica il saggio: Quale Dio?, Morcelliana, Brescia 20014.

SERGIO GIVONE
è docente di Estetica all’Università di Firenze. Tra le pubblicazioni più recenti: Disincanto del mondo e pensiero tragico, Il Saggiatore, Milano 1989; Storia del nulla, Laterza, Roma-Bari 1995; Eros/ethos, Einaudi, Torino 2000. Nel 1998 ha pubblicato presso Einaudi un romanzo, Favola delle cose ultime; un secondo romanzo, Nel nome di un dio barbaro, è appena uscito presso lo stesso editore.

MINO MARTINAZZOLI
avvocato penalista. Più volte eletto al parlamento nelle liste della Dc. Già ministro della giustizia e della difesa. Fondatore e primo Segretario del Partito Popolare. Già sindaco di Brescia. Attualmente è Consigliere regionale della Lombardia nelle file del Ppi.

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