La guerra che si doveva evitare. Confronto Cacciari – D’Alema

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La guerra che si doveva evitareConfronto tra Massimo Cacciari e Massimo D’Alema
Casa della Cultura, Milano, marzo 2003
a cura di Agnese Bertello

 Alla vigilia della guerra contro l’Iraq, D’Alema e Cacciari si sono incontrati, davanti a un pubblico numeroso,per parlare delle sue possibili conseguenze internazionali, del ruolo dell’Europa nel nuovo ordine mondiale e della presunta vocazione imperialistica degli USA.

Massimo Cacciari
Per fare politica, bisogna partire da un’assunzione realistica. Questa assunzione è che c’è stata una terza guerra mondiale e c’è stato un vincitore. Se non si parte da qui, non si è politicamente responsabili. C’è stata una guerra, condotta in modo non convenzionale, e c’è stato un vincitore. Il grande politico sa sempre che la difficoltà non consiste nel vincere la guerra, ma nel formare la pace; la difficoltà non stava nel vincere Addazio, ma nel fare la Pax augustea. I grandi imperi questo l’hanno sempre saputo. Ma gli Stati Uniti sono un grande impero? Hanno una vocazione imperiale, un destino imperiale e una cultura imperiale? È questa la domanda drammatica che sta di fronte a tutti noi. Se una super potenza si trova, per condizioni storiche, a dover svolgere un ruolo di proporzioni planetarie e mondiali senza alcuna idea di cosa sia Impero, senza alcuna cultura d’Impero è la catastrofe. Nella storia politica americana non esiste questa vocazione, se non in forma minoritaria. Esistono altre importantissime vocazioni, democratiche, federaliste, ma una vocazione egemonica planetaria da un punto di vista imperiale non c’è. Questo infatti presupporrebbe non solo la supremazia tecnologica, militare, economica e finanziaria, ma la possibilità di combinare insieme in
modo virtuoso culture diverse ed apparire autorevoli nei loro confronti. Uso il termine impero nel senso proprio, tecnico, per ciò che lo contraddistingue da uno stato e da una vocazione statuale. Una vocazione imperiale non può mai essere una vocazione semplicemente annessionistica o di mantenimento di un proprio ordine sulla base delle proprie regole, della propria cultura a livello planetario. Questo non è impero. Questa è una logica di “riduzione ad un unico” che non è mai stata, malgrado quello che si sente dire in giro, la logica dell’impero, tanto meno dell’impero per antonomasia, quello romano: gli imperatori romani parlavano greco. George W. Bush è stato in Inghilterra per la prima volta dopo essere stato eletto Presidente degli Stati Uniti. Questa non è una barzelletta, ma un fatto che la dice lunga rispetto alla cultura politica degli USA.
Abbiamo una drammatica situazione in cui vi è obiettivamente una sovraesposizione imperiale da parte dello stato che ha vinto la Terza Guerra Mondiale. Ma non ce la farà mai a vincere la pace sulla base di un progetto imperiale, perché questo stato in tutta la sua storia ha avuto un’immensa difficoltà a parlare le lingue altrui, a intendere, ad ascoltare gli altri idiomi.
Da più parti si paventa lo scontro di civiltà, si avvertono gli Stati Uniti, che continuando su una linea di questo genere, ammesso che possano riuscire a far funzionare un certo meccanismo di polizia internazionale, si troveranno a dover affrontare una guerra infinita. Noi continuiamo a parlare di guerra, ma è una categoria che non è più fondabile oggi: uno scontro tra potenze statuali è al di là di ogni plausibile orizzonte.
Come si fa a pensare uno scontro tra effettive potenze statuali? Forse tra staterelli, ma tra potenze statuali è impensabile. La “guerra” che stiamo conoscendo è un’altra: laddove non riesci a costruire la pace, ma pensi di riformare il mondo, o vaste e fondamentali aree del pianeta con una propria cultura completamente autonoma, sulla base del tuo linguaggio, del tuo idioma, dei tuoi valori, devi avere al centro della tua azione un’organizzazione di polizia internazionale permanente.
Il petrolio c’entra e non c’entra in questa guerra. Queste giustificazioni volgarmente materialistiche non hanno mai spiegato niente delle guerre: qui c’è una potenza che si trova sovraesposta e che non riesce ad avere, e non riuscirà mai ad avere, l’autorevolezza per porsi come effettivo Impero, neanche all’interno dell’area occidentale. Questa potenza ha di mira oggi il formare un’area molto vasta che gli sia assicurata in uno scacchiere fondamentale di questo pianeta: dall’Afghanistan al Golfo. Questa politica è stata dichiarata e viene perseguita, senza nessuna considerazione delle conseguenze culturali in senso antropologico che un’iniziativa di questo genere può portare in quelle regioni.
Il Vaticano teme lo sradicamento della presenza cristiana in giro per il mondo, la trasformazione della Chiesa Cattolica in chiesa occidentale. La scelta così drastica di discesa in campo del Vaticano in questa situazione si giustifica per queste ragioni. Certo, anche per motivi umanitari, ma è evidente che uno scontro di questo genere provoca lo sradicamento della presenza cristiana in tutti quei paesi e compromette ogni possibilità di presenza futura, cioè determina la perdita di connotati di cattolicità della Chiesa: la fine della Chiesa. Una Chiesa che non possa avanzare l’istanza di essere cattolica cessa di essere Chiesa. La drammaticità della posizione del Vaticano è evidente. La Chiesa Cattolica non potrà mai giustificare, in tutta la tradizione del diritto europeo, canonico, laico, una guerra di questo tipo: una guerra che si profili come guerra preventiva è per tutta la tradizione del diritto è una guerra di pura e semplice aggressione.
Il mondo non è la “periferia della casa sulla collina”: questa è una pretesa con la quale non si fanno
gli Imperi, si fanno le guerre, che niente hanno a che fare con la costruzione dell’impero.
La presenza di una forte opinione pubblica, una mobilitazione così intensa intorno a questi temi, soprattutto se sapranno condurre a un approfondimento delle questioni e se sapranno dare voce alle posizioni più consapevoli e ragionevoli europee e intorno a quelle ricostruire un’unità europea ha davvero avuto un significato e un peso eccezionali. Può davvero averlo. Se la guerra verrà evitata lo si dovrà davvero questa volta alla consapevole, amplissima, straordinaria mobilitazione intorno a questa tragedia.

Massimo D’Alema
È importante parlare agli Stati Uniti d’America, all’opinione pubblica americana, alle forze intellettuali di quel paese perché è evidente che, se l’obiettivo che noi abbiamo è quello di costruire un nuovo ordine del mondo, non è sensato farlo senza coinvolgere in modo attivo la più grande potenza mondiale. La lotta per la pace non è anti-americana. Costruire un ordine di pace significa costruire un ordine che esclude la guerra di aggressione e che considera l’uso legittimo della forza soltanto quando questo fosse una risposta a un’aggressione. Come avviene all’interno di uno Stato: l’uso legittimo della forza è la risposta ad un crimine. Lo stesso vale su scala internazionale.
Noi siamo all’interno di una crisi drammatica che è iniziata con l’11 settembre e con l’attentato alle Twin Towers. In quel momento è entrata in crisi la convinzione che l’assetto mondiale del dopo 1989, fosse risolvibile attraverso la rimozione della politica e il dominio dell’economia e del mercato. In fondo con la caduta del Muro di Berlino, la vittoria dell’America, veniva fatta coincidere con la vittoria dell’economia sulla logica della pianificazione e ha dominato per oltre un decennio la convinzione che tutto sommato il vero problema era rimuovere la politica. La politica aveva, in quell’ottica, il compito di eseguire i compiti che l’economia le assegnava; si pensava che la globalizzazione, retta dalla logica del mercato, avrebbe provveduto un ordine mondiale, a integrare le diversità, ad allocare le risorse in modo razionale, a rendere vantaggiosa la pace: questa convinzione è stata via via smentita dall’insorgere di nuovi conflitti, di nuove tragedie.
Nei paesi più poveri è apparsa subito senza fondamento, ma l’11 settembre l’ha spazzata via anche nei paesi ricchi. Sono gli Stati Uniti d’America che hanno capito che la globalizzazione senza governo non porta con sé la pace perpetua. Clinton disse: “questa è l’altra faccia della globalizzazione” e da quel momento la leadership americana si pone il problema  di come rispondere, di come costruire una dimensione politica.
L’autore de “Il paradosso del potere americano” prende a prestito da Antonio Gramsci il concetto di
egemonia e spiega che come diceva Gramsci, egemonia significa incorporare gli elementi di verità che sono inseriti nelle culture degli altri. Il difetto dell’unilateralismo di una parte dell’universo americano è di non capire la necessità di costruire una egemonia americana. Dopo l’11 settembre abbiamo avuto la sensazione che quella scossa potesse spingere gli Stati Uniti verso una visione multilaterale della loro politica: una coalizione contro il terrorismo, il rapporto con il mondo islamico non fondamentalista…. Inizialmente sembrò prevalere una linea più ragionevole, poi via via ha prevalso una posizione fondamentalista. Secondo me hanno pesato due cose. Intanto siamo di fronte a una nuova destra: questa destra non ha nulla a che vedere con la real politic di Kissinger. L’altro elemento importante è stato il rifiuto di Arafat alla pace proposta da Clinton. Conosco abbastanza bene la vicenda della mancata firma di quel documento da parte di Arafat. Fu certamente un errore da parte della leadership araba, ma è avvenuto anche perché si
aspettavano che un’amministrazione repubblicana sarebbe stata più cinicamente disponibile a sacrificare Israele: un tragico errore di calcolo. Perché noi oggi abbiamo di fronte un’altra destra: una destra fondamentalista, una destra che ha perfino una componente religiosa nel suo fondamentalismo, un sentimento anticattolico di matrice protestante molto forte e anche una posizione nei confronti del mondo islamico di scontro di civiltà. Questa destra fondamentalista ha imboccato la strada della forza.
Dipende da Saddam Hussein, si sente dire. Che cosa deve fare Saddam Hussein per evitare la guerra? Se mostra le armi, dimostra che aveva mentito e che quindi bisogna fargli la guerra, se non le mostra vuol dire che le nasconde e quindi bisogna fargli la guerra… Gli Stati Uniti hanno imboccato una strada in fondo alla quale c’è la guerra.
E questa guerra ha due caratteristiche in termini politici:
1. manca di qualsiasi fondamento di legittimazione
Saddam non ha invaso il Kuwait: è una guerra preventiva, scatenata a tavolino, decisa freddamente a tavolino, nel corso di questi mesi. Anche io penso che la questione del petrolio sia rozza; ci sono ragioni geopolitiche. L’Iraq è nel cuore di un’area fondamentale. Gli USA pensano di esercitare un pesante controllo sui paesi dai quali viene il terrorismo, l’Arabia Saudita, i paesi del Golfo, che sono paradossalmente paesi tradizionalmente alleati degli USA e il cui peso gli americani vogliono drasticamente ridimensionare. Si tratta del controllo di un’area cruciale del mondo, ma questo non legittima l’uso della forza. È impossibile pensare a un ordine mondiale in cui l’suo della forza dipende dagli interesse discrezionalmente valutati di un’unica potenza; è difficile che questo sia accettabile.
2. che cosa succederà dopo?
Non lo sanno neanche coloro che vogliono fare la guerra. Si può forse pensare che mettere un governatore militare americano dell’Iraq sia avere un disegno politico? O che un disegno politico del genere sia privo di conseguenze, nel senso di un potente incoraggiamento di quel sentimento di frustrazione e di odio che è l’alimento del terrorismo?
Mettiamoci nei panni di un arabo per un momento. In Israele nasce un governo di cui fa parte un partito, quello dei coloni, il cui programma è di violare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, perché quelle risoluzioni proibiscono le colonie. Quindi in Israele c’è un governo che programmaticamente intende negare il diritto dei Palestinesi ad uno Stato ed estendere la colonizzazione dei territori. Di fronte a questo fatto il mondo occidentale non è in grado di fare neppure un comunicato, mentre per andare a stanare le armi di Saddam stanno per muoversi 400.000 soldati. Voi pensate che quel cittadino arabo non abbia la sensazione si regge su un doppio standard, detto in modo garbato, che per lui è inaccettabile? È possibile che una politica che genera frustrazione e odio in 1 miliardo e mezzo di esseri umani sia una politica che crea stabilità e sicurezza? La crisi è così importante perché dalla sua risoluzione dipende il carattere costituente di un nuovo ordine internazionale.
Sarà pesante, oneroso, rischioso anche per gli Stati Uniti d’America, perché questa idea dell’ordine mondiale è contraria agli USA.
Non dobbiamo fare l’errore di dare a questo straordinario movimento una torsione antiamericana. Un discorso sulla pace, su un ordine del mondo fondato sul diritto deve essere rivolto all’opinione pubblica americana. La causa della pace non vince contro gli Stati Uniti, vince, se vince anche negli Stati Uniti: quello che diciamo può trovare consenso anche lì. Bisogna farsi carico delle loro paure. Rendersi conto che il terrorismo è un problema. Bisogna trovare alleati nel mondo islamico.
Nel corso di questa crisi è emersa una opinione pubblica europea, si è intravisto l’embrione di un’opinione pubblica internazionale ed è una cosa importante.
Ritengo che sia una grande risorsa; non sono per la retorica dei movimenti, ma penso che qui siamo di fronte a un fenomeno di grandissima portata. Ma dobbiamo renderci conto che bloccare i treni non ci rende più forti: tutto quello che riduce l’ampiezza del dissenso alla guerra è un errore, perché l’ampiezza del dissenso è una forza. La novità del momento è che 110 milioni di persone in Europa scendono in piazza insieme, per gli stessi motivi, lo stesso giorno, dando vita ad un evento che rappresenta un patrimonio di partecipazione, di democrazia attiva, di consapevolezza dell’opinione pubblica: è questo il punto su cui fare leva per affrontare i problemi che abbiamo dinanzi a noi.

La partita che si gioca intorno alle Nazioni Unite è molto importante, perché è evidente che la difesa di un presidio, di una possibilità di legalità internazionale passa attraverso il ruolo delle Nazioni Unite e devo dire che siccome è del tutto evidente che la stragrande maggioranza dei paesi membri delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza sono contrari a questa guerra, se alla fine fossero coartati, ritengo che darebbe un colpo alla credibilità delle Nazioni Unite persino più grave che se gli americani facessero la guerra senza il consenso di questo organismo. Io continuo a pensare che gli americani debbano valutare anche il prezzo politico di una guerra, e questo vale anche per gli assetti politici dell’Europa. Noi non sappiamo quanto potrebbe durare la guerra – un giorno, tre giorni, -, c’è anche chi spera che appena gli americani arriveranno tutto si risolverà, che vengano accolti come liberatori e che poi cadrà il prezzo del petrolio. Si fanno i più vari scenari, ma nessuno è in grado di sapere che cosa accadrà e non si gioca d’azzardo con una cosa così rilevante. Anche nel caso dello scenario migliore, l’effetto di medio/lungo periodo, di frustrazione, di destabilizzazione resterebbe comunque di altissimo pericolo. Per questo, la prima cosa da fare si chiama Europa.

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