Intervista a Massimo Cacciari su Della cosa ultima

PantareiAltri Autori1 Comment

www.postcontemporanea.it  intervista Massimo Cacciari

Della cosa ultima

Postcontemporanea – Il suo nuovo libro (Della cosa ultima, pubblicato da Adelphi) si collocadecisamente nell’orizzonte della filosofia dei fondamenti. Vuole ricordare quali sono i nuclei essenziali della sua argomentazione? (n.d.r.: il volume è diviso in tre parti: ” Trialogus de possest”, “De anima”, “Toccare il Dio”).

Cacciari – Il libro si articola in due momenti fondamentali. Il primo potremmo chiamarlo una sorta di “analitica esistenziale”, per parafrasare un’espressione che ricorre in molte interpretazioni di Essere e tempo di Heidegger. Cioè si tratta d’un itinerario attraverso l’anima, attraverso le sue facoltà (si intitola appunto “De anima”), per aprirsi dalla dimensione dell’angoscia, della “cura”, all’idea di libertà. Alla “fede”, come io dico, della libertà nella libertà, perché l’essere liberi non può essere oggetto di dimostrazione. E questa libertà si realizza, o si manifesta, nella capacità di dono, o meglio di per-dono, cioè di un dono che ancora più radicalmente è se stesso di quanto sia semplicemente un donare qualcosa. Perdonare è un donarsi, è un donare sé, è un far vuoto di sé. Là dove il processo di liberazione possa dirsi compiuto, questa prima dimensione rende possibile un puro pensiero e quindi un pensiero dell’incondizionato, un pensiero dell’infinito, un pensiero dell’Inizio, nel senso che avevo sviluppato in un mio libro precedente. Ma in questo libro il pensiero dell’Inizio non solo è attinto attraverso il percorso a cui ho accennato, ma si specifica come equivalente, come analogo, all’idea della cosa stessa, del “questo qui” della Settima Lettera di Platone. Cioè l’ineffabile, l’indicibile, ovviamente non ha alcuna dimensione misterica, misteriosofica, ma è la cosa nella sua singolarità. La singolarità della cosa è ciò che noi non potremo mai fare diventare nostro possesso, che non potremo mai comprendere, che non potremo mai sussumere nelle forme della nostra soggettività. E quindi il libro si chiude, diciamo così, in un dialogo fra le forme della soggettività ripercorse attraverso quella “analitica esistenziale” e la cosa stessa, la cosa nella sua singolarità, nella sua insussumibilità e perciò nella sua intramontabilità ed eternità.

Postcontemporanea – Dell’Inizio è richiamato dallo stesso titolo del nuovo testo, che rispetto ad esso si pone in continuità o forse in opposizione complementare. Vuole chiare i termini del rapporto fra i due libri? Del resto, citando la nota di copertina, ” La cosa ultima, quindi, non è che l’Inizio: qui però non è più semplicemente inteso come indifferente insieme di tutte le possibilità, bensì come l’infinità stessa della cosa nella sua inalienabile e intramontabile singolarità”.

Cacciari – Da un lato l’inizio è attinto attraverso un percorso che nell’altro libro era soltanto accennato, e dall’altro cerco di chiarirne il significato assolutamente immanente, assolutamente determinato nella sua stessa ineffabilità ricordando sia il tema platonico del pragma auto , della singolarità dell’ente indiscorribile, sia i grandi temi delle Enneadi plotiniane in cui appunto si parla di un “toccare il Dio” come attingere alla singolarità dell’ente.

Postcontemporanea – Non sono molti, oggi, i libri che trattano creativamente di “filosofia prima”. Assistiamo piuttosto alla pubblicazione di testi di commento, di variazioni sulla storia della filosofia, spesso con un carattere accademico o perfino quasi divulgativo. È una questione solo editoriale, o l’editoria rispecchia una situazione del pensiero filosofico odierno?

Cacciari – È vero, il campo delle teoretica, della metafisica o dell’ontologia fondamentale nel senso che ne tratto io è pochissimo frequentato. Perché la filosofia s’è andata specializzando in una serie di dimensioni specifiche. È un vecchio discorso: non si fa più filosofia, ma si fa filosofia dell’arte, filosofia della politica, filosofia della scienza. In realtà non si fa altro che parlare di arte, di politica, di scienza, e spesso la filosofia non è altro, ormai, che un vago riferimento di prammatica. È senz’altro vero, ma non è assolutamente necessario. Anzi è tanto poco necessario in quanto in questo periodo noi, tutti noi, parliamo di problemi fondamentali: parliamo di vita e di morte, parliamo di guerra e di pace, parliamo di problemi che non possono essere assolutamente ridotti a campi disciplinari specifici ma che investono la totalità delle nostre facoltà e la complessità del nostro esserci. Quindi vi è certamente ancora la possibilità di fare filosofia. Direi, anzi, anche di farla arricchiti dai percorsi disciplinari che hanno caratterizzato la filosofia contemporanea. Non hanno svolto soltanto una funzione negativa: tutt’altro, sono stati elementi di decostruzione di vecchi apparati metafisici. Ma io credo che sia ormai ora di passare da una fase critica, decostruttiva, al tentare di dire la nostra in filosofia.

Postcontemporanea – La sua scelta è decisamente orientata verso la tradizione più profonda del saggismo, al punto da utilizzare forme come il dialogo, nonché la simulazione epistolare. È una scelta non comune, peraltro già presente in Dell’Inizio . Vuole accennare alle ragioni di questa opzione?

Cacciari – In Dell’Inizio accanto al dialogo, che era però un dialogo fra due, cioè fra me e diciamo un interlocutore critico-scettico, la forma non aveva problemi perché si trattava della forma del trattato e del breve commento più o meno aforistico agli argomenti del trattato stesso. Qui la questione si è complicata perché appunto, a differenza che in Dell’Inizio, l’accento batte su quel processo di liberazione a cui accennavo prima. E quindi era l’itinerario che andava mostrato. Inoltre, in questo itinerario l’incontro con la dimensione teologica era molto più cogente di quanto non fosse nell’altro libro. Perciò i personaggi diventavano tre, ed infatti la prima parte è un trialogus in cui riassumo e cerco di chiarire tutti i temi già affrontati in Dell’Inizio . La forma della lettera poi mi è venuta abbastanza spontanea: ero io che scrivevo e dialogavo per lettera con questi due interlocutori per cercare di maturare con loro quell’itinerario.

Postcontemporanea – In quale nucleo problematico indicherebbe il nesso essenziale fra la sua riflessione ed il suo impegno politico?

Cacciari – In tutta la seconda parte, nel “De anima”, che riguarda la dimensione storico politica, svolgo un’argomentazione secondo cui nella politica non può concludersi il processo di liberazione. La politica non può costituire l’orizzonte di questo processo proprio perché nella politica non vi può essere profezia e il contenuto fondamentale della profezia è quella libertà che si manifesta nel donare e perdonare. Sono dimensioni metapolitiche necessarie, e sono presupposti necessari di quel pensare liberamente che cerco di realizzare nella terza parte. La politica è un’esperienza dolorosa del limite; ma un’esperienza che occorre attraversare, perché non giungi al dono/perdono per grazia, all’interno d’un percorso filosofico, ci giungi attraversando tutto lo spazio dell’angoscia, della disperazione, del fare, e del fare politica.

Postcontemporanea – Per concludere, una domanda eterogenea rispetto alle precedenti. Lei ha manifestato in varie occasioni il suo scetticismo nei confronti della “chiacchiera” su Internet. Ora, dato che la chiacchiera ed il discorso serio sono praticabili e praticati mediante qualunque strumento di informazione, cosa rende differente Internet? È una questione qualitativa, oppure si tratta soltanto d’un fatto quantitativo?

Cacciari – Internet corre il rischio della ridondanza, ovviamente. Tutte le notizie tendono a disporsi sullo stesso piano, sullo stesso livello, ad essere equivalenti. È impossibile ricavare una precisa gerarchia, dalle informazioni che vengono date. Tutto ciò non significa che sia “chiacchiera”. Internet per sua natura tende ad equiparare, a rendere equivalente la cosa importantissima e la chiacchiera, quindi obbliga ad una selezione critica da parte nostra ancora più forte di quanto non avvenisse mediante i mezzi usuali. Per usare correttamente Internet sarebbe necessario un pubblico ancora più consapevole, ancora più formato criticamente di quanto non fosse il pubblico tradizionale. E questa è secondo me una perfetta utopia. Quindi penso che, realisticamente, avremo di certo un accesso all’informazione assolutamente incomparabile rispetto al passato, ma che sapremo sempre meno farne uso critico, consapevole. E bisogna rendersi conto del fatto che questo probabilmente è il nostro destino, perché si tratta d’un processo assolutamente immanente a questa tecnica.

One Comment on “Intervista a Massimo Cacciari su Della cosa ultima”

  1. Grazie di questa possibilità. Sono d’accordo che l’utenza di internet debba esercitare adeguatamente la facoltà dei distinguo critici a cui ci ha abituata la moderna tradizione del criticismo europeo, nel muoversi per entro la sterminata vastità di informazioni forniteci dallo stesso internet. Sono un lettore attento dei libri di Cacciari e lo seguo almeno da un trentennio e oltre, così come di altri filosofi italiani del tipo di Severino, Galimberti, il giurista Giametta e penso che vada rivalutata, come già fu fatto negli anni 90 tutta una tradizione critica del 900 e sono d’accordo anche con la recente rilettura che Cacciari svolge di Weber a proposito della burocrazia e della borghesia. Non tralascerei un trattato come la “Logica” di B.Croce e trovo spunti interessanti anche in Mancuso. Sono Gianfranco B., pianista e filosofo di Roma. Grazie ancora

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.