Intervista a Massimo Cacciari, laico deluso

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“Ma la Chiesa ha vinto tornando al passato”
dall’inviato FABRIZIO RAVELLI
La Repubblica, 06.01.2001

VENEZIA – “La cosa più scandalosa di questo Giubileo – accusa Massimo Cacciari – è stato l’omaggio dei politici, la vacua rincorsa. Ma non tanto per la vacuità dei politici, che hanno perso qualunque capacità di dialogare e discutere con la Chiesa. Quanto perché questa rincorsa ha esaltato i caratteri autocelebrativi del Giubileo. Ed è grave che la Chiesa abbia accettato questo omaggio, facendone parte delle celebrazioni. La Chiesa ha detto: io sono l’unica istituzione capace di un discorso che dà senso. Ma allora, al termine delle celebrazioni giubilari, la domanda da farsi è un’altra”.

E qual è questa domanda?

“La Chiesa è riuscita a comunicare quello che avrebbe dovuto essere il suo messaggio? Cioè l’immane scarto tra Giubileo e mondo? Non è, l’immagine del Giubileo che è uscita, qualcosa che copre, che nasconde dietro un volto apparentemente vittorioso, questo scarto? Il Giubileo è rimettere i nostri debiti, il Giubileo è l’anno di pace per gli uomini e per la terra, fondato sul riscatto, sulla redenzione, sulla remissione dei debiti. Non era invece un’immagine di radicale sconfitta del messaggio evangelico quello che avrebbe dovuto essere il centro di questo Giubileo?”.

Sconfitta?

“Sì, perché questo mondo con il significato del Giubileo non ha radicalmente niente da fare. E’ il mondo della dimenticanza del significato del Giubileo. La Chiesa ha predicato questo, o non ha predicato piuttosto il fatto che essa Chiesa rimane l’unica istituzione capace di un discorso che dà senso, qualunque questo sia? Io rispondo che secondo me la celebrazione del Giubileo è stata un momento di nascondimento di questo scarto”.

Una dimostrazione di sovranità?

“Forse non di sovranità. Questo Papa, dopo la vittoria sul comunismo e sulle ideologie totalitarie, ha subìto tremende delusioni, e ne porta il segno sulla carne, a partire da quello che è successo in Polonia. Non direi quindi che il rischio è quello di una Chiesa trionfale. Ma certo di una Chiesa che rimane oggi sulla terra l’unica istituzione portatrice di un discorso capace di aprire, di dare senso. Ora, questo poteva anche essere giusto affermarlo. Ma se nello stesso momento questo era fatto valere come dimostrazione di quello scarto”.

Quindi, secondo lei, affermare la propria potenza è per la Chiesa una contraddizione?

“Sì, una radicale contraddizione. Questo è il punto. Perché il messaggio della Chiesa deve rimanere profetico. E’ nell’essenza del Cristianesimo il non poter dar vita a istituzioni totali, che esauriscono in sé la totalità del senso. La Chiesa dovrebbe vivere questa come una contraddizione interna. Perché a differenza che in altre religioni, dove la prospettiva che noi chiameremmo teocratico-fondamentalista è in qualche modo immanente, nel Cristianesimo invece questa prospettiva è assolutamente contraddittoria con il suo messaggio originario”.

In questa che lei chiama “vacua rincorsa” alla genuflessione c’erano parecchi laici.

“I laici italiani, secondo me, non capiscono più assolutamente nulla. Non hanno più alcun rapporto con la dimensione religiosa. Ormai la politica è completamente secolarizzata, di un relativismo pragmatico puro e semplice. Lo dico senza giudicare: è una constatazione fattuale. Una politica ridotta a relativismo pragmatico è una politica che avverte la sua mancanza di capacità di dare senso. E’ penoso pensare di poter riempire questo vuoto di senso rincorrendo il discorso che fa la Chiesa”.

Veniamo all’uso del Giubileo, da parte della Chiesa, in termini di egemonia politica.

“Questo è l’aspetto più drammaticamente contraddittorio di questo Giubileo. La Chiesa avrebbe dovuto ammonire i politici. Badate, politici, che il vostro omaggio, l’unico accettabile, è la ricostituzione della vostra autorità, della vostra autorevolezza. Questo ammonimento non è stato fatto. L’utilizzo di questo evento giubilare per riaffermare questa antica supremazia, o per tentare di riacquistarne una nuova, è forse l’aspetto più negativo. E’ un problema che riguarda questa Chiesa, oggi. Questa Chiesa, oggi, ritiene che il suo messaggio possa avere accoglienza, possa essere pregnante per l’uomo contemporaneo, in assenza di una interlocuzione laico-politica? O invece ritiene che proprio nell’essenza vi sia, e debba continuare ad esservi, il dialogo con l’autorità politica? Questo è essenziale”.

Non prevale la prima ipotesi?

“Ma nella Chiesa c’è una drammatica tensione intorno a questo tema. Una Chiesa che dal Giubileo esce, a mio avviso, con un evidente rafforzamento dei poteri centrali curiali, e quindi in qualche modo modificando abbastanza drammaticamente la prospettiva conciliare. Che esce con una forte tendenza autocelebrativa, se non trionfalistica, quindi una Chiesa vittoriosa. Che esce con questo rapporto assolutamente spurio con l’autorità politica, in base al quale sembra quasi che l’omaggio, la rincorsa del politico siano bene per la Chiesa. Una Chiesa che esce dal Giubileo con queste zavorre, è una Chiesa dentro la quale le tensioni sono destinate a crescere e a moltiplicarsi”.

Insomma, lei è deluso dal Giubileo.

“In questo senso, gli elementi fondamentali che emergono dal Giubileo non sono quelli che tanti vescovi, tanti credenti, o tanti laici e non credenti come il sottoscritto, si attendevano. Si poteva sperare che annunciasse questo scarto fra sé e il mondo. Pensiamo a certe posizioni del Papa durante le recenti guerre: un’affermazione dura, scabra, disincantata. Ma non si poteva sperare che il Giubileo lo annunciasse nei termini: noi adesso dirigiamo e governiamo il mondo. La Chiesa non può risolvere tutte le dimensioni della nostra vita”.

Però, secondo lei, dovrebbe preoccuparsi del fatto che la politica perde autonomia.

“Sì, perché un discorso sulle rispettive autonomie è al centro non di una concezione laica moderna dello Stato, è al centro della teologia cristiana. Io mi rivolgo alla Chiesa. Chiesa, a te va bene, fa parte del tuo disegno provvidenziale il tramonto della politica? O invece per te è un grande dramma? E se è un grande dramma, capisci quanto male ti fai a voler intervenire continuamente su una dimensione che è propriamente legislativa?”.

Quindi il Giubileo ha segnato un’accelerazione dell’intervento ecclesiastico nella vita politica italiana?

“Certo è stato forzato in questa direzione dalla Chiesa. E il politico che rende semplicemente omaggio non è in grado in nessun modo di resistere a questo tipo di offensiva. Che, ripeto, è a mio avviso un’offensiva della Chiesa contro se stessa”.

E secondo lei questo hanno pensato milioni di pellegrini?

“Non so. Io però conosco molti dei giovani che sono andati al raduno, molte delle associazioni giovanili cattoliche, e so che ci partecipavano tutto sommato nello spirito che sto dicendo io. Io sono certo che, con tempi e modalità che non so, questa tendenza della Chiesa produrrà controcanti, contraddizioni”.

Pensa che la Chiesa abbia rinunciato ad avere un interlocutore nel mondo politico italiano?

“La Curia romana certamente no. La Curia che esce provvisoriamente vincitrice da quest’ultima fase del pontificato. Non nel senso di avere un partito politico cristiano: credo che per questa parte della Chiesa sia del tutto secondario. Non serve una nuova Dc. Ma un riferimento politico sì, e trasversale. Ma io credo che la Chiesa si accorgerà di aver bisogno di un interlocutore, e non di un soggetto subordinato. E la Dc questo era, un interlocutore. Aveva una sua autonomia, eccome se l’aveva. Ci ricordiamo la nascita del centrosinistra? La storia di questo partito andrebbe riscritta, anche dalla sinistra, in modo non propagandistico”.

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