Intervista a Massimo Cacciari – Festival Filosofia 2004

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Intervista a Massimo Cacciari in occasione del Festival Filosofia 2004 
a cura di Lara Ferrari (Hermesnet)

 

E’ considerato all’unanimità uno dei più grandi filosofi dell’età contemporanea. Docente di Estetica per anni a Venezia, ha rivolto la sua ricerca alla crisi dell’idealismo tedesco propria di Nietzsche e di Heidegger e, seguendo la genealogia del pensiero nichilistico, ha rivolto la sua attenzione ai classici della mistica tardo-antica, medioevale e moderna. Ora però Massimo Cacciari è l’artefice del Pensiero concreto. Con questa espressione definisce il suo impegno come preside della facoltà di Filosofia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Cacciari sarà protagonista di un’attesissima lezione magistrale al FestivalFilosofia di Modena venerdì prossimo, giorno di apertura, alle ore 15.30 in piazza Grande.
Si è appena aggiudicato il premio Capalbio Filosofia per il suo libro “Della cosa ultima” (Adelphi). Lo ritirerà il 19 novembre e sarà Giacomo Marramao, ordinario di Filosofia Politica a Roma e ospite anch’egli del festival di Modena, a leggere la motivazione.

Il titolo della sua conferenza è “Sistema mondo”. Può anticiparne i contenuti?

La mia sarà una riflessione su come si è formato il mondo come sistema, non semplicemente come aggregato di parti, come insieme di contraddizioni superabili. Il problema è attraverso quali idee e quali metodi il mondo diventa sistema.

Com’è maturata la decisione di insegnare all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano? Come stanno andando le iscrizioni e i corsi? So che ha fatto tutto lei, dai programmi agli indirizzi dei corsi.

Sono capitato “a caso” in questa Università. Mi è stata offerta quest’occasione direttamente dall’Università San Raffaele: potevo dar vita a un corso di laurea in filosofia senza alcuna riserva, senza alcuna condizione. Ciò è stato possibile grazie all’entusiasmo di don Luigi Verzè, magnifico rettore dell’Ateneo. Fino ad oggi la scelta si è rivelata di grande successo per gli allievi e i professori.

Ha rappresentato una novità assoluta aprire due anni fa la facoltà di Filosofia in un istituto di cura, votato alla ricerca e alla sperimentazione scientifica. Come si rapportano filosofia e medicina? Lo giudica un atto coraggioso?

Tutta la filosofia si rapporta meravigliosamente all’idea di cura. Fin dall’antichità questo accade. La filosofia è infatti la “Cura dell’anima”, se la vogliamo chiamare così. Platone dice “Non siamo soltanto corpo”. Un medico intelligente è colui che non trascura nessun aspetto dell’essere umano: non solo quello corporeo, ma anche lo psichico e lo spirituale. Da noi insegniamo tutte le materie, dall’Estetica alla Filosofia del Linguaggio, dalla Filosofia della Tecnica alla Filosofia Politica. L’atto di coraggio in realtà l’hanno fatto loro, questa équipe di medici straordinari, che rivolgono la loro attenzione al lavoro svolto qui a Filosofia. Che comprendono quanto la relazione tra corpo, mente e anima sia fondamentale. Che poi era un legame strettissimo nella medicina greca. Da parte mia, nulla di coraggioso.

Lei ha pubblicato nel giugno di quest’anno “Della cosa ultima”. Il libro sembra tornare alle origini del problema posto con “Dell’inizio” (Milano, 1990). Il cominciamento è il problema filosofico fondamentale. Che cosa aggiunge questo nuovo libro ai traguardi raggiunti con “Dell’inizio”?

In “Dell’inizio” affronto il problema in modo direttamente teoretico. Ora la questione si sposta sul terreno dell’anima. In “Della cosa ultima” non alludo a nulla di trascendente, ma alla scoperta dell’ente nella sua singolarità. Nella sua “noumenicità”. Mi riferisco all’ente come al noumeno di Kant, come a qualcosa che non sta al di là, ma che sta al di qua.

Che differenza c’è tra i concetti di inizio e origine?

L’inizio non ha niente a che fare con l’origine, poiché questa è la causa di effetti, presuppone una serie di cause e di effetti strettamente concatenati, implica una relazione tra le cose. L’origine è legata in modo fortissimo alla dimensione sensibile delle cose, degli eventi.

Lei dichiarò al principio dell’estate che non era d’accordo con il ritiro delle truppe italiane in Iraq. Oggi, dopo tutto quello che è successo, con l’uccisione di numerosi ostaggi, degli italiani Quattrocchi, Baldoni, e con le due volontarie ancora nelle mani dei terroristi, è ancora di questo avviso?

Il problema non è più adesso quello del ritiro o meno del contingente italiano. Non so che cosa deciderà di fare il governo Berlusconi, ma ora il problema è come affrontare un terrorismo che va oltre le logiche di un Paese soltanto. Come decidere di affrontare e sconfiggere il radicalismo fondamentalista, questo è il problema più urgente, che non è più effetto delle guerre o dell’occupazione americana. Qual è la politica dell’Occidente ora. Questo è l’interrogativo più importante. E’ un problema che va affrontato a livello di Intelligence internazionale. Ora il ritiro delle truppe, che a questo punto giunti si potrebbe pure acconsentire, non risolverebbe alcunché.

Che cosa significa pensare?

Pensare è la capacità di interrogarsi senza pregiudizio, senza preconcetti. Sviluppare un discorso che non abbia già in sé un risultato, una comoda dimora. Pensare è un’avventura, un errare che può portare ad infiniti errori. Solo se rispondiamo a questi requisiti possiamo parlare di pensiero.

Quali sono le virtù di un buon politico? E il conflitto in politica è costruttivo?

Purtroppo non esistono virtù applicabili incondizionatamente a tutti i politici, ma cambiano col variare delle epoche. Le virtù che doveva sfoggiare un buon politico nell’era splendida di Atene erano diverse da quelle di Napoleone e da quelle descritte da Machiavelli. Mentre ritengo che, indipendentemente dal mutare del tempo, il conflitto sia certamente fondamentale. Il politico deve sapere che la contraddizione è vitale. Deve sapere porsi in un ottica di confronto, che vada oltre all’utilità momentanea del singolo e della comunità. Deve avere uno sguardo più lungimirante. Non si può prescindere dal contrasto, se non si vuole che esso degeneri in uno scontro da amico a nemico.

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