Il ricordo di Bobbio firmato dal filosofo Massimo Cacciari

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Il ricordo di Bobbio firmato dal filosofo Massimo Cacciari
Viveva, con serenità e mitezza, la contraddizione tra ciò che è desiderabile
e il possibile. Unico mistero: il Male.

C’è un conflitto in noi, un conflitto “che taglia a metà la nostra stessa persona” (Bobbio). Chi non sa patirlo è consigliabile cambi lettura: Bobbio non è pane per sedentari accademici. È un conflitto avvertibile in tutte le dimensioni della sua opera. Tra la tradizione aristotelica e cristiana della politica come perseguimento del “bene comune” e la “salus rei publicae suprema lex”, la dura legge della ragion di Stato; tra il sofferto interesse per i grandi realisti, fino ai “reazionari” Mosca e Pareto, e la kantiana idea di un diritto cosmopolita, capace di fondare nientemeno che una “pace stabile”(e non semplici “armistizi”); tra quella teorica della morale che è il giusnaturalismo e il positivismo giuridico; tra le grandi filosofie dello Stato moderno, come inveramento e incarnazione della stessa Ragione, e quella loro antitesi che sono, per Bobbio, le dottrine dello Stato come mezzo per il dominio politico di una classe. Più in generale, e più drammaticamente, vi è conflitto in noi tra vocazione scientifica, l’aspirazione al giudizio “ridotto” da ogni “valore”, fondato puramente sulla esperienza e l’osservazione dei fatti e la coerenza delle teorie, da un lato, e la “coscienza morale”, come lui stesso diceva, il senso insopprimibile di un “dover essere”, dall’altro. È necessario sapersi “astenere” dalle utopie sulla “soluzione globale” dei problemi politici, non cadere nella tentazione di interpretare ciò che è con gli occhi di ciò che desidereremmo fosse. Ma altrettanto, insieme, è necessario non arrendersi all’apologia dello stato di fatto, mascherandola di disincantato realismo. Realismo diverrebbe, allora, nient’altro che copertura ideologica dei rapporti di dominio esistenti.

Quando incontrai Bobbio nel ’69 ad un seminario nell’Università di Torino occupata dagli studenti, questo cercava di insegnare loro. Dura lectio, sed lectio. La lezione di un realista riformista, di un riformista che aveva “in gran dispetto” le cieche speranze proprio perché animato dal più forte “principio speranza”. E la speranza di Bobbio, intorno al cui fuoco si agitava la sua opera scientifica, era quella di una democrazia di sviluppo, di una democrazia capace di mantenere le proprie promesse. E avere perciò futuro. Come “scienziato realista” Bobbio sembrava limitarsi ad un aggiornamento della teoria neo-classica della democrazia, a una sua definizione “minima”, ma la democrazia per lui continuava a essere una passione. Egli aveva una idea della democrazia da perseguire, di cui persuadere l’opinione pubblica. Il valore della democrazia consisteva per Bobbio nel suo coniugarsi con il tema dei “diritti dell’uomo” e con quello della “pace”. Diritti da intendersi in modo dinamico, progressivo. Diritti nient’affatto naturali, ma storicamente concreti, determinati, vivi. Ciò significa: democratica è quella società che opera attraverso le sue istituzioni e sulla base di un ethos condiviso per rimuovere i fattori di disuguaglianza, di discriminazione, di ingiustizia, che sono alla radice degli stessi conflitti internazionali. È l’idea di un liberale riformista, di un liberalismo aperto e progressivo. Direi, di un grande borghese, nel quale si coniugano responsabilità e convinzione, disincanto e impegno, individualismo e solidarietà, realismo e obbligazione etica.

Ma questo grande borghese era anzitutto disincantato su quelle stesse “promesse” per le quali continuava a battersi. Nell’ultima parte della sua vita emergeva la tonalità della delusione. Dalle grandi promesse del dopoguerra a un “prepararsi al peggio”, dalle grandi speranze ai grandi timori. Che fine aveva fatto quella idea di democrazia come “modello di società di persone”? Certo, occorre sempre restare ben desti contro le utopie regressive di una “democrazia diretta”; democrazia è essenzialmente competizione tra élites, pluralismo elitario. Ma tuttavia sempre nell’ambito e nei limiti dello Stato di diritto. Ma tuttavia sempre élites alternative tra loro sul piano programmatico e ideale. E sempre “giudicabili” da un’opinione pubblica consapevole, che possa disporre di una libera e pluralista informazione. E ora? Come spiegare la crisi della forma democratica, che nulla rende più evidente del fatto che tutti sono diventati democratici, senza neppure avvertire il bisogno di una minima riflessione auto-critica? Si tratta soltanto dello “spettacolo vergognoso di corruzione, di insipienza, di arrivismo, di cinismo che ci offre giornalmente gran parte della classe politica democratica” (speriamo qualcuno ricordi queste parole di Bobbio nel fumo delle commemorazioni)? No certo. Bobbio si sforzò di analizzare le cause profonde della crisi.

Ma forse non riuscì a coglierne il nesso con la crisi dello stesso Stato di diritto. La “grande trasformazione” riguarda il rapporto tra Stato democratico e il nuovo assetto dei poteri tecnico-economico-finanziari, la nuova forma del capitalismo globalizzato. La crisi investe l’intero sistema del diritto pubblico, dello ius publicum europaeum. Bobbio si avvede di questa dimensione epocale della crisi in atto dell’intera forma-Stato allorché affronta il problema dei “diritti dell’uomo” e riconosce come l’assenza di una autorità capace di incarnarli in un ordinamento giuridico effettuale faccia sì che essi rimangano sulla carta. Ma l’idea dell’affermazione progressiva dei diritti “universali” rimane per lui, nonostante tutto, irrevocabile. È la sua fede laica. L’analisi critica di tale idea, del suo nesso indistricabile con i presupposti individualistici della nostra civiltà, delle insormontabili aporie cui conduce laddove si voglia “esportarla”, fingendone una “universalità” che non può possedere, manca forse in Bobbio. Egli rimane filosofo di quella grande costruzione dello spirito europeo che è lo Stato, lo Stato nella sua forma di Stato di diritto, orientato sull’idea regolativa dell’uguaglianza e fondato su valori che concepisce come universali e necessari fondamenti di una stabile pace. Ma questa fede non impedì a Bobbio l’esercizio del più acuto “scetticismo”. Negli ultimi anni questo esercizio andò assai oltre i limiti della scienza politica e della filosofia del diritto. Bobbio divenne l'”impolitico” difensore delle virtù della mitezza, della serena rinuncia. E osò affacciarsi su quell’abisso della ragione rappresentato dal problema del Male. Lo incontrai l’ultima volta ad una commemorazione del suo collega torinese Pareyson, e proprio dell’angoscioso tema del Male, che costituiva lo “scandalo” della filosofia di Pareyson, mi parlò. Mai aveva condiviso le visioni della naturale bontà dell’uomo e dei suoi “appetiti”. Ma ora la sua realistica antropologia negativa sembrava esigere risposte più radicali. E il conflitto in lui ne tagliava ancor più profondamente la straordinaria persona.

 

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