I mille interessi di Massimo Cacciari

PantareiAltri AutoriLeave a Comment

Un professore di filosofia ospite di Capital Tribune
9 Luglio 2004
di Giulia Santerini

Che dire di lui? È un filosofo innamorato della politica. Massimo Cacciari oggi è anche preside della nuova facoltà di filosofia dell’università vita salute san Raffaele di Milano, ma è stato onorevole, europarlamentare, sindaco di Venezia per due tornate elettorali. Il tutto continuando ad insegnare e a scrivere poderosi tomi di filosofia.

Innanzitutto come vuol essere presentato? Lei è un filosofo, un politico o un professore?

Sono un professore di filosofia.

Lei è però un professore che dubita dei professori che vogliono fare politica da soli, almeno così ho letto: “I professionisti della politica hanno un senso e continueranno ad averlo”. Cacciari come si colloca fra queste categorie?

Appunto, non sono un professionista della politica ma riconosco che il professionismo politico c’è sempre stato e sempre ci sarà. Nulla è più ridicolo di quelli che pensano che il miglior politico sia chi ha fatto fino al giorno prima l’avvocato, il medico o il professore di filosofia.

Lei ha amato prima la politica o la filosofia?

Insieme. La filosofia si può amare. la politica è difficile da amare, la politica è una responsabilità, è un dovere. Devi prendere parte, devi misurarti anche nella relazione politica con gli altri, con i tuoi simili. Non è una cosa che si ama la politica. Se è fatta bene è una responsabilità e un dovere.

Quale della due le ha dato più soddisfazione e quale l’ha fatta soffrire di più?

Mi ha fatto soffrire infinitamente di più la filosofia perché essendo il mio mestiere quando faccio qualcosa che non mi piace e mi sembra del tutto inadeguato, mi fa soffrire infinitamente di più. La politica la posso prendere infinitamente di più alla leggera della filosofia.

Il berlusconismo è finito davvero?

Se si intende come un’idea di riassetto e di riforma sociale e politica non è mai iniziato. È chiaro che non ci può essere la riduzione della politica a spettacolo, a immagine, a tecnica di mercato. Il tentativo berlusconiano di ridurre la politica ad una tecnica mercantile, certamente questo è fallito.

Ora la sinistra ha bisogno di una nuova guida.

C’è un uomo nuovo da seguire?

No, ci sono uomini semi-nuovi. Chiaramente oggi come oggi il leader assolutamente indiscutibile del centrosinistra italiano è Prodi, questo vale da Mastella fino a Bertinotti. Prodi non è un uomo nuovo ma è certamente anche quello che in questi anni è stato in grado di presentare le proposte più innovative, fino alla lista unitaria. Non è un politico nuovo ma è sicuramente il politico più innovativo che il centrosinistra abbia espresso negli ultimi dieci anni.

Il suo listone a livello di logo però non ha funzionato come doveva. Occorre trovare un nuovo Montezemolo della politica o bisogna picchiare ancora su questo nome?

No per carità. Il merito di Montezemolo è quello finalmente di dire: bisogna che gli imprenditori tornino a fare gli imprenditori, e i politici i politici. Montezemolo va bene come presidente degli industriali e Prodi va bene come futuro presidente del Consiglio.

Per Sartori non esiste più una sinistra portante, capace di tenere testa alle sinistre che la assediano. Lei condivide? Si sente di sinistra? Si sente un po’ a pezzi?

Dal punto di vista di Sartori la sinistra è a pezzi dappertutto, ma così anche la destra. Voglio dire, non ci sono più i grandi partiti a centralismo democratico. In Italia il dramma è che questi diecimila correnti si configurano come diecimila partitini. Allora bisogna cercare di costruire un asse portante di questo arcipelago, un partito del 20-25%. Fin tanto che questo non avverrà, il centrosinistra dà un’immagine di nebulosa, un’immagine di frammentazione. E questo peserà negativamente anche nel voto.

Un tema sempre irrisolto: l’unione europea. Alle ultime elezioni gli europei hanno disertato le urne. Per una volta siamo stati noi italiani l’unica eccezione positiva. Perché?

No ha votato nessuno perché l’unione europea e l’unità politica europea è avvertita o come una meta lontanissima o come qualcosa che si configuri in senso centralistico, o in senso statalistico centralistico. E bisogna cercare di mettere un po’ di anima dentro questa idea dell’Europa e cercare di far capire che l’Europa che vogliamo costruire è l’Europa delle nazioni, delle genti. Altrimenti questa costituzione europea diventerà una costituzione senza cittadini e senza cittadinanza.

Lei parlò di ‘conflitto positivo’ a proposito dell’Europa dei romani.

Io sono convinto che sia così. L’Europa è terra di conflitti, di contraddizioni che dobbiamo trasformare in dialoghi. L’Europa non sarà mai come gli Stati Uniti d’America, cioè un ethos comune, perfettamente condiviso (ammesso che ciò valga per gli USA, ormai è tutto da discutere).

Un arcipelago con tante isole intorno al Mediterraneo, tutti diversi, ricchi delle proprie diversità. Lei ha un suo mare preferito? È un uomo di mare o di montagna?

Io sono sicuramente un uomo di mare. Però amo moltissimo la montagna, quando però la montagna è molto frastagliata e contraddittoria. Amo le Dolomiti, amo la montagna più vicina al mio mare.

Scia, si arrampica?

Sciavo. Non mi arrampicavo per questioni di vertigini ma vengo da una famiglia di alpini e montanari.

Lei però è cresciuto a Venezia?

Sì.

Come l’ha vissuta e la vive ancora oggi che si è trasferito a Milano e fa un po’ avanti e indietro?

La vivo come la vivevo. Non è che sia mai stato un patito del mito di Venezia. Questa città ha una grande memoria ed è una città dove per certi versi puoi vivere benissimo, però certamente è una città che non può avere e non può sognare di avere quel ruolo propositivo, innovativo che possono avere altre grandi capitali europee come Milano in Italia o Barcellona, Berlino e Parigi.

Lei non si è candidato né alle europee né alle amministrative.

Sì, non mi candidavo più da nessuna parte perché ormai non ho più tempo per svolgere ruoli istituzionali. Ho pochi anni per cercare di scrivere qualcosa, per cercare di fare il mio mestiere prioritario: il filosofo.

E del PCI, del parlamento dal ‘76 all’83, che cosa è rimasto: un ricordo nostalgico o un errore?

No, la nostalgia è un vizio che non ho, da nessuna parte. Furono anni importanti, perché furono gli anni del compromesso storico, di un tentativo di riassetto istituzionale e politico del paese di straordinaria portata, a cui venne messa fine con un’operazione di guerra: il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Sono stati anni assolutamente eccezionali quelli che ho vissuto. Purtroppo forse li ho vissuti troppo da giovane e non ero consapevole dell’assoluta straordinarietà di quegli anni. Me ne sono reso conto dopo di essere stato fortunato e sfortunato di vivere al centro del parlamento italiano una stagione assolutamente eccezionale.

Dal ’93 al 2000 lei è stato sindaco di Venezia. Cosa le resta?

Anche quell’esperienza mi resta. Il sindaco è un mestiere faticosissimo, da non augurare neanche ai peggiori nemici. Nel caso mio poi sono stati anni particolarmente delicati, difficili: a Venezia, in genere nel nord est e nel Veneto.

Le capitò di tutto: la Fenice a fuoco, i leghisti sul campanile di San Marco.

Sì, ma al di là di quello la cosa fondamentale è l’esperienza che fai con i tuoi concittadini, vedendo quella che i sociologi chiamano ‘la società del rischio, cioè la società che malgrado il benessere e l’apparente sicurezza di cui godiamo, in realtà è una società e un’opinione pubblica fatta di persone assillate sempre di più dalla paura. Soprattutto da un’incertezza fondamentale che guasta il cervello: per la prima volta da due generazioni la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica pensa che i propri figli possano vivere peggio dei padri.

Da filosofo come conciliava il suo livello teoretico altissimo con l’andare a trattare per i trasporti e l’immondizia?

Non lo so. Sono quarant’anni che concilio i due livelli e quindi non me ne sono accorto.

E proprio due livelli di ragionamento mette a confronto nel suo ultimo, poderoso libro di filosofia della cosa ultima. C’è la voce dello scettico, c’è quella del teologo: da uomo di ragione lei no ha mai un dubbio che propenda per la fede piuttosto che per la ragione?

Non è un argomento di dubbio. La fede è un dono, la fede è qualcosa che si dà, ti si impone, non è il prodotto di una elaborazione culturale o intellettuale. Nel libro dico appunto che anche la posizione di fede, come quella della filosofia, si origina comunque da una situazione di angoscia. Il bivio è comune ma le due strade sono assolutamente distinte.

Ma quando e come scrive questi poderosissimi tomi se insegna all’università, scrive per riviste, viaggia e spesso presenta importanti convegni?

Non facendo vacanze.

Quante ore dorme al giorno?

Il sufficiente perché ancora non crollo.

Lei ha fondato a Milano una Facoltà di Filosofia al San Raffaele che promuove il gusto di pensare in aula, con i professori faccia a faccia con gli studenti. Quindi boccia sonoramente le tre vecchie ‘i’: internet, inglese, impresa?

L’inglese è insegnamento obbligatorio, è l’unica facoltà di filosofia in Italia dove l’inglese è obbligatorio. Abbiamo dei laboratori di informatica. Certo ci occorre internet, l’informatica e l’inglese, ma fatto in modo critico, non apprese come si apprendevano le tabelline una volta.

So che a lei non piacciono le telecomunicazioni, le teleconferenze, tutte queste cose a distanza.

Anzi, magari si potesse fare tutto in teleconferenza. Fintanto che non potrò spostarmi io e non soltanto con il fax o con l’e-mail. Mi metto in questa stanza, schiaccio un bottone e mi trovo a Roma in tempo reale. Il teletrasporto: quella è la vera tecnologia! Le tecnologie prima del teletrasporto mi sembrano tutte arcaiche. Quindi sono assolutamente favorevole. Anche se questo non cambierà niente, perché dopo dovrai sempre pensare con la tua testa, dovrai sempre confrontarti con i problemi eterni, universali e immutabili. Non è che questi mezzi e strumenti ti esonereranno dal pensare.

È un filosofo e un politico, ma anche un neolaureato in Architettura. La facoltà di Architettura di Genova le ha dato una laurea honoris causa l’anno scorso. Laurea meritata?

Strameritata ! Ho insegnato anni nella Facoltà di Architettura, ho scritto libri che riguardano architettura, Filosofia dell’Architettura. È incredibile come me l’abbiano data tardi.

Lei è veneziano ma si è trasferito a Milano per guidare questa Facoltà di Filosofia. Come vive a Milano un veneziano?

Mah, io ho vissuto a Milano, a Roma e in altre città. Milano è una città dove ho trovato un ambiente contratto, un po’ costretto, un po’ tappato negli ultimi anni e pronto ad esplodere. Milano secondo me sarà la città del prossimo decennio con il lancio della Fiera e i grandi spazi da recuperare. Milano potrebbe, se amministrata adeguatamente, essere la città che esplode nel prossimo decennio come è stato per Barcellona negli gli anni tra gli ’80 e i ’90.

In ‘Milano Europa’ avete scritto che è una città di solisti senza orchestra. È ancora così? L’avete scritto due anni fa.

È ancora così in gran parte ma già abbiamo fatto dei passi avanti straordinari. L’elezione di Penati ne è un segno.

La politica da cosa deve partire? Qual è l’ordine? Lei che è stato sindaco dia un consiglio a Penati.

Be’, deve partire dalla volontà di lavorare insieme tra i diversi livelli, nessuno può fare da sé. Il dramma di Milano in questi anni è stata questa guerra tra Regione, Comune e Provincia. La seconda cosa è il riutilizzo delle grandi aree, questo è strategico: metà di Milano deve essere ricostruita. Ma come? Quale visione della città futura?

Milano è la città dove le piacerebbe vivere o ne ha una dei suoi sogni?

Se dovessi dire a me piacerebbe vivere a Napoli.

Perché?

Perché c’è il Vesuvio, i napoletani, perché è fantastica, perché le grandi città italiane del sud, mortificate e vilipese, hanno sì potenzialità pazzesche in un’Europa che finalmente riconosca la sua sponda e la sua dimensione mediterranea.

Ha detto che l’arte esprime il processo di globalizzazione con angosciosa partecipazione. Ci mette in guardia o va presa tremendamente sul serio? Nell’accezione comune l’arte è un piacere estetico.

L’arte non ha niente a che fare con la piacevolezza. L’arte non ha niente a che fare con questa dimensione di agreeable. L’arte invece ha sempre suscitato sgomento, interrogazione. L’arte contemporanea in particolare: rende conto insieme della globalizzazione dei nostri linguaggi nel senso della omologazione, ma rende conto di questo processo in modo assolutamente angoscioso. L’arte contemporanea a differenza dell’arte antica, come fai a caratterizzarla localmente? Non ha luogo. L’arte, ben prima dell’economia e della finanza, nel mondo contemporaneo è apparsa globalizzata. Questo fatto dell’omologazione linguistica è vissuto dall’arte contemporanea con timore e tremore.

Se lei si potesse regalare l’opera d’arte di qualche grande cosa sceglierebbe?

Non ho alcun dubbio: sceglierei un Mondrian.

Perché?

Perché mi ricorda tutto: i numeri, il pitagorismo, i numeri platonici, l’icona. E’ il problema di cui parlavo prima: il linguaggio massimamente astratto, massimamente universale e la tua individualità che fine ha fatto? Questo gesto assolutamente ascetico dell’arte contemporanea che in Mondrian si compie lascia infiniti problemi e infinite domande.

Parliamo dei suoi gusti. Lei ascolta solo Nono, una delle sue passioni, o si lascia andare anche ad un po’ di musica leggera?

Non ascolto solo Nono né soltanto la musica ‘seria’ e penso che la musica leggera contemporanea sia serissima. Ho studiato tutta una serie di accorgimenti, di tecniche proprie della cosiddetta musica di consumo, ero un appassionato ascoltatore dei Rolling Stones e dei Beatles.

Lei in macchina canta i Beatles?

Io non canto perché sono stonato come una campana rotta ma ascolto i Beatles!

Roba più recente niente?

Non posso essere aggiornato su tutto. Mi capita ma adesso non mi chieda i nomi.

Al cinema ci va?

Sì, qualche volta ci vado al cinema.

Ci svela i suoi gusti in materia di cinema?

Secondo me il film più grande della storia del cinema è ‘La dolce vita’ di Fellini. Dopo una grande passione per il cinema italiano anni ’50- ’60 post-realista ora mi piacciono i grandi film d’autore americani come Kubrick. Poi i grandi film spettacolari americani.

Fino a Tarantino? Accetta il pulp?

Sì sì, fino a Tarantino.

Lo sa che quando ha compiuto sessanta anni le agenzie hanno scritto: ‘Massimo Cacciari compie sessanta anni ma non li festeggia’?

E ti credo, che vuoi festeggiare i sessanta anni?

La sua ‘singletudine’ è un caso o una scelta?

No, non è una scelta. In questi casi qui mi sembra del tutto idiota dire ‘scelgo di stare da solo, scelgo di stare con qualcuno’.

C’è chi lo fa.

Non sono cose che si scelgono: ti capita. Tutto ciò che conta nella tua vita non l’hai scelto: non hai scelto di nascere, non hai scelto i genitori. Hai scelto che cosa? Tre quarti delle tue scelte dipendono da incontri più o meno casuali. Se io a tredici anni incontravo altri amici rispetto a quelli che ho incontrato probabilmente sarei diventato un’altra persona.

Ormai si diventa padri a sessanta, settanta, ottanta anni. Qualche attore americano ce l’ha fatta.

Potrebbe capitare anche a lei?

Speriamo di no per il bambino!

Ma la fama che ha di irriducibile conquistatore le piace o un po’ la imbarazza?

Be’, a seconda di chi conquisto mi piace o meno.

Ma è meritata?

Del tutto immeritata.

La sua barba è un vezzo o una difesa?

Né un vezzo né una difesa. O meglio è una difesa nel senso che è estremamente comodo avere la barba: io me la sono fatta crescere così non mi scarnificavo ogni giorno per farmela. Io non sono mai andato dal barbiere. Mi taglio i capelli, mi faccio la barba da solo.

Sa cucinare, stirare?

Mi faccio aiutare per queste cose ma i capelli e la barba me li faccio completamente da solo ed egregiamente.

Professore mi permetta ma parliamo delle voci sulla sua presunta relazione con Veronica Lario. Berlusconi le accreditò quelle voci quando disse al premier danese in visita ufficiale ‘meglio lei di Cacciari per mia moglie. Povera donna!’ Lei era furente, ma perché era falso o perché si fece così eco internazionale ad una verità privata? Insomma, come giudicò quella uscita?

Di un cattivo gusto vomitevole. A me basterebbero battute di questo genere per screditare un premier. Un premier che va in giro a dire battute di questo genere… non ho il piacere neanche di conoscere da lontano la signore suddetta ma dimostrano l’assoluta insostenibilità di un personaggio di questo genere che ricopre una carica di tale rilievo.

Ci lasci con una massima per tutti gli animali razionali che speriamo di essere.

Né piangere, né ridere. Il comprendere.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.