Giacomo Marramao – L’etica della comunicazione

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Il Grillo (18/2/1999)

Giacomo Marramao

L’etica della comunicazione

…la sfida etica decisiva sta nella selezione, nel grado di priorità da dare alle diverse informazioni e, soprattutto, nella maggiore o minore legittimità nel divulgare determinate notizie…

Liceo classico Plauto di Roma (Spinaceto)

MARRAMAO: Buongiorno, mi chiamo Giacomo Marramao ed insegno Filosofia politica alla Terza Università di Roma. Oggi parleremo di Etica della comunicazione. La comunicazione è stata, sin dalle origini, uno dei temi cruciali della filosofia: la stessa idea di dialogo è un concetto filosofico. Per altro verso, noi viviamo nell’era della comunicazione globale, profondamente segnata dalle innovazioni tecnologiche. Quale tipo di etica è necessario, in questa fase, per fronteggiare le sfide della comunicazione, dell’informazione e delle relative tecnologie? Per cominciare a rispondere a queste e ad altre domande, vediamo il filmato preparato dalla regia.

Secondo una tradizione molto antica – che comincia con Aristotele – le scelte morali non sono come un regolo che si applica alla realtà dal di fuori, ma sono esse stesse plasmate dalla realtà. Il modo in cui vediamo le cose presuppone non solo un mondo e degli interlocutori, ma anche delle regole di comunicazione. La possibilità di ragionare e di dialogare implica che si dia ascolto e che si rispetti la posizione altrui. Ma è la stessa tradizione linguistica e culturale in cui siamo cresciuti, che presuppone virtù e valori. L’etica della comunicazione sostiene che possiamo esplicitare questo insieme di valori. Già Kant pensava che, quando riflettiamo moralmente, non possiamo non seguire le orme di una ragione trascendentale. Per i teorici del discorso questa ragione ha un aspetto più umile e comune, che si annida tra le pieghe del linguaggio ordinario, ma che costituisce comunque il presupposto del dialogo e della comprensione. Per il solo fatto che siamo esseri ragionevoli e comunicativi, non possiamo non riconoscere principi e vincoli morali. Eppure, talvolta la soluzione di un problema morale comporta un radicale riorientamento del pensiero perché introduce un nuovo modo di vedere, allo stesso modo delle risposte degli indovinelli, che a volte possono rivelarsi totalmente impreviste. Perché dovremmo supporre di sapere sin dall’inizio quali sono i confini della ragione morale, anziché andare a scoprire di volta in volta come si presentano i nuovi paesaggi morali? L’etica del discorso non rischia di proporre ancora una volta un mito delle capacità umane, una limitazione a priori dei loro esercizi?

STUDENTESSA: Come oggetti da portare in studio abbiamo scelto delle immagini gestaltiche: in queste macchie di colore, infatti, possiamo scovare delle cose diverse a seconda di come le vediamo. Penso che anche nel filmato vi siano due punti piuttosto ambigui che presentano una contraddizione tra parole e immagini: quando viene citato Aristotele, ad esempio, scorrono dei testi in lingua latina e, nel momento in cui si parla di comunicazione e della relativa responsabilità, appaiono soltanto delle immagini della RAI. Non Le pare che questi due elementi presentino una forte ambiguità?

MARRAMAO: Il problema da Lei posto è molto complesso, perché in realtà è formato da più questioni differenti. In primo luogo, come Lei ci ha fatto giustamente notare, la comunicazione non è fatta soltanto di parole, ma anche di immagini. Uno dei problemi cruciali dell’attuale indagine filosofica consiste proprio nel superamento dell’idea che la comunicazione sia unicamente di tipo verbale. Voi giovani sapete più di ogni altro che spesso le forme di comunicazione di tipo iconico sono molto più efficaci delle parole. In secondo luogo, la mescolanza fra parole ed immagini – nonché il modo in cui vengono messe assieme – può determinare un orientamento delle coscienze e della mentalità molto più efficace rispetto ad un discorso argomentato. La sperimentazione di tale duplice movimento – dell’associazione e della dissociazione tra immagine e parola – è un problema cruciale di questa fine secolo. Basti pensare al modo in cui, nell’epoca della società di massa, la comunicazione è stata usata durante alcune esperienze drammatiche come i regimi totalitari del Novecento, dove ogni messaggio era il frutto di un dosaggio molto accorto di parola e di immagine e dove tale operazione influenzava il cosiddetto “immaginario collettivo”. I problemi della comunicazione, quindi, sono enormemente più complessi di quanto non suggerisca l’ideale classico del dialogo, mirabilmente rappresentato in questo dipinto: “La scuola di Atene” di Raffaello. Ne “La scuola di Atene”, infatti, viene raffigurato tutto il consesso degli antichi filosofi greci immerso in una sorta di dialogo ideale: rispetto a tale scenario gli attuali problemi della comunicazione risultano di gran lunga più articolati.

STUDENTESSA: In che misura la libertà dell’informazione si scontra con l’etica? Mi riferisco soprattutto ai casi in cui vengono divulgate delle notizie che possono compromettere un segreto istruttorio, pregiudicare la figura di un indagato o innescare delle paure sociali.

MARRAMAO: La società moderna è passata attraverso una fase in cui la trasparenza dell’informazione veniva vista come una conquista. Ciò è avvenuto perché le società tradizionali erano prevalentemente fondate sul segreto, basti pensare alle battaglie contro i segreti di Stato e i poteri occulti portate avanti dagli Illuministi del Settecento e dai successivi movimenti democratici. Al giorno d’oggi, invece, è presente il problema opposto: viviamo in una società in cui l’effetto di confusione o di manipolazione non è determinato dalle cose che sappiamo, ma dalla mancanza di discernimento tra le varie informazioni che riceviamo. La vera questione sta nella selezione, nel grado di priorità da dare alle diverse informazioni e, soprattutto, nella maggiore o minore legittimità nel divulgare determinate notizie – una sfida etica decisiva. La Sua domanda riguarda sia la legislazione, sia la deontologia professionale: i professionisti dell’informazione – giornalisti e operatori dei mass media – devono infatti munirsi di una norma comportamentale molto più rigorosa rispetto al passato. Non di rado, però, vediamo accadere il contrario: con l’aumentare delle informazioni aumenta anche una certa “deresponsabilizzazione” da parte di alcuni professionisti nella divulgazione di certe notizie.

STUDENTESSA: Tenendo conto di tali argomenti, perché nel campo dell’informazione si dà più importanza all’audience e alle vendite piuttosto che ai principi etici?

MARRAMAO: Perché la nostra società è fondata essenzialmente sul mercato e, di conseguenza, sul consenso che si riesce a ottenere tramite la concorrenza. In essa i valori della competizione risultano preponderanti e l’efficacia di un messaggio o di un programma viene valutata in base alla loro capacità di essere recepiti. Questa è la parte più nota del problema. In realtà, approfondendo la questione, possiamo renderci conto che tale interpretazione è sostanzialmente falsa. Siamo proprio sicuri che inseguire la presunta “domanda” sia il modo migliore per produrre dei messaggi culturalmente validi? O non sarebbe meglio dire che l’esperienza delle società democratiche ci ha spesso dimostrato che l’offerta crea la domanda, e che l’immissione di messaggi culturalmente validi incide sulla formazione degli utenti provocando una retroazione positiva anche in coloro che inviano il messaggio? Sostenere che l’offerta crea la domanda potrebbe essere l’idea in grado di correggere una visione strettamente banale e mercantile della comunicazione.

STUDENTESSA: Non crede che il principio “l’offerta crea la domanda” possa essere applicato anche in ambito etico?

MARRAMAO: E’ esattamente ciò che stavo dicendo. Non credo sia possibile adottare come principio etico l’idea del “così fan tutti”: siccome la maggioranza della gente si comporta in un certo modo, bisogna adattarsi a tale realtà. Dato che tutte le persone preferiscono programmi e libri divertenti o di svago, non resta che trasmettere programmi di intrattenimento. Ritengo che inseguire la cosiddetta volontà dell’audience sia un modo sbagliato di presentare la funzione dei mezzi di comunicazione di massa e la relativa cultura.

STUDENTESSA: Il dogma del XX secolo, però, è quello secondo cui la spontaneità, la soggettività e la creatività risultano in perenne conflitto con l’autorità razionale. Lei crede che la comunicazione limiti l’individualità delle persone?

MARRAMAO: Penso che la comunicazione non limiti l’individualità delle persone, perché l’individuo non è concepibile se non come un soggetto che si costituisce all’interno di essa: ogni persona, infatti, è anche il “risultato” della comunicazione e, come tale, non ne può esserle indipendente. Tra poco vedremo un filmato relativo ad un’intervista rilasciata dal tedesco Karl Otto Apel, uno dei più importanti filosofi contemporanei che si sono occupati di comunicazione. La sua concezione si basa proprio sull’idea della “comunità della comunicazione” vista come dimensione costitutiva dei soggetti. Per Apel non esistiamo come individui al di fuori della comunicazione. Sentiamo le sue parole.

APEL: Se consideriamo il pensiero non come pensiero “solitario”, ma come un “argomentare” – questa, mi pare, è la concezione che se ne da nel nostro secolo -, allora ci possiamo rendere conto del fatto che chiunque pensa seriamente, fa già parte di un comunità dell’argomentazione. Se si argomenta seriamente, allora ci si deve di continuo rivolgere ad una comunità ideale della comunicazione che sia in grado di controllare la validità dei nostri argomenti e di fornire il consenso alle nostre pretese di validità. Sotto questo profilo dobbiamo sempre aver già riconosciuto un’etica, ossia l’esistenza di determinate norme fondamentali della parità e della corresponsabilità di tutti i membri di tale comunità dell’argomentazione. Il concetto di “comunità della comunicazione” mi ha fornito la via per uscire da un paradosso, dall’apparente impossibilità di fondare razionalmente l’etica nell’epoca della scienza.

MARRAMAO: Apel sostiene che la sfida etica nell’età della scienza e della tecnica consiste nella scommessa di una comunicazione libera dal dominio e, quindi, nella scommessa di una comunicazione che ci metta in grado di confrontarci in quanto soggetti razionali. Il problema che a tal punto si presenta sta nel confronto tra questo piano ideale – formato da individui liberi e razionali – e le forme reali di comunicazione che, al contrario, risultano non di rado strumentalizzate e che spesso divengono il bersaglio di strategie e manipolazioni. All’interno dell’universo comunicativo, infatti, sono presenti molteplici elementi strategici che offuscano la stessa capacità emancipante della comunicazione. Si tratta di una questione centrale: Apel afferma che anche quando operiamo in modo strategico l’uno nei confronti dell’altro stiamo comunicando, perché non potremmo neppure ingannarci senza comunicare. La scommessa sta proprio nel sostenere che la comunicazione è un qualcosa di più profondo e fondamentale dell’inganno. D’altra parte, sin dalle sue origini il pensiero occidentale si è confrontato con il problema della dissimulazione e della strategia inerenti alla comunicazione: pensiamo, ad esempio, al personaggio di Odisseo – ossia Ulisse – il quale utilizzò le sue finissime argomentazioni razionali a scopo d’inganno. La vera sfida sta nel discernere una comunicazione in grado di emanciparci e di liberarci, da una comunicazione fondata sull’abilità e sulla dissimulazione.

STUDENTE: Spesso la manipolazione dell’informazione porta a forme altamente “drammatiche” di comunicazione. Lei non crede che, a tal punto, l’unica soluzione etica rimasta all’uomo sia il silenzio?

MARRAMAO: Non di rado il silenzio può essere una legittima reazione nei confronti del grande rumore provocato da un dibattito falsato da eccessivi e fuorvianti luoghi comuni: in questi casi tacere diventa una strategia di difesa o addirittura una risposta più eloquente di ogni altra parola, poiché aggiungere parole alla falsità non fa altro che rinforzarla. Attualmente, però, ritengo sia più importante ottenere la possibilità di costituire nuovi centri gravitazionali della comunicazione. Non basta limitarsi a criticare in maniera subalterna i grandi mezzi di comunicazione di massa, bisogna anche saperli usare nel modo giusto, vale a dire come strumenti in grado di servire una sfera pubblica e democratica all’interno della quale risulti possibile stabilire un ambito comunicativo corretto. Durante questo dibattito stiamo tentando di comunicare in modo “tendenzialmente” disinteressato: cerchiamo di capire cosa sta accadendo nelle nostre vite e al mondo contemporaneo senza introdurre degli elementi di strumentalizzazione reciproca. In questo, però, dobbiamo sempre essere consapevoli del fatto che una comunicazione completamente trasparente e disinteressata non esiste e che, se esistesse, probabilmente sarebbe alquanto noiosa.

STUDENTE: La libertà dei soggetti all’interno della comunità di comunicazione appartiene all’essenza degli individui o, piuttosto, al messaggio stesso? Lei crede che sia il messaggio a produrre liberazione? Se veramente così fosse, allora esso sarebbe a sua volta manipolato, in quanto fornirebbe un’idea predeterminata di libertà.

MARRAMAO: In casi come questi non è possibile individuare un’origine ed è difficile stabilire se sia nato prima l’individuo o la società. Naturalmente, l’obiettivo fondamentale di ogni società democratica deve essere l’emancipazione degli individui in quanto tali. Tuttavia, l’individuo non può liberarsi indipendentemente dalla liberazione della comunicazione e della cultura proprie di questa società: si tratta di un processo circolare. Quello a cui Lei alludeva parlando del messaggio, è un elemento a cui il canadese Marshall Mc Luhan – un profeta e un grande esperto della società globale dell’informazione morto nel 1980 – attribuiva moltissima importanza. Egli sosteneva che “il medium è il messaggio”, intendendo dire che il messaggio rimanda al mezzo di comunicazione. Ogni volta che, nel mondo contemporaneo, viene approntato un mass media – che sia radio, televisione o computer – quest’ultimo procede autonomamente ed invia dei messaggi come se esso stesso ne fosse il mittente. Al giorno d’oggi il grande problema consiste nel saper stabilire una relazione tra il medium, il messaggio e il destinatario del messaggio. Si tratta di un punto particolarmente delicato, perché l’autonomia del mezzo di comunicazione è una questione centrale della nostra età della tecnica. McLuhan vedeva in tutto questo un fatto positivo, poiché i mezzi di comunicazione forniscono la possibilità di creare il villaggio globale e permettono all’umanità di comunicare come mai è accaduto in passato. In tal modo si potrebbe ricostituire la cultura dell’oralità e del dialogo presente nei tempi antichi e superare l’isolamento della prima età moderna, simboleggiata dall’individuo che legge un libro in completo isolamento. Attualmente, però, l’ottimismo di Mc Luhan non appare più così fondato: al contrario, risulta sempre più evidente come l’autonomia del mezzo di comunicazione possa creare dei serissimi problemi.

STUDENTE: Penso che, se così stanno le cose, gli uomini si debbano “riappropriare” del mezzo di comunicazione, in modo da ottenere la libertà sia del destinatario, sia dell’utente.

MARRAMAO: Dal punto di vista etico e politico Lei ha perfettamente ragione. Dalla modernità abbiamo imparato che la tecnica rappresenta un fenomeno non completamente analizzato nella sua essenza. Tutta la filosofia del Novecento si è interrogata in modo approfondito sulla questione della tecnica e lo stesso Heidegger – uno dei più significativi filosofi del nostro secolo – si domandò quale fosse la sua essenza. Ritengo che a tale interrogativo non sia ancora stata data una risposta convincente. Per quale motivo la tecnica ha la capacità di rendersi autonoma dai suoi creatori? Perché può divenire indipendente dalla nostra volontà? Com’è possibile che si determini questa sproporzione tra la volontà umana e il mondo dei prodotti da essa creati? La divaricazione tra tecnica e cultura è un tema centrale della nostra epoca.

STUDENTESSA: Se la comunicazione è libera, perché i cittadini sono costretti a pagare il canone RAI?

MARRAMAO: Si tratta di un problema molto più concreto che dovrebbe essere affrontato in altra sede. Ciononostante, pur essendo ospiti della RAI, potremmo cominciare a darne delle motivazioni. Una prima risposta può essere la seguente: all’epoca in cui venne stabilito il canone la RAI era l’unica televisione esistente; successivamente è stata affiancata da altre emittenti ed ha quindi dovuto far fronte alla concorrenza dei canali che si avvalevano della pubblicità. Probabilmente – rispetto alle aziende private – il canone non è sufficiente a mantenere il gran numero di programmi della RAI e, di conseguenza, si pone l’esigenza di introdurre dei fattori come la pubblicità anche all’interno della televisione di Stato. Ritengo che attualmente la RAI si trovi dinanzi a problemi molto diversi rispetto a quelli che le si presentavano quando era l’unica televisione esistente; il sistema misto di canone e pubblicità è l’unico modo per alimentare la sua varietà di programmi e la sola alternativa sarebbe quella di spezzettare i film attraverso numerose interruzioni pubblicitarie. Personalmente non amo vedere i film frantumati da quegli spot che, per quanto sia presente una regolamentazione, sono così frequenti nelle televisioni private, come ognuno di noi può constatare. Naturalmente, un’informazione libera è data dalla pluralità degli enti che concorrono alla comunicazione televisiva: lei ha l’opportunità di decidere quali canali guardare e che tipo di televisione scegliere.

STUDENTESSA: Ritengo comunque che la mia libertà non sia completa, soprattutto se penso che se non volessi assistere ai programmi RAI, sarei lo stesso costretta a pagarne il canone.

MARRAMAO: La legge La costringe a pagare il canone nel momento in cui usufruisce delle trasmissioni RAI. Teoricamente, Lei potrebbe scegliere di non guardarle, dimostrare che non fa uso della tv di Stato staccando il collegamento e, di conseguenza, non pagare nulla. Ripeto, però, che tale stato di cose dipende da una situazione precedente e, per questo, costituisce un problema specifico e delicato da affrontare in altra sede.

STUDENTESSA: In precedenza Lei ha definito come circolare il processo di emancipazione dell’uomo nei confronti dei mezzi di comunicazione. Come può essere circolare un processo di emancipazione? E com’è possibile che conduca al punto di partenza?

MARRAMAO: Non è circolare dal punto di vista temporale – non si riferisce ad un tempo ciclico -, ma dal punto di vista del rapporto individuo-comunità: non si libera l’individuo se non si libera la comunità e viceversa. Oggigiorno sappiamo che, al fine di emancipare le coscienze, non è sufficiente svincolare la società da una serie di condizionamenti di tipo economico e sociale. L’idea che una rivoluzione del genere possa automaticamente produrre un affrancamento delle coscienze è sostanzialmente sbagliata. Al contrario, oggi siamo coscienti del fatto che una società non può essere liberata se non avviene una rivoluzione all’interno di noi stessi. La rivoluzione delle coscienze – ciò che nell’Ottocento appariva a Marx come un obiettivo idealistico e velleitario – ci sembra essere un momento essenziale in qualsiasi processo di cambiamento. Nessuna trasformazione è realmente possibile se non mutano il nostro modo di rapportarci alla vita e l’ordine delle priorità presente nella nostra mente. La questione cruciale della comunicazione contemporanea è data dalla constatazione del fatto che spesso riteniamo sia ovvio che la nostra vita consista essenzialmente di insensate accelerazioni, di gerarchie di valori e di priorità: tutti elementi che non servono a maturare, a crescere e a capire meglio noi stessi e il mondo. Non di rado viviamo non come dei soggetti, ma come delle appendici di strutture impersonali.

STUDENTESSA: In tal modo Lei vuol farci intendere che l’uomo sta perdendo la propria razionalità e la propria capacità di discernimento, che non riesce più ad operare una distinzione tra informazione, messaggio e maggiore o minore validità dei mezzi di informazione?

MARRAMAO: Noi siamo condizionati dai vincoli tecnologici di una comunicazione standardizzata e “routinizzata”: non si tratta di un tradimento verso il progetto moderno, ma della realizzazione di alcuni suoi aspetti. Il progetto moderno è stato spesso messo in relazione con dei feticci impersonali e, per tale motivo, dobbiamo rivederne alcuni aspetti. Il prevalere di obiettivi progettuali nei confronti dell’esistenza, del cambiamento e del senso della vita, ha alterato profondamente le nostre realtà. È proprio su tale punto fondamentale che dobbiamo cercare di reimpostare un discorso sulla comunicazione. Quest’ultima dovrebbe innanzitutto riguardare le esperienze e non più i luoghi comuni, i quali sono fatti per essere criticati. Sin dalle sue origini la filosofia ci ha insegnato a partire dai luoghi comuni: Socrate, ad esempio, era un sapiente che non disprezzava il linguaggio quotidiano. Egli non si era ritirato in campagna a fare l’eremita, al contrario, viveva nella città ed interrogava le persone usando il linguaggio della città, partendo dai luoghi comuni della comunicazione per sottoporli ad una dura critica. Sotto un certo punto di vista potremmo affermare che – fin dalle origini – la filosofia si è costituita attraverso un atteggiamento di “distante prossimità” nei confronti dei luoghi comuni e delle credenze cittadine. Tale “distante prossimità” ha sviluppato un senso della critica come dimensione fondamentale della razionalità e del dialogo. In questo modo il dialogo non può più essere visto come un ideale di armonia, ma – usando un termine di moda nel dibattito contemporaneo – come una decostruzione dei luoghi comuni. Uno dei luoghi comuni maggiormente frequenti della nostra epoca, ad esempio, è quello che ci vorrebbe sempre più veloci ed efficienti ai fini della produttività. Una delle vie per criticare questo cliché consiste nel chiedersi: per quale ragione dobbiamo essere così produttivi? Che tipo di rapporto intercorre tra il principio di produttività e le nostre esistenze? Tale interrogativo dovrebbe stare al centro tanto della riflessione filosofica, quanto della nostra riflessione morale, nonché dell’etica della comunicazione tipica dell’età globale e tecnica in cui viviamo.

STUDENTE: Se, come ha precedentemente affermato, non esiste una comunicazione disinteressata, allora dovremmo dedurre che può essere lecito viziarla?

MARRAMAO: No. Il fatto che non esista una comunicazione totalmente disinteressata significa soltanto che dobbiamo perseguire un ideale di comunicazione tentando di liberare il più possibile il nostro linguaggio da elementi strumentali e di dominio: inseguendo questo scopo, però, bisogna sempre essere consci del fatto che esso non potrà mai essere raggiunto fino in fondo e che vi sussisteranno degli elementi di condizionamento, a volte inconsapevoli. A questo punto sorge un problema ancora più delicato, costituito dal rapporto tra la comunicazione razionale come noi occidentali la intendiamo a partire dall’ideale filosofico, e il modo in cui tale argomentazione viene recepita dalle altre culture. L’Occidente, infatti, è entrato in contatto con le altre culture prevalentemente tramite la sua potenza militare ed economica, ma ha dominato e colonizzato differenti popoli anche attraverso il proprio potere di persuasione e la propria capacità di inviare dei messaggi culturali. L’argomentazione razionale, quindi, può anche divenire un mezzo di sopraffazione: ciò avviene persino all’interno della nostra società nei confronti di quegli individui che sono meno abili nel parlare. Anche per quanto riguarda le altre culture, l’argomentazione razionale può costituire un mezzo efficace per piegare e ridurre al consenso quelle società che hanno meno capacità dialettiche di noi. In proposito emerge una questione fondamentale, che costituisce uno dei temi ricorrenti dell’etica contemporanea, per lo meno nella concezione di Apel, Habermas, Ricoeur e Derrida: è possibile travalicare l’orizzonte etnocentrico della comunicazione occidentale e della stessa idea di comunicazione razionale? Si tratta di un’apertura dell’etica della comunicazione nei confronti di una dimensione interculturale, di un orizzonte che nei prossimi anni si amplierà sempre più. Chiedersi come la filosofia – una forma di sapere nata nella polis greca e sviluppata da tutta la civiltà occidentale – possa proporsi a culture diverse è un tema quanto mai attuale.

STUDENTE: Da ciò che ha appena detto sembrerebbe che le persone più loquaci e più intelligenti debbano arrivare a strumentalizzare qualsiasi tipo di comunicazione.

MARRAMAO: Non intendevo affermare esattamente questo, penso comunque che si tratti di un rischio sempre presente: può essere superato soltanto considerando il processo di comunicazione come un processo di graduale emancipazione dagli elementi strumentali. Si tratta, però, di una graduale linea di tendenza.

STUDENTE: Comunque a me sembra che si stia agendo in quest’ottica.

MARRAMAO: Durante il Novecento abbiamo sperimentato entrambe le situazioni: mai come nel nostro secolo la società è stata così fortemente improntata alla comunicazione, siamo persino arrivati a comprendere i messaggi che ci provenivano da civiltà diverse in maniera molto più rapida di quanto non avvenisse in passato. D’altra parte – di questo dobbiamo essere consapevoli – quanto più comunicanti diventano le società, tanto più aumentano i rischi di alterazioni strategiche della stessa comunicazione. Esiste un unico modo per superare il problema: bisogna agire in base all’ideale del rispetto reciproco introducendovi un elemento che l’universalismo occidentale ha finora scarsamente considerato, vale a dire l’alterità culturale. La nostra comunicazione deve essere improntata all’universalismo della differenza e non un universalismo dell’omologazione: il primo deve essere in grado di accogliere anche l’ospite più inatteso. A me pare che in ciò consista la nuova frontiera dell’etica della comunicazione nell’età della scienza e della tecnica. Spero che potremo proseguire il dialogo in questa direzione.

STUDENTE: Su Internet ho trovato un articolo di Franco Verrazzolo che affronta i problemi principali relativi all’etica della comunicazione. Le vorrei porre una domanda: quand’è che l’informazione, da mezzo di promozione umana quale è, si trasforma in un sistema di oppressione?

MARRAMAO: Il problema fondamentale è quello che abbiamo considerato prima: in Occidente “comunicazione” e “strategia” non rappresentano necessariamente due campi separati. In una delle tragedie meno note di Sofocle – il Filottete – Odisseo riesce a piegare alla sua volontà il povero e credulo Filottete. Egli non utilizza nessun mezzo di coercizione o palesemente repressivo, ma fa uso di ciò che Sofocle chiama la mekané, ossia il marchingegno della persuasione, la strumentazione tecnica persuasiva. In questa tragedia la mekané viene rappresentata come la forma più sottile di bia, vale a dire di violenza: a volte la persuasione può essere più violenta della palese forza fisica. Quando si parla dell’etica comunicativa e della azione strategica come se fossero due campi separati si commette un errore: strategia e comunicazione sono da sempre intrecciate fra loro e continueranno ad esserlo. Nell’affermare che l’obiettivo dell’etica della comunicazione è quello di liberare la comunicazione stessa dai condizionamenti strumentali, noi indichiamo esclusivamente una linea di tendenza. Non si potrà mai arrivare ad una comunicazione “angelica”, anche perché gli angeli non hanno bisogno di parlare tra di loro. Proprio per il fatto che non siamo angeli, abbiamo bisogno di comunicare attraverso le parole o le immagini – ovvero i mezzi e le tecniche di comunicazione – e in tal modo siamo sempre esposti al rischio di condizionarci e di sopraffarci. In ogni parola e in ogni immagine è simbolicamente incapsulato un elemento di potere: la consapevolezza di questo fatto è il fattore in grado di liberarci, per lo meno tendenzialmente. Maggiore diventa la nostra consapevolezza, maggiore sarà la crescita culturale e conoscitiva.

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