Giacomo Marramao – La politica e la forza

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Il Grillo (24/1/2000)

Giacomo Marramao

La politica e la forza

Il fattore principale di delegittimazione del potere, nelle società moderne o post – moderne, è dato dalla sua inadeguatezza al cambiamento sociale. È necessario che il linguaggio politico si conformi alle trasformazioni del linguaggio rispetto alle esperienze di cambiamento di una società come la nostra…

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico “Seneca” di Roma 

GIACOMO MARRAMAO: Mi chiamo Giacomo Marramao e insegno Filosofia politica all’Università di Roma Tre. La politica e la forza è il tema che tratteremo oggi. Molti hanno parlato della politica come di una unione indissolubile di forza e di consenso. D’altra parte la forza, che è alla base della unità della società, e quindi del potere, ha anche un lato oscuro. Sarebbe bene concentrarci e confrontarci su un possibile “tema interno” che io chiamerei “Il lato oscuro della forza”. Vediamo il filmato approntato dalla regia.

COMMENTATORE: Il potere è sempre connesso alla forza. La connessione di forza e potere non significa affatto che il potere sia esclusivamente un risultato di una tirannide che si è imposta e che si mantiene con la forza. Al contrario, la più grande rappresentazione della forza, il terribile Stato – Leviatano di cui parla il filosofo inglese Hobbes, è il risultato di una scelta di autodifesa collettiva. Nello stato di natura in cui ogni uomo è un lupo per gli altri uomini, la vita di ciascuno è un costante pericolo. Secondo Hobbes sono gli stessi individui che, per garantirsi la vita, decidono di alienare la loro libertà naturale lasciando allo Stato il monopolio della forza. Nello stato di natura la forza è individuale, forza naturale e senza legge, mentre allo Stato è delegato l’uso della forza, ma secondo una legge. Lo stato moderno costituzionalizza la forza e distingue la forza legittima dalla illegittima. Sicché uno Stato che non esercitasse la sua forza legittima lascerebbe ad altri l’uso della loro forza illegittima. Machiavelli avvertiva che due sono i modi di combattere. L’uno con le leggi, l’altro con la forza, il primo è dell’uomo, il secondo è della bestia. E aggiungeva: perché il primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. A un principe – diceva Machiavelli – è bene saper usare la bestia e l’uomo. La forza è così il rimedio contro la debolezza, sia essa la debolezza delle leggi e quella dello Stato o anche della tirannide. La precarietà del potere, la minaccia di forze esterne, portano all’uso della forza. Ma il potere che fosse in grado di mantenersi soltanto con la forza sarebbe del tutto precario, intrinsecamente debole. Ma allora, lo Stato, la cui forza è legittima, perché fondata sul consenso, meno degli altri potrà ricorrere alla forza, mentre dove non c’è consenso dovrà usarsi di più la forza. Ma dove non c’è più consenso, dove nessuno crede più nell’autorità quale che sia, questa autorità avrà ancora la forza?

STUDENTESSA: Dal filmato appare una tipologia di forza estremamente negativa, quando sappiamo che a volte la forza è utile al sorgere di una legge, quindi all’edificazione di qualcosa di giusto. Vorrei un Suo parere al riguardo.

MARRAMAO: La forza ha una natura ambivalente. Senza forza non si reggono i rapporti dell’umana società. D’altra parte, la forza che tiene insieme la società può essere distruttiva, se esercitata senza canali di regolamentazione e legittimazione. Il diritto è, nel mondo moderno, il principale canale di legittimazione e regolamentazione della forza. Attualmente la forza vale solo in quanto ricondotta ai suoi alvei naturali. Naturalmente il diritto deve essere sostenuto da una forza. Il diritto deve essere sostenuto dalla forza dei cittadini che danno il consenso alle leggi, e che le difendono da minacce che potrebbero provenire da un potere statale privo di controlli.

STUDENTESSA: Secondo Lei, la forza è controllabile?

MARRAMAO: La forza deve essere controllata. Naturalmente deve essere controllata da un’altra forza. La democrazia moderna nasce su un sistema di contropoteri, ovvero di equilibrio tra forze. La detenzione dell’intera forza da parte di uno solo dei poteri, a danno degli altri, provoca una minaccia per i cittadini. Molto importanti sono state al riguardo le riflessioni dello storico politico francese Montesquieu. Egli avvisava sulla necessità di determinare un sistema che producesse il massimo di libertà: questo è un sistema di equilibrio tra forze, di equilibrio tra potenze. Resta da stabilire la natura del potere. Il potere buono è soltanto il potere limitato. Occorre diffidare di un potere che pretende di essere salvifico, e che, per questo, vorrebbe essere privo di limiti.

STUDENTESSA: È possibile separare la forza dalla potenza, oppure il semplice fatto che un individuo eserciti forza su un altro implica la violenza?

MARRAMAO: La violenza non è identica alla forza. È vero che il potere, per svolgersi, può disporre di una violenza. Nelle società complesse l’efficacia del potere è legata alla possibilità di non ricorrere alla violenza. Il potere tanto più è efficace quanto meno ricorre alla violenza. La violenza deve essere considerata come una risorsa in ultima istanza. Il sociologo Max Weber sosteneva che non si dà potere senza monopolio. Voleva dire che, senza la concentrazione della violenza fisica legittima, senza la possibilità di disporre di una forza coattiva in grado di fare rispettare i comandi, non si darebbe nessun ordine. Violenza non equivale a potere, pur tuttavia non si dà potere senza la possibilità di un ricorso alla violenza. Questa possibilità è tanto più efficace quanto più il ricorso diventa remoto.

STUDENTESSA: Thomas Hobbes, nel Leviathan, parlò di un governo in cui è lo Stato a giocare un ruolo fondamentale. In questa visione del rapporto tra cittadino e potere in che modo può un popolo esercitare la propria forza e il proprio potere, visto e considerato che tutto è nelle mani dello Stato?

MARRAMAO: Hobbes è il primo autore della modernità che definisca il potere come risultato di un contratto. Il Leviatano rappresenta il potere più grande, immenso e assoluto, che si conosca su questa Terra, al punto che Hobbes lo definisce “Dio mortale”. Il Leviatano è il Dio in Terra, mortale ma sempre Dio. La grandezza del potere del Leviatano è strettamente collegata al conferimento da parte dei singoli di tutta la loro forza a un sovrano. Il “sovrano”, di cui rimando all’opera Leviathan di Hobbes, può essere un monarca o un re, ma può anche essere rappresentato da un’assemblea o da un parlamento. È importante rilevare, in questa filosofia della politica, che il soggetto cui i cittadini delegano il potere è un soggetto indiscutibile, un soggetto che non viene più rimesso in questione. Il potere non può essere più diviso. Deve essere concentrato in un punto. Si tratta di un potere assoluto. Tuttavia l’assolutezza di questo potere proviene dalla libera decisione degli individui di delegare a un sovrano – monarca, o a un sovrano – parlamento, tutte le proprie prerogative a eccezione di quella dell’autodifesa, qualora il potere minacci la vita e la incolumità degli stessi. Hobbes è insieme il fondatore dell’assolutismo moderno e il primo filosofo politico della modernità, che individua la fonte del potere nella forza espressa da tutti i singoli. L’ambivalenza di fondo di questa impostazione è innegabile e si trascinerà fino a tutto il nostro secolo.

STUDENTESSA: Abbiamo portato come oggetto, in studio, un guantone da boxe, anche se avevamo pensato più congeniale allo scopo un pugno di gesso, in quanto in quest’ultimo sono meglio sintetizzate la forza nel pugno e la caducità della forza nel gesso. Lei crede che il cittadino sia più portato a rispettare il pugno sapendo che è di gesso?

MARRAMAO: Se l’uomo, al fine di farsi rispettare, intende usare soltanto il pugno, e dunque la forza fisica, è evidente che questa alla fine dimostrerà la sua caducità. Fu lo stesso Hobbes a ritenere che gli uomini, dal punto di vista della forza fisica, sono assolutamente eguali. E ancora. Non c’è alcun individuo forte al punto da non essere rovesciato dall’astuzia e dall’abilità. Altresì esiste chi é meno forte fisicamente, ma più abile. Hobbes allargava questo discorso anche alle donne. La donna, secondo Hobbes, poteva usare delle strategie atte a rovesciare la forza del maschio. L’individuo, di conseguenza, non può far leva unicamente sulla propria forza individuale per prevalere e detenere il potere. La forza, secondo Hobbes, è un fattore precario dell’ordine. La vera forza nasce dall’accordo, dal contratto, e, di conseguenza, non deve coincidere con la fisicità. Lei ha ricordato prima uno degli oggetti. Noi, qui in studio, abbiamo un altro oggetto. È il frontespizio dell’opera di Hobbes, il Leviathan, (Leviatano) del 1651, rappresentante, in fregi, com’era di moda all’epoca, un corpo fatto di tanti piccoli uomini. Il Leviatano, in realtà, non è mai una persona nel senso fisico. Può esserlo solo se rappresentativa di una collettività di individui. Il Leviatano è in qualche modo una entità collettiva. Gli uomini messi insieme formano una potenza nuova, che non è il risultato della somma aritmetica delle forze individuali che la compongono, ma una riqualificazione dell’intero corpo come homo artificialis, “uomo artificiale”, ovvero il grande artificio dello “Stato civile”, marchingegno tecnico con cui l’uomo esce dallo “Stato di natura”, situazione di isolamento assoluto degli individui che, essendo una condizione di eguaglianza e di diritto illimitato di ognuno su tutte le cose, avrebbe come conseguenza la guerra di tutti contro tutti. L’altro oggetto, proposto dalla regia quest’oggi, è rappresentato dalla “Balena Bianca” di Herman Melville, il celebre leviatano, (nel senso zoologico) del romanzo Moy Dick. La caccia al mostro del mare è l’inseguimento di un enigma, di un qualcosa di misterioso e inafferrabile, al contempo origine della potenza e del male. Di qui il lato oscuro della forza. V’è in esso l’ambiguità del bene e del male tra cui l’uomo oscilla senza possibilità di scelte definitive. Alla base del potere c’è sempre un enigma. Un moralista francese della prima età moderna, La Rochefoucauld, diceva: “Né il sole né la morte possono essere guardati in volto”. Sappiamo che Luigi XIV, che si mise l’appellativo di Re Sole, amava rileggere molto questa massima. La massima, sensibile alla dura lezione del giansenismo, interpreta la doppia dimensione del potere: che, per un verso, illumina, dando all’uomo le opportune connessioni di senso, e, per l’altro, possiede delle zona d’ombra, nascondendosi. Il potere, dunque, fa vivere l’uomo in relazioni trasparenti, ma può essere anche invisibile, oscuro. Il filosofo del diritto e della politica Norberto Bobbio stima il potere “tanto più potere quanto più si nasconde”. Pertanto il potere più inquietante è quello invisibile. Per tutte queste ragioni la democrazia si batte per rendere trasparente il potere, senza però illudersi di realizzare un regime totalmente trasparente. L’ideale della trasparenza assoluta può essere ancora più pericoloso della doppia natura del potere, luminosa e oscura. Ogni democrazia deve comunque imbattersi in questo processo mirante alla trasparenza: non può esservi democrazia senza un siffatto processo democratico.

STUDENTESSA: Hobbes auspica il passaggio dell’uomo dallo “stato di natura” allo “stato civile” che definisce la condizione naturale dell’uomo stesso avente alla base un “patto”. La nuova entità di Stato ha alla base il “consenso” di tutti i singoli. Come deve questa nuova entità esercitare la propria forza su una popolazione che lo ha scelto? Si potrebbe, per quella caratteristica di “zona d’ombra” che contraddistingue il potere, creare un meccanismo in ragione del quale colui che detiene il potere voglia sopraffare chi governa?

MARRAMAO: Lei tocca la questione della legittimazione del potere. Ogni potere si legittima sulla base del consenso, ovvero sulla base di quello che Lei ha chiamato “il patto dei cittadini”. Tuttavia l’esercizio del potere può determinare delle devianze rispetto al quadro della legittimità democratica. Ogni democrazia si deve porre il problema del controllo quotidiano e costante del potere. I poteri che conosciamo, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, possono prevaricare l’uno sull’altro. Lo stesso può accadere con gli apparati burocratici dello Stato, o con l’Esercito. Possono, ognuno di questi sistemi, nell’esercizio delle loro funzioni, e quindi del loro potere, debordare dai propri limiti costituzionali. Non esiste un atto unico di legittimazione, un “contratto”. Poteva pensarlo Hobbes che, d’altra parte, individuava nell’atto unico un’alienazione al sovrano di tutti i poteri e di tutti i diritti dello stato di natura, tranne il diritto alla vita. La ragione dell’obbedienza dei singoli stava nella forma del comando in quanto espressione della volontà del sovrano. A partire da John Locke, e fino ai giorni nostri, si è posta maggiore attenzione al controllo del potere, per confinarlo entro i limiti della legittimità democratica.

STUDENTESSA: In che rapporto stanno oggi consenso e forza del potere?

MARRAMAO: Il nostro secolo ha vissuto la tragedia dei totalitarismi, di segno ideologico opposto ma entrambi atroci: i totalitarismi nazista e fascista e, per l’altro verso, il totalitarismo stalinista. Il fenomeno del totalitarismo del Novecento deve essere ancora storicamente spiegato. Probabilmente la spiegazione più efficace sta in un libro di un grande scrittore di origine ebraica, e Premio Nobel per la letteratura, Elias Canetti. Sto parlando della monumentale ricerca che lo scrittore ha dedicato alla sua opera Massa e potere (Masse und Macht), di cui nel 1960 esce il primo e tuttora unico volume. Il potere del Novecento, meccanismo paranoico che si nutre incessantemente di morti, ha un suo alter ego, la massa. Il potere opera, di conseguenza, una concentrazione delle masse, un loro controllo e una loro irregimentazione. Il potere, in altri termini, nasce dalla misteriosa potenza della massa, intesa come qualcosa di simbolicamente diverso dalla somma della forza dei singoli. In più l’erudizione mitologica ed etnografica dello scrittore lo portano, nell’opera, ad auscultare ogni uomo come una voce reale, concreta e irripetibile. Siamo alla presenza di un potere che sorge dal fenomeno della massificazione. Questa personalissima visione può essere riproiettata all’indietro, per comprendere, nel nesso di massificazione e potere, l’origine di tutti i fenomeni di potere che si sono verificati nelle società umane. Qual’é dunque l’energia che si sprigiona dalla massa e che determina il potere? Max Weber la indicava nel carisma. Il potere carismatico è quella forza misteriosa, che non è fisica, ma appartiene alla parola, al demagogo, al profeta, alle pause del silenzio liturgico e rituale. Il potere dei totalitarismi del Novecento, che hanno prodotto l’orrore che sappiamo, ha avuto molto più questa dimensione misteriosa e sacrale, che non quella spiegabile attraverso schemi di tipo razionalistico, ovvero schemi che pongono alla base di ogni agire interessi economici, sociali, o di classe. La tragedia dei campi di sterminio nazisti e della shoah é tuttora difficilmente spiegabile se letta attraverso impostazioni di tipo razionalistico. La Balena Moby Dick è proprio l’enigma del potere.

STUDENTESSA: Perché un individuo è indotto ad appoggiare taluni regimi, che pure annullano la sua personalità riducendolo a un numero?

MARRAMAO: Perché vi è un potere segreto, radicato nell’essere umano, e giustificato dal sentirsi ognuno di noi parte di una comunità o di un destino. Vi è qualcosa in ciò di irrazionale. Il potere ha anche una dimensione simbolica. Posto che ogni democrazia deve farsi carico della formazione e dell’educazione degli individui, della loro libertà individuale, della loro energia individuale, e della loro autostima, quando il singolo si sente fragile cerca la propria forza in una entità collettiva, in un “noi”, che potrebbe essere il “noi comunità”, il “noi razza”, il “noi classe”. Nel caso della rivoluzione culturale cinese promossa da Mao Tse – Tung, i reparti delle Guardie Rosse assursero ad interpreti di un processo storico universale, prettamente di emancipazione e liberazione, creando come soggetto collettivo l’uomo nuovo. Ma l’uomo nuovo non può essere fabbricato da un partito, né da uno Stato, né, tantomeno, da un potere collettivo. L’uomo nuovo deve essere in qualche modo realizzato da ognuno di noi. La vera rivoluzione culturale deve poter essere interiore. Il potere deve essere un servizio. Il potere pubblico e il potere politico devono essere intesi come un servizio. Per queste ragioni ogni uomo politico deve abdicare ai propri poteri lasciandoli ad altri secondo la logica del turn over, ovvero secondo una logica della rotazione. Il potere non va inteso come un appannaggio, né come un vitalizio. L’idea democratica del potere come servizio presuppone la forza degli individui. Solo il cittadino responsabile sa che il potere dipende dalle sue scelte e che ha in sé abbastanza forza per destituire quel potere che non è in grado di gestire la cosa pubblica in modo serio, in modo efficace e in modo giusto.

STUDENTESSA: Che rapporti vi sono tra potere politico e società? Quest’ultimo vuole cambiare la società, oppure semplicemente adattarla alla realtà delle cose e degli individui?

MARRAMAO: Poiché in nessuna società i meccanismi spontanei dell’economia e della cooperazione sociale sono sufficienti a risolvere il problema della diseguaglianza, il potere politico diventa necessario. Il potere politico serve a realizzare un ideale di giustizia e a collocare le risorse in modo più equo. La distribuzione delle risorse che si realizza spontaneamente nelle società umane è sempre discriminatoria, non avviene mai secondo giustizia. Spesso il potere politico si avvita in una sorta di autoreferenzialità, si riferisce soltanto a sé stesso, e, di conseguenza, si pone lungo il piano inclinato molto prossimo all’irrazionale e alla follia. Si veda in proposito il filmato che la regia ha tratto dal Riccardo III di William Shakespeare.

RE RICCARDO: Catesby!

CATESBY: Mio signore?

RE RICCARDO: Spargi la voce che Anna, mia moglie, è gravemente ammalata: darò ordine di imprigionarla. Cercami un gentiluomo di umile nascita a cui farò sposare la figlia di Clarence. Il figlio è stupido e non lo temo. Su, perché t’incanti? Ti ripeto di mettere in giro la notizia che Anna, mia moglie, è ammalata e sta per morire. Mi preme molto stroncare in germe ogni speranza che possa poi danneggiarmi. 

RE RICCARDO: Devo sposare la figlia di mio fratello, altrimenti il mio regno poggia su un fragile cristallo. Uccidere i suoi fratelli e sposarla! Incerta via per riuscire! Ma sono ormai così immerso nel sangue che delitto genera altro delitto! La pietà, con le sue lacrime, non abita questi occhi. 

MARRAMAO: Si è ascoltata, dalla bocca di Riccardo III, la logica del potere. Questa è una logica di azioni, anche terribili, funzionali al mantenimento del regno. Ogni azione deve essere instrumentum regni. Si potrebbe ravvisare in essa l’idea machiavellica della forza misurata al potere. Invero Machiavelli applicava la sua spregiudicatissima concezione dell’agire politico, e quindi del potere che vi si connetteva, alla costituzione di uno Stato nuovo e solido. Questo Stato doveva essere una specie di “opera d’arte”, e possedere qualcosa di straordinario. Di qui qualificava l’obiettivo che soprintendeva all’azione politica e giustificava anche il potere più spregiudicato. Machiavelli non è il cinico teorizzatore ideologico di un potere ottenuto con la violenza e con la frode e non è, tantomeno, il teorizzatore del cinismo in politica, come alcuni interpreti, soprattutto anglosassoni, hanno cercato di farci credere. Machiavelli ammette persino azioni non intralciate da scrupoli morali, ma sempre al fine della costruzione di uno stato nuovo, la cui qualifica di “straordinario” lo pone al di là di ogni cosa che si dà in natura. Esattamente come in Hobbes, anche se l’ideale machiavelliano è rinascimentale. È bene non dimenticare che Machiavelli e Shakespeare sono due autori del Cinquecento. Il mondo, così come dipinto dalle loro idee, è ancora carico di passioni e di potenze. La loro è un’idea del mondo in cui la politica e il potere sono delle vere e proprie arti, come la pittura e la scultura. Il principe è lo scultore dello Stato, ovvero è colui che scolpisce il principato.

 STUDENTESSA: Quanto a Machiavelli, secondo Lei è giusto, e comunque è ancora possibile, vedere i “valori etici” completamente disgiunti, oppure intimamente legati in un equilibrio onde evitare ogni uso scelleratissimo del potere?

 MARRAMAO: Non si può mai tracciare una netta separazione tra etica e politica, nel senso che anche il peggiore dei criminali ha una sua etica, una sua idea del mondo, una sua idea della dignità. Machiavelli intendeva dimostrare un’altra cosa: che non è affatto vero che le persone ineccepibili o moralmente in buona fede siano poi quelle in grado di produrre effetti politici efficaci. Il radicalismo politico di Thomas Hobbes lo spinge a dire, nella prima parte del Leviathan, che se l’uomo si dovesse affidare, per la costruzione di un potere giusto, pacifico e durevole, ai filosofi morali, si sbaglierebbe di grosso. E ancora. Fino ad oggi i filosofi morali non hanno fatto che produrre guerre e conflitti, perché la morale ha questo di caratteristico, che in generale pone delle divisioni nette rispetto ad altre morali. Non esiste mai la possibilità di un accordo unitario su che cosa sia il bene. È molto più facile trovare un accordo su quella che deve essere l’organizzazione funzionalmente più giusta e più opportuna.

STUDENTESSA: Ugo Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis afferma che: “Quando e diritti e doveri sono sulla punta della spada il potente impone il suo governo con la forza”. Si delinea con ciò il sacrificio della virtù da parte degli altri uomini. È la virtù che indica la via alla forza, quindi al potere, oppure è il potere che detta legge e che, come direbbe Jacopo Ortis, fa chiamare virtù il delitto comune?

 MARRAMAO: Foscolo indicava con la virtù civile quella particolare virtù che scende in difesa delle prerogative della libertà. Questa virtù è in qualche modo pubblica. La virtù pubblica può non coincidere con le molteplici idee individuali del bene. Occorre allora costruire un potere efficace fondato sull’accordo, intorno ad obiettivi che devono essere di giustizia e di convivenza civile. Occorrono pertanto degli accordi sulle regole. Le regole non sono mai puramente tecniche. Richiedono sempre la capacità della cittadinanza di scendere a difesa dei valori costituzionali, qualora questi fossero minacciati. Le virtù civili e repubblicane di cui Lei parla sono concezioni ben diverse da quelle proprie di una idea intimistica individuale o moralistica di virtù. Lo stesso Niccolò Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, si batteva in favore della virtù intesa in questo senso, ovvero a sostegno della virtù repubblicana.

STUDENTESSA: Può bastare il carisma a legittimare una forza? Il carisma é una forza intrinseca che si autolegittima?

 MARRAMAO: Il carisma è un ingrediente fondamentale del potere. Perché il carisma da solo non produca l’effetto contrario di saturazione, occorre che il potere operi in presenza di alcuni fattori. Anzitutto le regole, il carisma stesso, la legge e il rispetto degli usi e costumi di una popolazione. Occorre altresì il rispetto del cambiamento di questi usi e costumi. Il fattore principale di delegittimazione del potere, nelle società moderne o post – moderne, è dato dalla sua inadeguatezza al cambiamento sociale. È necessario che il linguaggio politico si conformi alle trasformazioni del linguaggio rispetto alle esperienze di cambiamento di una società come la nostra.

 STUDENTESSA: Lei afferma che la filosofia mira a relativizzare la soggettività e che la stessa non può svolgere un compito sociale, perché la società è assoluta violazione della soggettività. Ma la filosofia, nell’ambito sociale, non dovrebbe intervenire per far comprendere quanto le scelte siano relative, e dunque per far svolgere un ruolo di controllo e di autocontrollo in un contesto politico?

MARRAMAO: Lei pone il problema della interpretazione della società come un fenomeno che non può essere unicamente inteso in chiave soggettiva. La società non è soltanto l’espressione della soggettività, ma è anche la manifestazione della somma delle libertà individuali e soggettive e, di conseguenza, delle visioni del mondo puramente soggettive. La società deve essere intesa come un ethos. Il kratos, ovvero la forza, il potere, doveva, secondo i Greci, poter coesistere con l’ethos. L’ethos non è la morale, ma l’etica intesa come comportamento, costume, come qualcosa che definisce i valori comuni a una società e in base ai quali l’uomo addiviene alla stipulazione di accordi e contratti. In assenza di un linguaggio comune non si danno contratti, né accordi, né conflitti. Il linguaggio comune è una tipologia di sottofondo simbolico che ogni società deve possedere. È necessario che ogni società ricostruisca un parco di valori comuni, quell’ethos senza del quale non si configura un kratos se non come forma di prevaricazione e prepotenza.

 STUDENTESSA: Noi ci siamo collegati con il sito Internet Hobbesiana, un sito sugli studi di Thomas Hobbes. Da una lettura del suo pensiero politico viene messo in evidenza il solo aspetto del richiamo alla forza nell’esercizio del potere. Secondo Lei, non sarebbe più opportuno mettere in evidenza e prendere in considerazione anche un secondo aspetto, quello del richiamo alla razionalità come strumento – guida e di attenuazione dei conflitti umani?

 MARRAMAO: Secondo Hobbes la razionalità, che controlla la forza, esiste ed é il contratto. Il potere che Hobbes prende in esame è prettamente una cosa, una sostanza, una risorsa. Il potere è il complesso dei mezzi di cui l’uomo dispone per raggiungere determinati fini. Si è anche detto che Hobbes, nel dibattito secolare, si pone alla base di una concezione distributiva del potere, ovvero quella che considera il potere stesso come una capacità atta a crescere sulla base delle risorse che una collettività conferisce a un dato soggetto al fine del conseguimento di determinati scopi di beneficio comune. Hobbes, tuttavia, non considera il potere nelle sue facoltà relazionali. Ognuno di noi sperimenta nel proprio quotidiano la ambivalenza della forza, ovvero il fatto che la forza può essere, da un lato, un fattore benefico e, dall’altro, un elemento negativo e distruttivo. Ogni individuo sperimenta il fatto che la forza può infondere energia agli altri, rapportarsi agli altri, produrre qualcosa di nuovo, creare, o invece inibire, mortificare, umiliare, reprimere. Da questo punto di vista direi che torna utile la questione del lato oscuro della forza, e della necessità di combatterlo facendo leva sulla potenza di ogni individuo, che deve essere benefica ed esprimere una consapevole energia vitale.

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