Giacomo Marramao – Etica e politica

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Il Grillo (20/1/1998)

Giacomo Marramao

Etica e politica

Marramao: Buongiorno, sono Giacomo Marramao, insegno Filosofia politica all’Università di Roma Tre. Sono qui a discutere con voi, e spero che quest’incontro sia proficuo, ma vorrei darvi alcuni elementi di conoscenza, per quanto riguarda la mia biografia. Sin da giovane, sin dagli anni del liceo, quindi dagli anni che voi avete, ho nutrito una passione molto intensa per la filosofia, al punto tale che, anche se i miei mi avevano indotto a studiare giurisprudenza, dopo due mesi di giurisprudenza senza dir nulla a loro, ho fatto il trasferimento a Filosofia, all’Università di Firenze. Ho sfidato, in qualche modo, la sorte. Mi dicevano: sarai poverissimo, non avrai una lira in tasca, Filosofia non dà assolutamente pane, non dà carriera, non dà nulla, e io mi sono, appunto, cocciutamente invece incamminato per questa strada per una ragione elementare, perché ho ritenuto sempre che i momenti di felicità, che mi venivano dati dalla comprensione delle cose, fossero superiori a qualunque altra, a qualunque altra scelta di vita. Dopo ho studiato all’Università di Francoforte, in Germania, è stato uno studio duro. Ho intrecciato lo studio della Filosofia a quello delle Scienze sociali. E direi che il tema che noi affronteremo oggi, Etica e politica, è per l’appunto un tema che si colloca all’incrocio tra il pensiero filosofico, l’impegno politico e civile e gli sviluppi della conoscenza della società. Per introdurre al tema vi vorrei invitare a guardare insieme la scheda preparata dalla redazione. -Si visiona la scheda:
PRESENTATORE: Nell’età moderna, in Occidente, il concetto di libertà è coinciso con un processo di affermazione individuale. I liberi pensatori, scienziati, artisti, commercianti e, successivamente, i primi imprenditori, ciascuno di loro ha contribuito a costruire, tassello dopo tassello, un’idea di libertà, che si fonda sulla possibilità del singolo di emergere dalla massa e dall’anonimato. Il principio della responsabilità individuale davanti a Dio ispira la Riforma protestante e le libertà protestanti diventano le divinità delle religioni laiche, santificate dalla Rivoluzione americana e da quella francese. Per secoli l’Occidente ha creduto che la propria idea di libertà fosse esportabile anche al di fuori dei propri confini. Veicolo di questa espansione era lo sviluppo del capitalismo, rapidamente estesosi ben al di là delle proprie terre natie. Ma questa espansione ha dovuto fare i conti con l’esistenza di altre idee di libertà. Al proprio interno è stata contestata da chi vedeva nelle libertà occidentali i germi di un individualismo sfrenato e distruttivo e cercava forme di liberazione che avessero come obiettivo la realizzazione di una vita buona. E al proprio esterno si è scontrata con le idee di libertà, fondate su valori diversi, come l’armonia con la natura o la partecipazione a un processo di salvezza collettiva di matrice religiosa. Il recente sviluppo dell’Islamismo del resto, trova linfa vitale proprio nell’opposizione al dominio dell’Occidente e dei suoi valori e nella mancata realizzazione di quel benessere, che le libertà occidentali promettevano. Torna così l’epoca dei conflitti etici. Il contatto tra culture diverse, che segna la fine di questo secolo, porta con sé il confronto, ma anche lo scontro, tra civiltà che si fondano su idee di libertà diverse e talvolta incompatibili.

-Al termine della scheda, inizia la discussione:

Marramao: Bene, mi pare che dalla scheda risultino delle cose molto interessanti, dei materiali molto ricchi, per potere iniziare la discussione. Quindi non voglio sovrappormi ai vostri interessi con introduzioni ulteriori, darei la parola a qualcuno di voi, che me la chiede, per rompere il ghiaccio. Prego.

STUDENTE: Al giorno d’oggi l’etica sembra essere soppiantata dalla politica, intesa come perseguimento dei fini personali. Mi chiedo, secondo Lei, il prossimo millennio vedrà il predominio definitivo della politica sull’etica e per evitare ciò quali potrebbero essere i rimedi che la società dovrebbe adottare per arginare questo fenomeno?

Ma direi che la politica negli ultimi tempi si viene sempre più qualificato come un’attività tecnica professionale. Cioè noi viviamo in un mondo che è sempre più segnato da una forte compartimentazione delle diverse forme dell’agire umano. La politica diventa sempre più, ripeto, un’attività specialistica, professionale, però, accanto a questa, diciamo, professionalizzazione della politica, noi abbiamo oggi una reazione uguale e contraria. Abbiamo la tendenza, da parte di settori sempre più ampi della società, a collegare insieme le questioni politiche con le questioni etiche. Faccio un esempio: le questioni bioetiche sono, diciamo, un campo estremamente ampio e drammatico, oppure le questioni relative alle scelte circa lo sviluppo, quindi il rapporto tra lo sviluppo e l’ambiente, la tematica del cosiddetto sviluppo compatibile, sono tutte quante tematiche, che vuol dire che rimettono in campo, per l’appunto, la dimensione etica. Solo che la dimensione etica va collocata esattamente nel posto che le compete, in una società industriale o post-industriale complessa, come la nostra. Cioè l’etica è quella disciplina, quel campo, che riguarda l’orientamento delle scelte fondamentali, il cui obiettivo è il miglioramento della dignità – non soltanto della qualità della vita -, ma della dignità della vita di ciascuno di noi, su questo pianeta.

STUDENTESSA: Le società occidentali godono di una maggiore possibilità economica, purtroppo qualche volta a scapito delle popolazioni del Terzo e Quarto mondo. Come possono, queste popolazioni più ricche, garantire in prospettiva a queste popolazioni più deboli un maggiore livello economico, dando loro così la possibilità di concretizzare nelle loro società le libertà fondamentali?

Questo è uno dei problemi chiave della nostra epoca, la sproporzione enorme che c’è tra l’accumulo di ricchezza, in alcune aree del pianeta, e la situazione di povertà, la situazione di indigenza, le condizioni di vita drammatiche, al limite della miseria e della mortalità. La mortalità infantile è uno dei temi più evidenti, diciamo, delle aree del Terzo e del Quarto Mondo. Ecco, io credo che la soluzione vada ricercata in una nuova scelta dello sviluppo. Noi paesi privilegiati – qui in Italia viviamo in una delle aree più privilegiate del pianeta – non dobbiamo dimenticare che non potremo nei prossimi anni cullarci nel nostro isolamento. La pressione da parte delle aree del pianeta, che lei appunto ha giustamente evidenziato, premono, premono su un Primo Mondo, che è il nostro mondo, e nessun tipo di politica, diciamo tesa a creare dei cordoni sanitari, risulterà vincente nei prossimi anni. Cioè la pressione è inevitabile. Quindi dobbiamo subito attrezzarci a far sì che lo sviluppo giunga proprio in quelle aree del mondo dove più evidente è la miseria, dove più evidente è la sproporzione rispetto a noi.

STUDENTE: Scusi, in che modo possiamo, dobbiamo comportarci con quelle società, che hanno una diversa ideologia di libertà, e inoltre quali limiti dobbiamo porre a quelle ideologie che sono nate dalla Rivoluzione Francese, cioè uguaglianza, libertà e fratellanza?

Questo è un problema molto serio, cioè come rapportare una serie di principi, di ideali, di valori, che si sono formati nel corso della tradizione occidentale, della cultura occidentale, che giustamente lei indicava nella triade: libertà, eguaglianza, fraternità della Rivoluzione Francese, come rapportarli ad altre culture, che hanno un’altra storia. Bene, è un problema serio, perché è un problema che ci è posto, per esempio, dai paesi asiatici. I paesi asiatici, in particolare i cinesi, quando discutono con noi occidentali, dicono: “Sì, noi vogliamo la democrazia, però la vogliamo relativizzata a una serie di tradizioni e di valori che sono appunto propri della nostra civiltà e non della vostra”. E loro parlano molto di valori asiatici. I valori asiatici. Certamente io credo che bisogna accettare questa sfida, che, tra l’altro, il presidente cinese ha fatto anche a Clinton. Democrazia sì, ma “coniugata con valori nostri”, valori appunto dell’Asia o della Cina, che sono poi sostanzialmente i valori della armonia fra le generazioni, i valori del rispetto dell’autorità dei genitori, e via dicendo. Io credo che la sfida sia giusta. Ecco, stiamo attenti però che, se relativizzazione dei valori significa alibi per delle operazioni, che schiacciano i diritti e le libertà, come è avvenuto, per esempio, della stessa Cina, beh, allora credo che questo relativismo va visto, da parte nostra, con molto sospetto. Quindi dialogo sì con le altre culture, ma tenendo fermo al fatto che i principi vanno comparati fra di loro, e non dobbiamo accettare l’idea che si dia una incommensurabilità tra i valori delle diverse culture. I valori delle diverse culture devono essere occasione per un confronto di esperienza e devono, di conseguenza, arricchire la prospettiva universalistica.

STUDENTESSA: Buongiorno. Senta, vorrei sapere qual è il nesso tra individuo e stato nei paesi socialisti e se è stato questo un modo di risolvere quelli che sono i problemi individuali sul piano collettivo, o, alla fine, è stato soltanto un limitare le libertà individuali.

Vede, nei paesi socialisti il rapporto individuo-stato si è sviluppato in maniera catastrofica, cioè nel senso che il potere statale – penso, per esempio, all’esperienza dell’Unione Sovietica – ha schiacciato completamente la libertà individuale, ha schiacciato la possibilità del dissenso individuale, e quindi ha tolto a quelle società quell’elemento, come dire, dinamico, che deriva proprio dalla capacità dell’individuo di dire qualcosa di deviante, di diverso rispetto al gruppo, quindi dell’individuo di essere anticonformista. Cioè io credo che lo sviluppo sociale, la dinamica sociale vada avanti se c’è sempre un coefficiente abbastanza elevato di anticonformismo, cioè di persone che non si adeguano alla mentalità media, e riescono con il loro dissenso, con la loro critica a spostare in avanti l’asse dello sviluppo della società, nei costumi, nella mentalità collettiva. Il problema reale che lei pone, mi pare, implicitamente con la sua domanda è: come realizzare, diciamo, una libertà individuale che sia anche compatibile con le esigenze della comunità, della collettività. Io credo che questo sia un problema molto, molto serio e va affrontato anche con una considerazione dell’idea di comunità. Cioè noi non possiamo, – anche rivendicando il diritto di libertà di dissenso che dicevo prima -, non possiamo ritenerci soli al mondo. La nostra libertà ha un limite, che non è unicamente nella libertà degli altri, ma è un limite anche dato dai vincoli dello sviluppo della comunità. Cioè, perché una comunità sociale si possa sviluppare in modo armonico, deve tenere conto che i progetti che essa elabora non possono essere progetti illimitati, ma devono essere sempre progetti, come dicevo prima, compatibili con l’ambiente, compatibili con determinate scelte, che debbono avere per fine quello che dicevo: la vita buona. Cioè noi abbiamo nella modernità troppo spesso, come dire, fatto prevalere un progetto, che era più importante della vita e dell’esperienza concreta degli individui. La vita individuale è stata spesso sacrificata al progetto. Il progetto moderno è stato – per usare un’espressione molto bella di Octavio Paz, grande scrittore, ma anche grande filosofo, Premio Nobel per la Letteratura, – una sorta di “piramide del sacrificio”. Noi abbiamo sacrificato le nostre esistenze al futuro, diciamo, al bene futuro. Il problema adesso è elaborare dei progetti a misura d’uomo, a misura degli individui umani e rapportare progetto ed esistenza, perché soltanto da questa, diciamo, relazione tra progetto ed esistenza può venire, credo, un giusto equilibrio anche tra individuo e comunità.

STUDENTE: Io volevo sapere se considerando il denaro come qualcosa di ideale, secondo Lei si rende necessaria la presenza di una filosofia morale per esporre o mettere a punto un sistema economico, e quindi in che modo la libertà e il bisogno si contrappongono.

Vede, diceva Aristotele, – e quindi andiamo ad un momento classico, Aristotele è colui che ha fondato l’etica, nel senso che ha usato per la prima volta la parola “etica” nel significato in cui noi oggi, più o meno, l’adoperiamo -, ecco, Aristotele diceva che non è biasimevole colui che persegue la ricchezza, in quanto tale, il denaro o il successo, è biasimevole colui che ritiene che la ricchezza, che il denaro, l’agiatezza, sia un fine in sé, e non, invece, un mezzo per realizzare qual cos’altro. Negli Stati Uniti molti professori di Economia sono anche professori di Etica, cioè di Filosofia morale, cosa che da noi invece viene separata: gli economisti son dei tecnici, i filosofi un’altra cosa. Questo è un punto molto importante nel dibattito che noi oggi abbiamo all’interno dell’economia politica. Negli Stati Uniti c’è questa eccellente tradizione, di mettere insieme l’economia con l’etica. Non nel senso di demonizzare la dinamica economica, di demonizzare la tendenza al profitto, di demonizzare la tendenza al successo individuale, ma di invitare però tutti quanti noi a un esercizio, in qualche maniera, di pensiero, di riflessione, per vedere in che misura riusciamo nella nostra vita a distinguere ciò che è mezzo, ciò che è strumento da ciò che è fine, che è scopo. Allora i peggiori guasti non derivano dal fatto che noi perseguiamo la ricchezza, ma dal fatto che riteniamo che la ricchezza comporti la felicità e vediamo invece, proprio dall’esperienza quotidiana che questo non accade, non accade assolutamente. E questo forse, quest’esperienza, è un insegnamento molto migliore di qualunque filosofia.

STUDENTE: Volevo farLe un paio di domande. La prima è questa: Lei ritiene che possa essere moralizzata la vita politica? E un’altra cosa: esiste, può esistere una realizzazione da parte dell’azione dello stato dell’etica individuale? E in che tipo di stato?

Alla prima domanda rispondo: sì, alla prima parte della domanda. Alla seconda rispondo: no. E le spiego perché. Sicuramente la vita politica deve essere moralizzata, cioè nel senso che non dobbiamo dimenticare che la vita politica, a partire dal Settecento è soggetta a un controllo da parte di un fattore, che potremo considerare il vero protagonista della vita delle nostre società, cioè l’opinione pubblica. Non dimentichiamo che nel Settecento nasce la stampa, incominciano a spuntare fuori i giornali, incomincia a crearsi quella cosa che chiamiamo la sfera pubblica, l’opinione pubblica. L’opinione pubblica diventa il soggetto fondamentale, che poi mette in crisi lo stato assoluto. L’opinione pubblica, nelle società dell’Ottocento, è stata il fattore che ha determinato spostamenti enormi dei rapporti di forza e quindi il processo di creazione delle società, liberali prima e democratiche poi. Oggi, nella nostra società, quest’opinione pubblica in qualche modo va ricreata, perché appare stretta dalla morsa, da un lato del ceto politico, che, nei paesi occidentali appare sempre più separato, un ceto sempre più professionalizzato. Non che la professionalità vada male, intendiamoci. Soltanto che la professionalità non può essere qualcosa di separato dalla dinamica della società. Voi lo percepite questo, no? Il linguaggio della politica è uno dei linguaggi più anacronistici che oggi si hanno, uno dei più anacronistici. Non ha nulla a che fare con la ricchezza dei linguaggi, che voi adoperate nella vostra vita quotidiana, che sono mediati dalla comunicazione di massa, sono mediati dalla musica, sono mediati anche da un certo tipo di esperienza che voi avete, diciamo collettiva, di dialogo collettivo, di comunicazione collettiva. E’ anacronistico rispetto al linguaggio dell’arte, di un certo tipo di letteratura. Ecco quindi il ritardo del linguaggio è la spia, secondo me è la spia, del problema di una determinata sfera, di un determinato ambito che analizziamo. Quando il linguaggio di una determinata sfera della società è arretrato rispetto alla dinamica sociale, beh, allora lì bisogna intervenire. Il linguaggio della politica è veramente anacronistico. Quindi per un verso siamo presi dalla morsa della politica professionalizzata e un pochino arcaica. Per l’altro verso siamo presi dalla morsa di sistemi di comunicazione sempre più, come dire, sottratti al controllo democratico, al controllo dell’opinione pubblica. E io credo che la sfera pubblica deve essere ricreata proprio come qualcosa che sta in mezzo tra questi due poli e si sottrae alla morsa, alla tenaglia di questi due poli. Il secondo aspetto della sua domanda: se lo stato deve fare qualcosa per forgiare l’individuo, la libertà individuale. Io non credo allo stato etico. Credo che lo stato etico sia una iattura, che lo stato non debba avere una funzione, come dire, di formazione etica. Lo stato deve dare gli strumenti a ciascuno di noi per potersi orientare. Quindi fondamentale in questo è il ruolo dell’istruzione, dell’istruzione pubblica. Insisto su questo dato: istruzione pubblica. Oggi va molto di moda l’idea della privatizzazione. A me non interessa che la scuola sia privata o sia statale. A me interessa che qualunque sia la scuola in cui si apprende, in cui si assumono gli strumenti del conoscere, questa scuola sia, abbia un’etica, cioè risponda ad un’etica pubblica, a una responsabilità pubblica. Noi spesse volte confondiamo livello pubblico con livello statale e riteniamo che l’alternativa allo statale sia il privato. No, l’alternativa allo statale è una sfera pubblica, politica, democratica, rinnovata. Prego.

STUDENTE: Al discorso dello sviluppo dei paesi del Terzo Mondo, io forse, io ritengo più che altro che sia un po’ utopistico, un po’ utopico parlare di uno sviluppo del Terzo Mondo, perché penso che in fondo si sia creato una sorta di equilibrio sia a livello economico, sia a livello ambientale, per cui, comunque vada, ognuno ha le sue parti, le parti del paese industriale, le parti poi del paese che, comunque, è sottosviluppato. Ritengo quindi che in fondo non sia possibile lo sviluppo di un paese che, in questo momento è, diciamo, è degradato; anche perché lo sviluppo – per esempio industriale – di questi paesi comporterebbe un collasso ambientale per il pianeta, che a stento sopravvive all’attuale grado di sviluppo.

Beh, lei mi ha fatto una critica un po’ più dura di quella che pensavo, ancora. Mi ha dato dell’ottimista ingenuo, addirittura, quando prima ho risposto che si potrebbe in qualche modo, modificando il modello di sviluppo, venire incontro ai paesi del Terzo Mondo. Beh, io non sono affatto ottimista, intendiamoci. Io ritengo che la situazione del pianeta sia estremamente difficile, ed è per quello che – senza retorica – credo che molto dipenda da voi, dalla vostra generazione. Odio la retorica, odio il paternalismo. Credo che siamo tutti in questa vita ad apprendere, cioè siamo tutti in questa vita, insieme, a compiere un viaggio, si continua sempre ad apprendere qualcosa fino all’ultimo. Siamo sempre tutti studenti, credo che l’intellettuale serio, il professore serio sia colui che riesce a restare studente fino alla morte, fino alla fine della sua vita. Chi invece si mette in cattedra, sale in cattedra e pretende di insegnare qualcosa in maniera perentoria, credo sia un pessimo professore ed un pessimo maestro. Cioè i maestri più stimolanti sono sempre stati – anche per me, lo dico per mia esperienza – quelli che nella vita hanno cercato sempre di apprendere e di ascoltare. Quindi io sto prendendo anche da quello che lei mi dice. Il problema adesso è, ecco, é cercare un attimo di capire. Non è che non sia avvenuto nulla nel mondo, negli ultimi 20-30 anni. E’ avvenuto qualcosa di importante, cioè una serie di aree nel mondo, che erano prima molto arretrate, che si ritenevano arretratissime, per esempio l’Asia, beh, insomma, sono diventate alcuni poli di riferimento dello sviluppo, con contraddizioni enormi, si sono talmente gonfiate, come Hong Kong, come Singapore, come la Corea, si sono talmente gonfiate, da rischiare di scoppiare, perché, a questo sviluppo, come dire, non ha fatto seguito un ampliamento della base sociale dello sviluppo stesso. Però, ciò dimostra che la situazione del pianeta non è affatto statica, anzi è dinamica. Noi prima si diceva, anni fa, tanti anni fa, 20,30,40 anni fa, che l’Asia è un continente statico, che la mentalità collettiva degli asiatici non è funzionale a uno sviluppo produttivo, di tipo capitalistico, come quello occidentale. E beh, invece abbiamo visto che questo sviluppo c’è, se mai è sproporzionato, incontra delle contraddizioni. Ecco, perché non si dovrebbe sviluppare qualcosa di questo genere anche in zone, come per esempio l’Africa, che è il vero punto dolente del pianeta o dell’America Latina, altro, diciamo, punto delicato e dolente del pianeta. Io non sono ottimista, lei ha ragione a suggerirmi di non esserlo, credo che però dobbiamo lavorare per capire come impostare il modello di sviluppo, tale da favorire le altre zone del pianeta, poiché una sproporzione eccessiva, alla lunga, diventa un danno anche per noi.

STUDENTESSA: Volevo chiedere se, secondo Lei, la crisi dell’etica in sé e l’egemonia della politica rispetto all’etica nella realtà contemporanea siano imputabili alla frammentazione del soggetto novecentesco e quindi alla molteplicità dei suoi ruoli all’interno della società.

Una domanda bellissima, nel senso che questo è uno dei nodi, uno dei nuclei centrali della discussione filosofica contemporanea. Cioè intanto da un lato la crisi dei valori che, badate bene, la crisi dei valori per alcuni, per il mio caro amico e collega Colletti, Lucio Colletti, è dovuta al fatto che la società è sempre più secolarizzata e di conseguenza ha sradicato i valori, una società cinica, disincantata. Questa diagnosi, secondo me, non è giusta. Non è giusta e credo che voi lo percepiate dalla vostra esperienza. La crisi dei valori non è desertificazione dei valori. E’ piuttosto dovuta al fatto che vi è una sorta di frammentazione dei valori. Ognuno crede a qualcosa di diverso rispetto all’altro. Con la fine dei blocchi ideologici, che in qualche modo assicuravano a ciascuno di noi degli ambiti di appartenenza – come dire, uno metteva a tacere le proprie opinioni, diceva: bene, mi schiero con quella parte, mi schiero con quell’altra -, l’ideologia , come dire, ci dava degli steccati abbastanza sicuri, ai quali riferirci. Con la crisi delle ideologie noi abbiamo una pluralizzazione dei valori. Questi valori non sono soltanto tanti, molti, ma sono anche, spesse volte, in conflitto tra loro. Lei ha detto qualcosa di più, ha detto una cosa ancora più importante. Questa crisi dei valori è anche una crisi della unità e dell’omogeneità del soggetto moderno. Il soggetto moderno non è più un, diciamo, un soggetto compatto, autoreferenziale. Ma invece un soggetto che vive, all’interno di se stesso, il conflitto tra i valori. Questo è il punto fondamentale: lo vive al suo interno. Cioè il conflitto non è soltanto tra noi e gli islamici o negli Stati Uniti tra gli ispano-americani e gli americani nativi, cioè gli indiani. No. Il conflitto, il conflitto è dentro ciascuno di noi, il conflitto dei valori. E di conseguenza lei pone giustamente il problema di una, di una nuova concezione etica, che si leghi a una visione più articolata del soggetto. Cioè la nostra identità non è una identità sostanziale, come dire assicurata dall’origine alla fine, ma una identità che noi, di volta in volta, ricostruiamo biograficamente e che ha a che fare con la capacità nostra di volta in volta di scegliere, di scegliere una cosa anziché un’altra. Identità dipende molto anche dalle nostre scelte, oppure dalle cose che ci scelgono, dalle situazioni, dalle occasioni che ci scelgono e il rapporto tra il soggetto e la persona diciamo non è il rapporto che si stabilisce tra il sovrano assoluto e i suoi sudditi. Il rapporto piuttosto, quello che c’è tra la regia di questa trasmissione e quello che sta avvenendo, oppure tra una regia cinematografica di un film e quello che avviene, nel migliore dei casi. Nel peggiore dei casi è Prova di orchestra di Fellini. Vediamo insieme una scheda, che è un’intervista al professor Peperzack, proprio sul rapporto etica e politica.

-Si visiona la scheda:

PEPERZACK: Io credo che la separazione dell’etica dalla politica, sia per la politica causa di sciagure. Per affrontare questo problema bisogna ritornare ai fondamenti di una filosofia politica e soprattutto bisogna tentare di rispondere alla questione fondamentale: perché esiste la politica? Mi sembra chiaro – ed è stato sempre ribadito in tutte le tradizioni filosofiche – che il fine della politica sia il conseguimento di una vita che sia la migliore e il più possibile felice per la comunità umana organizzata politicamente. Dunque gli uomini politici, che sono responsabili di questa comunità, devono orientare le proprie azioni su questo fine, che è la comunità stessa, in quanto vita umana collettiva. Se questo è vero, se il fine della politica è questo, non possiamo sottovalutare gli aspetti propriamente morali della politica. Infatti il problema morale verte sempre intorno a una questione fondamentale e ricorrente: “Qual’è il senso della vita umana?”, “Come si realizza questo senso?”, “Come possiamo ottenere una vita umana che sia la migliore e la più felice possibile?”. Dunque la politica risponde ad esigenze e a condizioni che sono orientate moralmente. Dunque la politica è anch’essa moralmente qualificata, così come, d’altra parte, è vero che la morale dell’individuo non può essere separata dalle questioni sociali e politiche. Sorge a questo punto il problema di stabilire la distinzione tra il bene della comunità umana come tale, il bene della totalità e il bene degli individui, separatamente intesi. E’ il grande problema, su cui si sono affaticati tutti i filosofi moderni; esso è divenuto pressante, da quando la cultura moderna ha scoperto che l’individuo, come tale, ha diritto a una vita privata, ha diritto a difendere la sua proprietà, il suo lavoro, la sua partecipazione alla vita sociale, politica e culturale.

-Al termine della scheda, ricomincia la discussione:

Marramao: Bene, ci dice Peperzack che l’etica deve rifondare la politica. L’ideale della vita buona torna a essere l’ideale, appunto, fondamentale anche ai nostri giorni. Chi chiede di intervenire su questo punto? Prego.

STUDENTESSA: Volevo chiedere, appunto, come tentativo di eticizzazione della politica sarebbe possibile oggi pensare a una riscrittura della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che stabilisca dei paletti entro i quali la politica si possa muovere autonomamente?

Su questo punto molti giuristi stanno anche lavorando, come anche molti filosofi. Cioè l’idea di riscrivere i Diritti dell’uomo è un’idea che risale ormai ad alcuni anni fa. Molto si sta discutendo di che cosa è cambiato nella concezione dei diritti umani. E’ chiaro che per diritti umani noi intendevamo, cinquant’anni fa, una serie di cose, adesso ne intendiamo molte di più. Cioè noi intendiamo, diciamo, una serie di aspetti relativi alla dignità dell’esistenza umana, che sono molto più ampi. Cioè, ad esempio, ecco, che cosa significa oggi: vita degna di essere vissuta? Questo è un punto molto importante. C’è poi un aspetto ulteriore. Il lessico che noi adoperiamo. Oggi molte filosofe, diciamo femministe, ma non soltanto femministe, in particolare negli Stati Uniti, contestano l’espressione “diritti dell’uomo”, perché questa espressione è divenuta diciamo una espressione “sessista” e quindi, per esempio, non si usa più il termine man per indicare l’uomo in generale, si sua mein kind, ma in ogni caso si tende a proporre delle varianti linguistiche, in grado di osservare, per esempio, sempre anche la presenza della matrice femminile all’interno del discorso sui diritti. Sono tutte quante tematiche importanti, che non riguardano unicamente il linguaggio e il lessico, ma riguardano problemi sostanziali, perché non dimenticate che lo spostamento, diciamo dei centri gravitazionali del linguaggio, quindi le questioni di lessico, nascondono sempre dietro di sé degli spostamenti della dinamica culturale, degli spostamenti storici molto importanti.

STUDENTE: Oggi assistiamo all’esasperazione dei bisogni individuali, dell’individualismo, oppure a una crisi dello stato, intesa come non riuscire a mantenere la cosa pubblica; o un’interazione delle due cose insieme?

Vede oggi noi abbiamo sicuramente in alcuni paesi delle forme molto spinte di individualismo. Però ripeto, come dicevo all’inizio, queste forme di individualismo non sono mai il fenomeno caratterizzante in assoluto. Anche negli stessi Stati uniti, noi abbiamo certamente una competitività enorme. Chi di voi, insomma, se ha avuto occasione di stare negli Stati Uniti o di andare a New York o in California, avrà notato che la competitività lì è molto più forte che da noi: la competitività per la carriera, all’interno degli studi, all’interno dei colleges, perché è una società che promuove la competitività. Però, al tempo stesso per l’appunto dagli Stati Uniti è venuta l’esigenza di ripensare a forme di vita di tipo comunitario. A ripensare per esempio alla capacità dell’individuo di aggregarsi ad un gruppo, quindi di stemperare il proprio individualismo. Quindi l’America ci presenta oggi le due facce; la faccia della competizione individualistica, ma anche la faccia della richiesta di un calore comunitario, che ci salvaguardi dalle istituzioni del grande freddo, come loro le chiamano, le istituzioni cioè di una democrazia puramente procedurale, fatta di regole puramente formali, fredde e astratte.

STUDENTE: Volevo ritornare un attimo sulla crisi dei valori. Secondo lei quanta importanza può avere un’eventuale strumentalizzazione dei giovani da parte di chi ha il potere, nel portare poi a quel fenomeno che è il conformismo, quindi fornire immagini stereotipate che fanno un po’ perdere i valori; e se l’etica deve intervenire in questo fenomeno oppure ne è estranea.

Guardi la strumentalizzazione oggi, quella che Lei chiama strumentalizzazione, è essenzialmente legata ai mezzi nuovi, di cui il potere dispone, che sono i mezzi della comunicazione di massa, i mezzi della persuasione di massa. Direi che il rischio fondamentale oggi è in una forma di radicalismo verbale di alcuni aspiranti politici, i quali fanno leva su una serie di insoddisfazioni dei giovani per proporre soluzioni di tipo populista-autoritario. Cioè è molto facile, è troppo facile, come dire, far leva sullo scontento giovanile, per proporre soluzioni di tipo populista- autoritario, come dire democrazia diretta, che poi significa: “Affidatevi al capo”, dico al leader che interpreta la protesta, e via dicendo. Io dico che voi dovete guardarvi molto da soluzioni facili. Prima ho parlato, diciamo, in modo critico verso la democrazia puramente procedurale. Però voi dovete stare attenti. Una democrazia deve avere delle procedure. Un sistema democratico non può fare a meno di regole, non può fare a meno della certezza del diritto, non può fare a meno di sistemi di garanzie. Questi sono assolutamente irrinunciabili, poi, naturalmente, la politica deve essere anche vicina all’esperienza di ciascuno di noi.

STUDENTE: Ma secondo Lei, quali sono i mezzi che abbiamo noi giovani, noi massa per poterci sottrarre a questa democrazia apparente, perché poi, in definitiva è apparente.

Non limitarvi ad occupare le scuole e a protestare, ma fare di questi argomenti un sistema di comunicazione alternativo. Voi dovete competere con i sistemi di comunicazione ufficiali, creando dei vostri sistemi di comunicazione. Dovreste avere come una sorta di ufficio stampa. Non dovete chiudervi in voi stessi, dovete comunicare con l’esterno, comunicare con l’esterno. Dovete avere un ideale ufficio stampa, sistema di comunicazione. Imparate a comunicare. E’ la cosa essenziale in democrazia.

STUDENTE: Questa volta non sono polemico, più che altro un’informazione. Secondo Lei che tipo di modifica hanno apportato le teorie illuministiche e liberali nel concetto etico e politico del mondo d’oggi, diciamo, quindi della nostra società.

Beh, intanto diciamo, l’Illuminismo, quello che lei chiama Illuminismo è un fenomeno complesso, è un fenomeno che ha molte varianti, molte espressioni al suo interno. Oggi si parla molto dell’Illuminismo come fosse un fenomeno unico, unitario. In realtà l’Illuminismo è una corrente di pensiero del Settecento, molto sfaccettata, molto differenziata al suo interno. L’apporto maggiore che ha dato è stato sostanzialmente l’idea della dignità umana, della dignità del singolo, il singolo come valore irrinunciabile, il valore, diciamo, per definizione. Cioè il singolo è irripetibile. Questo direi è l’aspetto positivo dell’Illuminismo che poi si è trasmesso anche nella tradizione liberale. Il singolo è irripetibile. Ognuno di noi ha un, come dire, un valore in sé, che non è scambiabile con nessun altro. Oggi questa idea si è approfondita, nel senso che è venuta assumendo delle connotazioni teorico-esistenziali, per così dire. La biografia di ciascuno di noi è qualcosa che non ha repliche possibili. Cioè uno di noi può essere clonato da un punto di vista biologico, tecnico, con l’ingegneria genetica, però anche il nostro gemello, come dire, sarà diversissimo da noi, perché non potrà mai replicare la nostra biografia, che è fatta dei nostri incontri, delle nostre esperienze, delle nostre scelte. Quella non è replicabile. Quindi l’innovazione moderna, contemporanea, di questo, vecchio principio illuminista, consiste in questo. Irripetibile è ciascuno di noi con la sua biografia, che non è scambiabile con quella di nessun altro. E questo mi pare una cosa molto, molto importante. Chiudere una biografia, sacrificarla significa chiudere una finestra sul mondo. Quella finestra sul mondo è una prospettiva che nessun altro potrà mai riaprire.

STUDENTE: Scusi, io vorrei sapere una cosa. Quando, all’etica dell’individuo si sostituisce per ragioni di stato, come ha detto Lei in riferimento alla Cina, si sostituisce l’etica di stato. A questo punto si accettano delle soluzioni e delle azioni, che invece all’etica dell’individuo sono vietate. Oggi noi possiamo ancora accettare questo punto di vista o dobbiamo rifiutarlo.

Assolutamente no. Lo stato non deve una sua funzione etica, una sua missione etica. Lo stato è uno strumento, è uno strumento lo stato, per realizzare determinati scopi che sono il benessere della collettività, che viene ordinata insomma attraverso gli strumenti istituzionali di questo stesso stato. Quindi è un punto importante. Non dobbiamo mai dimenticare la natura strumentale dello stato, la natura sanamente strumentale dello stato. Cioè lo stato non è il fine, lo stato è lo strumento, è lo strumento della collettività e della comunità che dà vita a questo stesso stato. Poi, tra parentesi, il termine “stato” va ormai usato in maniera molto, come dire, molto cauta, perché oggi non credo che l’unica forma di associazione politica e in grado di salvaguardare i diritti sia lo stato così come noi l’abbiamo conosciuto nella tradizione moderna, cioè il Leviatano per così dire. Dobbiamo cominciare a pensare a una forma di associazione politica che vada oltre la dimensione statuale. E, d’altra parte, l’Unione Europea è qualcosa di simile, cioè è una configurazione ancora embrionale, ancora molto incerta di una associazione politica transtatuale, dove il momento fondamentale è il nuovo sistema di equilibri di diritti e doveri. Dobbiamo uscire fuori dalla logica della “ragion di stato”, che non è la logica dello stato di diritto, ma è la logica del diritto dello stato, che ha appunto, come lei giustamente osservava, delle prerogative che all’individuo invece sono negate.

STUDENTE: Scusi, professore, secondo Lei, è possibile parlare di un’etica forte in delle società come quella odierna, in cui sembra mancare una unità ideale, che sia religiosa o laica?

Guardi di un’etica forte, io non parlerei tanto di forte e debole. Non amo queste espressioni forte o debole che sono fuorvianti. C’è bisogno di una nuova dimensione dell’etica. Io direi che soltanto oggi noi siamo entrati nella dimensione dell’etica, nella dimensione della scelta, perché oggi esiste la possibilità da parte nostra di intervenire sulla natura esterna, sulla natura umana, con la bioetica, con l’ingegneria genetica e altre cose, c’è la possibilità di intervenire e quindi noi possiamo per la prima volta scegliere all’interno di un ventaglio di possibilità, che sono tutti alla nostra portata. Quindi l’etica inizia proprio nel momento in cui noi siamo di fronte al nulla, all’abisso della scelta. Non era vera etica, quando avevamo dei vincoli oggettivi e naturali. Direi che oggi non sparisce l’etica. oggi comincia l’etica proprio come dimensione della libertà della scelta, ma anche della responsabilità, perché noi dobbiamo, essendo liberi, anche essere in grado di farci carico delle conseguenze di queste nostre scelte. Questa è la dimensione della libertà che spesso si trascura. Libertà è anche essere capaci di caricarsi delle conseguenze della scelta. Questa è appunto la dimensione della responsabilità che alla libertà è intimamente connessa.

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