Giacomo Marramao – E’ possibile un’etica degli affari?

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Il Grillo (27/3/1998)

E’ possibile un’etica degli affari?

 Marramao: Buongiorno, sono Giacomo Marramao, insegno Filosofia politica all’Università di Roma Tre. Siamo qui riuniti oggi, per discutere di un tema estremamente cruciale, importante e di attualità: l’etica degli affari. Quando parliamo degli affari in genere pensiamo a un campo in cui ha spazio soltanto la strategia, il cinismo, la competizione per il guadagno, e non hanno spazio invece i valori. Ebbene, il problema fondamentale è che indubbiamente nell’ambito del mercato oggi si danno dei comportamenti privi di etica, in larga parte cinici. Pur tuttavia, se andiamo a vedere, un mercato moderno non potrebbe reggere neanche per un giorno se non ci fosse un elemento etico a sostenerlo. Penso, per esempio, a quell’elemento fondamentale che è la fiducia. Senza la fiducia reciproca non si regge il meccanismo dello scambio di mercato. Il problema del rapporto tra l’etica e il mercato, l’etica e gli affari è stato sostenuto da molte parti, da molte teorie, in particolare è stato un grande sociologo come Max Weber, all’inizio del secolo, a dire che il sistema capitalistico non sarebbe nato se non ci fosse stata l’etica protestante nella forma del puritanesimo calvinista. Il dibattito è andato avanti, poi, nel corso dei decenni, e direi che oggi ci troviamo di fronte ad un bivio, nel dibattito tra l’etica e gli affari. Questo bivio, diciamo, ha due dimensioni, ha due ordini di problemi. Il primo problema riguarda il rapporto tra l’economia occidentale e le altre economie su scala globale; il secondo problema riguarda il rapporto tra la politica e gli affari. E in Italia abbiamo appunto sperimentato i guasti di una confusione tra la politica e gli affari. Quindi la materia da discutere è ampia. Vediamo intanto innanzi tutto il filmato approntato dalla regia.

-Si visiona la scheda:

COMMENTATORE: La dimensione morale è stata rimessa al centro della nostra vita pubblica. Non la morale degli individui, è di un’altra etica di cui è sorto il bisogno. Il fenomeno della corruzione, ed in particolare il caso emblematico di tangentopoli, hanno mostrato che l’etica personale, quella che ci rende responsabili dei nostri cari e dei nostri amici, non serve molto ad evitare comportamenti sleali ed illeciti. Né sembra bastare la legge, poiché sono in pochi che nel nostro paese provano orrore morale nel trasgredire alle leggi. Perciò vi è chi ritiene che non vi possa essere etica dove c’è l’interesse personale di mezzo. Negli affari ci può essere solo maggiore controllo dello Stato, ma non l’interiorizzazione di un’etica secondo la quale certi comportamenti, come la corruzione, ripugnano moralmente. Una via d’uscita è quella di pensare che al modo di vivere contemporaneo, tipico delle società capitaliste, si debbano contrapporre valori indipendenti, capaci di contrastare una tale giungla egoistica, come la solidarietà: da una parte la ricerca della ricchezza e dall’altra la carità. Ma vi è un altro modo di pensare. Forse l’interesse personale può andare d’accordo con i sentimenti altruistici. La condotta morale, che rispetta le leggi e le giuste aspettative dei contraenti potrebbe rientrare nel nostro interesse. In quel caso vorremmo comportarci bene sul piano etico non solo perché ciò è gratificante, ma anche perché è vantaggioso. Potrebbe accadere infatti che la reputazione dei corruttori cada così in basso, con risultati nefasti per le loro attività economiche, che pochi vorrebbero rischiare. La reputazione e l’onore sociale sono stati nella storia motivazioni importanti. O dobbiamo preferire la solidarietà, legata a valori morali più profondi, come il senso di umanità? Quale via è la migliore per rendere più etici i rapporti d’ affari?

-Fine della scheda, inizia la discussione.

STUDENTESSA: Dunque, la scheda di presentazione sottolineava come sia opinione comune ritenere che oggi ricercare il successo negli affari implichi spesso un comportamento moralmente scorretto. Lei ritiene dunque che il principio a cui si conforma un uomo d’affari nella ricerca del profitto, sia necessariamente immorale?

Marramao: Credo di no. Qui c’è un vecchio adagio, una vecchia credenza, che risale ad una frase di Adam Smith, il grande filosofo ed economista scozzese, uno dei padri dell’economia politica moderna, che dice: non dobbiamo attenderci dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio, il nostro pranzo quotidiano. Ora, con questo Smith intendeva dire che, quando parliamo di economia, non dobbiamo essere delle “anime belle”, cioè non dobbiamo ritenere che l’economia vada avanti sulla base della pura benevolenza e del puro altruismo. Ciò detto, Adam Smith era, lui stesso per primo, convinto che gli stessi affari non potessero andare avanti senza un comportamento etico di fondo, senza una convinzione etica di fondo, perché gli affari richiedono in qualche modo uno spirito di sacrificio, un impegno quotidiano nel lavoro, un progetto funzionale alle determinazioni di determinati obiettivi, di certe finalità. Cioè non si costruisce un’economia, nel senso moderno della parola, senza quegli elementi del sacrificio, della fiducia, che sono essenziali per portare avanti la baracca. Cioè, in sostanza, l’economia nel senso moderno, il mercato nel senso moderno, richiede delle regole, delle certezze, richiede un’oggettività che non si può dare senza una base ed un fondamento etico. E quindi risponderei proprio in modo negativo alla sua domanda. Una economia moderna non si regge, anzi è, alla fine, addirittura antieconomica, se non fa valere dei principi etici di base.

STUDENTESSA: Volevo chiederLe: l’economia deve essere intesa come una scienza, come, ad esempio, può essere l’etica o qualcos’altro che deve contribuire alla ricchezza dell’uomo, o deve essere intesa come un mezzo per arricchire soltanto pochi uomini, concentrare la ricchezza in mano di pochi.

Ecco, questo è già un problema più dettagliato. Qui noi andiamo già su un piano più concreto di discussione, nel senso che lei mi sta chiedendo: quale tipo di organizzazione economica, quale modello economico è funzionale al superamento delle disuguaglianze e delle ingiustizie. Bene, lo stesso capitalismo, la stessa economia capitalistica, nel corso dei secoli, è passata da un regime, diciamo, liberistico sfrenato, dove avevamo un’accumulazione di ricchezze in poche mani, e una miseria di larghi strati della popolazione, ad una forma di organizzazione in cui i sistemi di protezione sociale, i sistemi di garanzie, i sistemi di regolamentazione giuridica, in generale, dell’economia e del mercato, hanno una funzione estremamente importante, e dove le disuguaglianze in qualche modo vengono tendenzialmente smorzate, contenute. Oggi viviamo una fase, come si dice, di deregulation, cioè una fase di rimessa in discussione dei meccanismi dello stato sociale, e di revival di dottrine di tipo liberistico. Queste dottrine di tipo liberistico, secondo me, hanno una funzione nel momento in cui servono ad introdurre degli elementi di dinamicizzazione dell’economia, a superare cioè delle situazioni di stallo del sistema economico e produttivo, ma rischiano invece di essere negative, nel momento in cui determinano un “effetto giungla” del mercato. Cioè, nel momento in cui il mercato non è più regolato, perde quella regolamentazione giuridica essenziale, in quel momento evidentemente abbiamo dei guasti enormi. Quindi il problema oggi è quello di un dosaggio ottimale tra competitività e diritti. Cioè il discorso intorno alla competitività non può essere un discorso, come dire, lesivo dei diritti. Di conseguenza il modello economico va oggi aggiornato.

STUDENTESSA: Noi abbiamo avuto esempi di personaggi come Mobutu in Zaire, Marcos nelle Filippine, che si sono arricchiti con i fondi inviati dai paesi sviluppati. Quindi è necessario un maggiore controllo su questi governi. Ma è eticamente giusto aumentare il controllo, compromettendo però la libertà di questi governanti?

Vede, il problema che lei sta sollevando è un problema molto spinoso e difficile. Riguarda da un lato le responsabilità di regimi, che sono stati dittatoriali, sanguinari, e in più speculativi al massimo – un vero e proprio latrocinio, dal punto di vista economico -, e, per l’altro verso, le responsabilità dell’Occidente, che, nei meccanismi di cooperazione internazionale, non ha svolto le sue funzioni. Quindi io farei un discorso, diciamo, bilaterale, cioè, nel trattare questo problema, non dobbiamo dimenticare che le responsabilità sono distribuite da ambo i lati. Cioè, se una serie di regimi dittatoriali e speculativi nel mondo ci sono stati e ancora ci sono, vuol dire che qualcuno ha interesse perché ci siano (da un lato) e che qualcuno ha interesse a tollerarli (dall’altro). Non sempre i dittatori sono gli unici responsabili delle nefandezze che compiono. I responsabili siamo anche noi che li legittimiamo all’interno di un sistema di complicità, che inevitabilmente è internazionale e che coinvolge in primis le responsabilità dell’Occidente, le nostre responsabilità.

STUDENTESSA: Vorrei sapere cosa si intende oggi con il termine di “globalizzazione” e vorrei che mi fosse spiegato meglio quali sono la tesi apologetica e la tesi catastrofica.

“Globalizzazione” è un termine che è entrato nel dibattito a partire dalla fin degli anni Ottanta – 1989 – e quindi dopo la caduta del Muro di Berlino, nel momento in cui il pianeta apparve unificato e nel momento in cui è venuto meno il sistema di interazione bipolare, retto dal diumvirato: Stati Uniti e Unione Sovietica. Quindi, per la prima volta, il mondo è apparso un unico globo. E’ un termine, questo, che ha sostituito precedenti termini, come, per esempio, “mondializzazione”, oppure “internazionalizzazione”, oppure “interdipendenza”. Ora “globalizzazione” indica un tipo di economia e un tipo di sistema dei rapporti internazionali unico, che non ha più divisioni, né ideologiche, né strategiche. Ora, vi sono effettivamente, come lei suggeriva, due tesi fondamentali sulla “globalizzazione”. C’è chi dice, come per esempio un certo Fukuijama, nippoamericano, americano di origine giapponese, che in un libro che ha avuto molto successo, dal titolo: La fine della storia e l’ultimo uomo, ha sostenuto: finalmente abbiamo un pianeta regolato da un’economia di mercato, finalmente abbiamo un mondo in cui le libertà si espandono, finalmente abbiamo un mondo caratterizzato da un’etica individualistica e da una logica del riconoscimento reciproco tra individui liberi. Questa è la tesi apologetica della “globalizzazione”: è un “hurrah” alla globalizzazione e al mercato libero globale. Abbiamo però un’altra tesi intorno alla “globalizzazione”, che è quella che potremmo chiamare di tipo catastrofico. E’ un altro americano che la suggerisce, Samuel Hutchinton, grande professore di Scienza Politica dell’Università di Harvard, il quale ha sostenuto invece che nel mondo globale, venuto meno, come dire, l’ombrello protettivo delle due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, stiamo cominciando a soffrire di una spinta centrifuga e di una tendenziale conflitto tra le civiltà. Abbiamo quindi un mondo non più unificato e tendenzialmente pacifico, ma piuttosto un mondo che tende alla conflittualità aperta, cioè ogni civiltà tende a costituirsi su parametri identitari che escludono le altre civiltà e le altre identità, e di conseguenza assistiamo ad una situazione di scontro, che, per ora, è latente, ma che in prospettiva sarà uno scontro aperto, secondo Hutchinton. Abbiamo qui una prospettiva appunto catastrofica, pessimistica. Io direi che, per capire cos’è la “globalizzazione” oggi, dobbiamo forse far interagire queste due diagnosi e vedere nella “globalizzazione” i due aspetti: da un lato una tendenziale unificazione del mondo ed una prospettiva nuova. Per l’altro verso però non dobbiamo dimenticare l’aspetto conflittuale, globale e locale. Non sono un’alternativa, ma sono due lati della stessa medaglia della “globalizzazione”. Altre domande?

STUDENTESSA: Lei pensa che la “globalizzazione”, oltre che economica, che, penso, ovunnque si sta affermando, potrebbe anche essere culturale?

La “globalizzazione” è un fenomeno culturale. Ovvero anche se il termine “globalizzazione” ha avuto una fortuna soprattutto nell’ambito dell’economia, la “globalizzazione” deve essere sostanzialmente intesa come un fenomeno culturale. E direi che l’aspetto essenziale della “globalizzazione” è proprio quello di un riconoscimento delle identità specifiche delle diverse culture, un emergere dalla globalizzazione nel problema delle differenze culturali, sia a livello globale, a livello internazionale, – le culture asiatiche, le culture africane, le culture latino-americane, e via dicendo, si riconoscono come culture proprie -, sia all’interno delle stesse democrazie occidentali. Vediamo che ogni gruppo tende a recuperare le proprie tradizioni culturali. Naturalmente il rischio è che questa logica della differenziazione culturale poi dia luogo a dei ghetti, dia luogo a delle logiche separate, dia luogo per l’appunto a tendenze di tipo conflittuale.

STUDENTESSA: Scusi, però vorrei sapere per quale motivo in Galles o in Scozia si rivendicano le proprie tradizioni, i propri usi e costumi, magari gli vengono anche riconosciuti, mentre in Chiapas si sta combattendo una rivoluzione che viene sempre repressa nel sangue. Vorrei capire quale meccanismo scatta in queste situazioni e quali differenze ci sono.

Lei tocca un punto molto importante e delicato della questione delle differenze culturali e delle rivendicazioni di autonomia. La logica autonomistica oggi è soprattutto quella che investe i paesi ricchi. E qui è presente una cosa fondamentale. I localismi più forti e i localismi oggi più riconosciuti, che fanno più paura e di conseguenza ricevono delle concessioni maggiori, o comunque un’udienza maggiore, sono per l’appunto i localismi delle regioni ricche. Il Chiapas non lo è, e questo pone un problema molto serio, cioè pone un interrogativo molto serio sulla logica dei regionalismi e dei localismi oggi. In Italia ne sappiamo qualcosa. Altre domande?

STUDENTESSA: Come si potrebbero conciliare tradizioni culturali di antichi paesi, che sono contrarie a principi etici, per esempio, che invece esistono qui da noi, in Italia?

Questo è un problema molto delicato. Lei mi chiede, in sostanza, se esiste, o se vale, la clausola di non ingerenza, quando si ha, in determinate culture, una violazione dei diritti umani. E questo è un problema molto serio. Credo che dobbiamo fare una doppia operazione, quando ci confrontiamo con le altre culture. La prima operazione dovrebbe essere quella di capire la logica culturale degli altri, la mentalità degli altri, le loro tradizioni, in totale rispetto. Non dobbiamo però limitarci a questo, perché altrimenti scadiamo nel relativismo. Ossia non possiamo dire: ogni cultura ha la sua gerarchia di valori, e vale la clausola di non ingerenza, cioè nessun altro può entrare, può impicciarsi degli usi e dei costumi degli altri. Questa è una logica relativistica che, a mio parere, rischia di produrre dei guasti enormi sul piano dei diritti umani. La seconda operazione da compiere, dopo aver compreso le ragioni di quella cultura, é cercare di intervenire, per capire se effettivamente abbiamo – dietro la maschera, dietro l’alibi dell’autonomia di quella cultura -, delle vere e proprie minacce per i diritti umani. Ecco, prima di continuare la discussione, volevo farvi vedere una serie di oggetti, che in qualche modo danno l’idea dei temi che stiamo trattando. Il primo è l’opera di Max Weber, che citavo nell’introduzione: L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, un’opera che risale all’inizio del secolo, ma che ancora oggi continua ad essere al centro di vivacissime discussioni e polemiche. Poi vediamo, là in fondo, un bassorilievo, in onore del Puritano, che si trova nel New England, negli Stati Uniti. E, per Weber, il capitalismo moderno nasce per l’appunto da un’etica puritana, e quindi si diffonde e sviluppa soprattutto negli Stati Uniti, perché negli Stati Uniti prevale una forma di individualismo puritano, quella che Weber chiamava una “ascesi intramondana”, cioè un ascetismo che si traduce in un impegno radicale nel mondo, e che fa del successo la prova della grazia divina. Cioè colui che ha successo, secondo questa concezione del puritanesimo calvinista, è baciato dalla grazia divina. Quindi un marchingegno molto forte per legittimare in qualche modo, diciamo, l’attivismo di tipo individualistico e capitalistico. E poi lì abbiamo un po’ l’emblema degli affari nel mondo contemporaneo: le Torri di Wall Street, della borsa di Wall Street a New York. Quindi, come vedete, è un quadro che ci riporta al nostro presente. Ma intanto andiamo avanti con la discussione. Prego.

STUDENTESSA: Veramente mi ha appena risposto, però volevo qualche delucidazione su come l’etica del puritanesimo ha influito sul capitalismo.

Vede, per Max Weber, non soltanto il capitalismo, ma ogni sistema economico, ogni sistema sociale, si fonda su una condotta di vita pratica, che, in ultima analisi, ha un fondamento etico, il quale, a sua volta, rimanda a dei valori religiosi, cioè ogni etica che noi abbiamo nel mondo, in qualunque cultura, ha un fondamento che in ultima istanza è un fondamento religioso. Tant’è vero che l’aspetto fondamentale dell’opera di questo grande sociologo, che, pur avendo operato agli inizi del secolo rimane quasi sicuramente il maggior sociologo del Novecento, è l’analisi comparativa delle diverse etiche a sfondo religioso, quindi, le opere dove lui ha confrontato l’etica protestante puritana con l’etica cattolica, per quanto riguarda l’Occidente, oppure confronta l’etica occidentale, nel suo complesso, con le etiche orientali, in particolare con il confucianesimo, il buddismo, il taoismo, l’induismo, e quindi ci presenta un quadro comparativo delle civiltà e delle società, a partire proprio da una comparazione degli atteggiamenti etici fondamentali. Per questo l’analisi di Max Weber è quanto mai attuale oggi, per capire il mondo globale, perché oggi nel mondo globale l’Occidente si trova a fare i conti con la sfida di altre civiltà, in particolare di quell’Asia che in qualche modo rappresenterà il problema economico – e non soltanto economico – del futuro. Quindi dobbiamo cercare di capire i valori asiatici, il fenomeno asiatico con tutte le sue contraddizioni, a partire non soltanto dagli indicatori economici, ma a partire dalle basi etico-culturali.

STUDENTESSA: Professore, abbiamo parlato di “globalizzazione economica”. Lei però non ritiene che sia un concetto un po’ utopistico, se si considera il fatto che oggi le differenze economiche tra paesi avanzati e sottosviluppati, differenze di ricchezza, sono ancora nettissime?

“Globalizzazione” non vuol dire affatto una eguaglianza di condizioni. “Globalizzazione” vuol dire unicamente che l’intero globo, l’intero pianeta si trova dentro una logica della produzione, un meccanismo unico, in qualche modo unico. Questo meccanismo unico ha per l’appunto la caratteristica di produrre differenziazioni, ossia è la stessa “globalizzazione” a produrre delle differenziazioni. Non è che le differenziazioni sussistano malgrado la “globalizzazione”. Le differenziazioni tra i livelli economici, si danno proprio grazie alla “globalizzazione” e attraverso di essa. Il problema fondamentale è intervenire sui modi in cui la “globalizzazione” procede e va avanti. Quindi si tratta di porre un problema: la “globalizzazione” non è un processo che spontaneamente risolve le questioni economiche e sociali. La “globalizzazione” chiama in causa un nuovo livello della politica, un nuovo intervento della politica, una nuova iniziativa della politica. Ma deve essere una politica condotta non più su scala nazionale, non più limitata all’orizzonte tradizionale dello Stato, del Leviatano di Hobbes, ma deve essere invece una politica condotta su scala globale, e quindi all’interdipendenza economica deve fare riscontro una interdipendenza delle iniziative politiche. E’ la cosa che ancora non si ha. Abbiamo visto, anche in recenti crisi internazionali, quanto difficile sia l’opera dell’ONU e quanto difficile, appunto lo si accennava prima, sia l’opera delle organizzazioni internazionali rispetto a casi, come dire, clamorosi, di violazione di diritti umani nel mondo. Altre domande?

STUDENTESSA: Buongiorno. Per tornare un attimo al libro di Weber. Lei ha detto che il libro in questione è stato al centro di polemiche. Perché, con che tipo di tesi rispondono le persone che non sono d’accordo con la teoria di Weber?

Ci sono due tipi di obiezioni a Weber. C’è chi contesta, per esempio, la tesi per cui i processi economici hanno, alla base, dei moventi etici. C’è chi dice che i processi economici hanno alla base unicamente interessi materiali, e non valori. Vi sono, diciamo, delle sociologie – alcune ispirate al marxismo, ma, devo dire, un marxismo un po’ volgare, riduttivo -, e vi sono altre concezioni, le quali ritengono che soltanto gli interessi sono il motore dell’economia, e non i valori. Bene io ritengo che questa polemica oggi si sia sviluppata e sia andata oltre, e che vi siano anche altre obiezioni all’opera di Weber. Un’altra obiezione, per esempio, è interna alla tesi weberiana, ed è la seguente: pur ammettendo che i valori sono importanti per l’economia, si contesta il modo in cui Weber ha condotto la sua analisi e ha portato avanti la sua comparazione. Si dice, per esempio, da parte di alcuni: non è affatto vero che il cattolicesimo sia disfunzionale al capitalismo. Un autore americano, Michael Novak, ha sostenuto che, per esempio, Weber sia stato ingeneroso riguardo al cattolicesimo. O, per quanto riguarda il fenomeno asiatico, molti dicono: Weber ha sbagliato nel considerare etiche alcune delle civiltà asiatiche, come per esempio l’etica confuciana, disfunzionale al sorgere di un atteggiamento di tipo produttivo. E invece la storia ci ha dimostrato che nell’Asia abbiamo anche un forte sviluppo economico. Il problema è vedere se questo sviluppo economico sia stato determinato spontaneamente dai valori asiatici, o se invece si sia prodotto attraverso il contatto, l’incontro tra l’Asia e l’Occidente, tra l’Asia e lo sviluppo economico di tipo capitalistico di mercato. Io sono, per esempio, più propenso a ritenere questa seconda tesi, cioè che è il contatto che ha determinato la scintilla dello sviluppo asiatico, e non invece, in qualche modo, una radice culturale autoctona, dell’Asia stessa. Ma, come vede, sono problemi spinosissimi, che stanno al centro della discussione attuale. Altre domande?

STUDENTE: Io ho condotto una ricerca su Internet, grazie alla quale ho visto che ci sono molti siti che parlano di tangentopoli e di tutto quello che è accaduto in Italia. E’ possibile che, in un mercato in cui vige una concorrenza spietata, l’adozione di criteri etici, di un’etica degli affari, di una morale degli affari, possa costituire un handicap micidiale per le aziende che ne fanno uso?

Vede, sono convinto – l’ho detto prima, ma lo dico adesso in maniera più esplicita – che un’economia in senso moderno ha bisogno di un’etica degli affari, che la mancanza di comportamenti etici di base alla fine diventa un guasto per la stessa economia. Degli atteggiamenti furbi o furfanteschi o, a maggior ragione, criminaloidi, sono, alla fine, diseconomici. In Italia abbiamo avuto un problema ulteriore. Noi abbiamo avuto non soltanto dei comportamenti diciamo non ortodossi, nelle transazioni economiche, ma abbiamo avuto una confusione tra i compiti della politica e la logica degli affari. La politica non può, proprio per definizione, immischiarsi negli affari. Deve, in qualche modo, curare unicamente il bene pubblico, deve curare la cosa pubblica, naturalmente a partire dai diversi punti di vista delle diverse forze, partiti, movimenti, eccetera. Però la politica ha come suo oggetto la cosa pubblica e il modo più adeguato di governarla. Se la politica viene contaminata, invasa, da una logica affaristica, abbiamo un danno enorme, non soltanto per la politica, ma anche per l’economia. E il caso italiano è proprio un caso tipico di un danno che si è ottenuto su entrambi i versanti, della politica come anche dell’economia. Non so se c’è qualcun altro che vuole parlare del tema. Se non c’è nessun altro che vuole parlare sul tema, abbiamo un altro filmato – è stato approntato dalla regia -, che tratta proprio l’argomento che stiamo considerando. Prego.

-Si visiona il filmato:

UOMO: La cosa che colpì, al di là delle dimensioni e delle vere tangenti, era il fatto, non esclusivo di metropolitana, ma dove la metropolitana aveva un valore simbolico, che c’erano persone, in ambito anche imprenditoriale, che raccoglievano da tutta la cordata di imprenditori e tangenti e le versavano a una persona che le riceveva per vari partiti. Per cui c’era questa situazione di un esponente di partito, che dava denaro ad esponenti di altri partiti, il che escludeva, alla radice, l’ipotesi che fosse un normale e semplice finanziamento. Perché mai un esponente di un partito dovrebbe finanziare l’esponente di un partito avverso e concorrente con il suo alle elezioni?

UOMO: In quest’aula e di fronte alla nazione io penso che si debba usare un linguaggio improntato alla massima franchezza. All’ombra di un finanziamento irregolare ai partiti, ripeto meglio al sistema politico, fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e di concussione, che come tali vanno definiti, trattati, provati e giudicati. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale.

-Fine del filmato.

Marramao: Bene, come vedete, ci troviamo dinanzi ai problemi posti da tangentopoli, e ci troviamo anche dinanzi a quel gravissimo buco del sistema politico italiano, che è stato scoperchiato dalla magistratura, dalla meritoria opera della magistratura, in particolare dal pool di Milano, e che oggi in qualche modo pone a noi il problema di costruire un’Italia diversa, un’Italia in cui la condotta etica debba valere in politica innanzi tutto, e dare quindi il buon esempio in economia. Cioè, se la politica non dà il buon esempio all’economia, se la politica è la prima a sollecitare denaro, a sollecitare finanziamenti irregolari, allora la stessa economia nelle sue regole viene inquinata; l’economia non è più, come dire, il campo di una concorrenza corretta, di una concorrenza regolata, ma invece nella stessa economia abbiamo una logica di privilegi determinati dalla politica, e quindi abbiamo un sistema mostruoso che è dato proprio dalla violazione dei confini di competenza tra l’ambito della politica e l’ambito dell’economia. Ecco, cosa ne pensate di tutto questo?

STUDENTESSA: E’ legittimo continuare a parlare di etica, quando l’adozione di certi principi morali è soltanto per salvaguardare certi interessi personali?

Vede, c’è un’etica che può essere un’etica puramente di paravento. Cioè, quando si parla dell’etica bisogna stare attenti. In Italia molti politici italiani, ma anche molti industriali italiani, hanno fatto professione di altissimi ideali etici. I nostri governanti, anche quelli che poi hanno portato a tangentopoli, alla corruzione, sono stati dei governanti che non hanno mai, come dire, disdegnato di presentarsi come padri della patria, come la massima espressione dell’eticità del nostro paese. Quindi bisogna stare attenti a chi predica l’etica, e prediligere chi, invece, ha un comportamento, diciamo effettivamente etico. Io credo che l’etica si dimostri essenzialmente dai comportamenti. Ciò che conta, soprattutto in un paese come il nostro, dove ognuno ama presentarsi sotto mentite spoglie – siamo il paese della dissimulazione – è guardare soprattutto ai comportamenti di ciascuno, alla vita, alla biografia di ciascuno. I comportamenti pratici parlano molto più di tanti bei discorsi, e, di conseguenza, credo che questa avvertenza critica dovrete attuarla nel corso della vostra vita, perché la bussola è data proprio dall’osservazione dei comportamenti delle persone.

STUDENTE: Lei aveva detto che la politica è in qualche modo legata all’economia. Volevo sapere se è lecito che la politica abbia un occhio di riguardo nei confronti dell’economia, e che politica ed economia vadano di pari passo.

Vede, la politica in Italia è stata fin troppo invasiva rispetto all’economia. In Italia, per esempio, – prima nel corso del fascismo, poi nel corso della prima Repubblica -, si è formato il modello di uno stato sociale fondato sulla figura dello Stato imprenditore, dello Stato che entra proprio nel gioco economico e lo altera con la sua presenza, per esempio con le grandi aziende di Stato, con le grandi industrie di Stato. Ora credo che questo modello sia finito, perché questo modello determinava dei profondi guasti del meccanismo economico, e ritengo che il rapporto della politica con l’economia debba essere un rapporto di rispetto reciproco. La politica fissa le regole che permettono all’economia di procedere secondo criteri di certezza del diritto, cioè l’economia non deve, come dire, nel suo funzionamento violare i diritti delle persone, i diritti essenziali, i diritti sociali delle persone. Al tempo stesso però l’economia ha diritto di essere libera, di essere un campo dove la concorrenza si esplicita e si svolge in maniera diciamo libera da “lacci e lacciuoli”, come si diceva una volta in Italia. Per l’altro verso, è fondamentale che prevalga una certezza del diritto in tutti i campi. La cosa essenziale è questa. Il rischio che noi viviamo in questa fase di passaggio è quello dell’interregno, di un vuoto. Viviamo una fase dove non ci sono più le vecchie regole, non ci sono ancora le nuove regole, e quindi abbiamo una incertezza del diritto. Questa fase va superata soprattutto costruendo una Italia nuova, d’una nuova civiltà del diritto, con l’aiuto vostro, con l’aiuto delle giovani generazioni. Altre domande?

STUDENTESSA: Volevo sapere, se un tempo, c’era un’etica generale per tutti i paesi o l’etica variava a secondo delle culture, delle tradizioni, degli usi dei vari popoli, dei vari paesi.

Guardi, qui ci sono due grandi linee filosofiche. C’è la tradizione filosofica kantiana, per la quale i comportamenti etici sono gli stessi in tutte le culture, e in qualche modo le differenze culturali sono soltanto differenze di costumi esteriori, che non incidono sulla natura universale, etico-trascendentale, degli individui umani. Esistono invece concezioni – al tempo di Kant, ad esempio, c’era la concezione di Herder, chi di voi ha studiato filosofia sa che Herder criticava Kant su questo punto – per le quali i parametri etici cambiano a seconda delle differenze culturali, che per Herder sono sostanzialmente differenze linguistiche, differenze di universi linguistici. Ecco, credo che oggi dobbiamo cercare di coniugare insieme le due esigenze e fare valere un discorso di universalismo, di un universalismo etico, che comprenda in sé le differenze culturali. Dobbiamo cercare di tenere insieme l’esigenza universalistica e l’esigenza differenzialista. Dobbiamo cercare di capire che ci sono modi diversi, modi culturalmente diversi, di esprimere valori universali. E la differenza culturale è un fattore non di caos, non di anarchia, ma invece un fattore di enorme ricchezza per l’umanità. Cioè l’umanità è per sua natura polifonica. Dobbiamo mantenere questa polifonia come una ricchezza irrinunciabile.

STUDENTESSA: Vorrei sapere se in questo caso, ossia nell’etica degli affari, diviene più importante l’etica dell’azione o l’etica dell’intenzione.

Vede, il problema fondamentale è che noi che proveniamo da una cultura ebraico-cristiana, siamo convinti che la bontà di un’azione dipenda dall’intenzione con cui la si è fatta. Ossia se uno fa una cosa con una buona intenzione, in qualche modo è riscattato, è salvato. Oggi si tende a relativizzare molto questo aspetto e a stare attenti invece a quella che si chiama “l’etica della responsabilità “. Cosa vuol dire “etica della responsabilità”? Vuol dire un’etica attenta alle conseguenze dell’azione. Se io compio un atto con le migliori intenzioni, ma lo compio senza cercare di prevenire le possibili conseguenze negative di questo atto, non compio un atto etico. Il problema dell’etica della responsabilità, cioè dell’etica attenta alle conseguenze dell’agire, si è diffuso moltissimo, per esempio, in rapporto a una tematica come quella ecologica, dove il progresso tecnologico, che appunto era considerato di per sé come un valore positivo, ha prodotto invece delle conseguenze negative, perché non ha tenuto conto dell’impatto ambientale. E così, anche in politica, le grandi utopie, che pensavano di realizzare l’uomo nuovo, non tenendo conto delle conseguenze hanno prodotto dei guasti molto maggiori. Si possono produrre mostri anche con le più candide intenzioni. Altre domande?

STUDENTE: Io vorrei sapere come è possibile ipotizzare lo smantellamento di un sistema, che è quello delle tangenti, che va avanti diciamo fin dai tempi dell’antica Roma – se non da prima -, e che quindi forse ha determinato un assuefarsi, un adattarsi dell’economia a questo sistema.

Vede, il sistema delle tangenti è diffuso in tutto il mondo, come le possono dire anche molti americani. Negli Stati Uniti è diffusissimo. Il problema è che in Italia aveva toccato una soglia che potremmo chiamare patologica, era andato al di là dei limiti di sopportazione di un sistema politico democratico. Il sistema delle tangenti si combatte in due modi. Intanto si combatte dando alla magistratura le forze per potere combattere queste forme di comportamento illegale. Spesso la democrazia, essenzialmente, è il ripristino della legalità. Questa è sicuramente una condizione necessaria, ma non sufficiente. Però il fatto che non sia sufficiente, quindi che la magistratura non basti, non deve fornire alibi a ritenerla non necessaria e conditio sine qua non per fare il resto. Il secondo luogo, il sistema delle tangenti, e in generale la corruzione nell’ambito della politica e dell’economia, si combatte con una educazione civica, cioè si combatte cercando di costruire tutti insieme qualcosa che al nostro paese è mancato fino ad oggi, e che invece hanno avuto altri sistemi democratici: una “religione civile”, una religione civile della democrazia. Uso quest’espressione “religione civile” per indicare un insieme di valori condivisi, che sono quelli della libertà individuale, dell’autonomia, ma anche quelli del rispetto reciproco, quelli della solidarietà, che, insieme, devono costituire la base, il fondamento del nostro vivere associato. Credo che soltanto in questo modo avremo un sistema politico più giusto e tendenzialmente potremo avere anche un’economia più florida, un’economia, come dire, capace di darci delle condizioni di benessere e di equità, senza le quali, a mio parere, non è possibile che la democrazia sia degna del nome che porta. E quindi spetta, credo, a voi, alla vostra generazione cercare di aprire un dibattito collettivo, per costruire in Italia una sfera pubblica e politica veramente nuova.

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