Frans de Waal a Torino Spiritualità 2016

PantareiNews0 Comments

logo-tosp

Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?

Non è molto diverso fare il solletico a un giovane scimpanzé o ad un bambino. La scimmia ha gli stessi punti sensibili: sotto le ascelle, sul fianco, sulla pancia. Lo scimpanzé spalanca la bocca, rilassa le labbra e ansima con lo stesso ritmo “huh-huh-huh” di inspirazione ed espirazione tipico della risata umana. Questa somiglianza rende difficile non mettersi a ridere a propria volta.

La scimmia mostra anche lo stesso comportamento ambivalente del bambino: allontana le dita che la solleticano e prova a scappare ma appena ci si ferma torna indietro e si mette a pancia all’aria proprio davanti a noi. A questo punto basta indicare un punto dove soffre il solletico, senza neppure toccarlo, e lo scimpanzé esplode in un altro attacco di risate.

Risate? No, un momento: un vero scienziato dovrebbe evitare qualsiasi tipo di antropomorfismo, che è infatti il motivo per cui i nostri colleghi duri e puri spesso ci invitano a cambiare terminologia. Perché non denotare la reazione della scimmia usando un’espressione neutrale, qualcosa come “respiro affannoso con vocalizzazione”? Così facendo eviteremmo di confondere uomini e animali.

Il termine antropomorfismo, che significa “forma umana”, fu utilizzato per la prima volta dal filosofo greco Senofane nel V secolo a.C., per criticare il poema di Omero in quanto descriveva gli dèi come fossero umani. Per ridicolizzare questa credenza, pare che Senofane dicesse: “se i cavalli avessero le mani, disegnerebbero i propri dèi simili a cavalli”. Oggi il termine ha assunto un significato più ampio e viene comunemente impiegato per criticare l’attribuzione agli animali di caratteristiche ed esperienze umane. Gli animali non fanno “sesso”: mettono in atto comportamenti riproduttivi. Non hanno “amici” bensì compagni preferiti di affiliazione.

Considerato che la nostra specie è alquanto di parte nelle distinzioni intellettuali, in ambito cognitivo tendiamo ad applicare tali castrazioni linguistiche con vigore ancora maggiore. Spiegando l’acutezza degli animali o come prodotto dell’istinto o come semplice apprendimento, abbiamo mantenuto la cognizione umana sul suo piedistallo, con il pretesto che sia scientifica. Tutto ridotto a una questione di geni e rafforzamento. Pensarla diversamente espone al ridicolo, come accadde un secolo fa allo psicologo tedesco Wolfgang Köhler, il primo a dimostrare l’esistenza di lampi di intuizione negli scimpanzé.

Nei suoi test, Köhler metteva una banana fuori dal recinto del suo miglior performer, Sultan, dandogli però bastoni troppo corti per raggiungere il frutto attraverso le sbarre; oppure appendeva la banana molto in alto e disseminava tutto intorno di scatole, nessuna delle quali abbastanza alta per raggiungerla. All’inizio Sultan saltava qua e là o lanciava oggetti contro la banana, oppure trascinava per mano l’uomo verso la frutta, sperando di usarlo come poggiapiedi. Se questo non funzionava si metteva a sedere immobile, valutando la situazione, finché non trovava la soluzione. Allora saltava su e infilava un bastone di bambù dentro l’altro creandone uno più lungo e impilava le scatole per costruire una torre sufficientemente alta da raggiungere la meta. Köhler descrisse questo momento come “l’esperienza aha!”, non diversa da quella di Archimede che corre per le strade gridando “Eureka!”.

Secondo Köhler, Sultan aveva avuto un’intuizione, combinando ciò che sapeva sulle scatole e sui bastoni per ottenere una nuova sequenza di azioni atta a risolvere il suo problema. È successo tutto nella sua mente, senza aver mai ricevuto ricompense per la sua eventuale soluzione. Che gli animali possano mostrare processi mentali più prossimi al pensiero che all’apprendimento era, tuttavia, così sconvolgente che ancora oggi in alcuni circoli il nome di Köhler viene solo sussurrato. Ovviamente uno dei suoi critici sosteneva che attribuire agli animali la capacità di ragionamento fosse una “eccessiva oscillazione all’indietro del pendolo teoretico, verso l’antropomorfismo”.

Questa argomentazione circola ancora, non tanto per tendenze che consideriamo brutali (chiunque può parlare di aggressione, violenza e territorialità negli animali) quanto piuttosto per i tratti di noi stessi che più ci piacciono. Le accuse di antropomorfismo sono il grande spoiler delle scienze cognitive, all’incirca quanto i sospetti di doping nel successo degli atleti. La natura indiscriminata di queste accuse è stata deleteria per le scienze cognitive, impedendoci di sviluppare una visione autenticamente evoluzionistica. Abbiamo così tanta fretta di sostenere che gli animali non sono persone da dimenticare che anche le persone sono animali.

Questo non significa che l’antropomorfismo vada bene sempre e comunque: gli uomini non vedono l’ora di proiettare sugli animali i propri sentimenti ed esperienze, spesso senza alcun giudizio. Andiamo negli hotel sulla spiaggia per nuotare con i delfini, convinti che questi si divertano quanto noi; crediamo che il nostro cane si senta in colpa o il nostro gatto in imbarazzo se non riesce a saltare bene. Ultimamente la gente si è lasciata suggestionare dall’idea che Koko, la gorilla della California famosa per la sua capacità di usare il linguaggio dei segni, sia turbata dal cambiamento climatico o che gli scimpanzé abbiano una religione.

Quando sento affermazioni come queste, contraggo i muscoli facciali e, così corrucciato, chiedo che mi si fornisca una prova. Sì, i delfini hanno volti sorridenti ma trattandosi di una parte immutabile del loro aspetto non può dirci nulla su cosa sentono. È vero, quando hanno combinato qualche guaio i cani si nascondono sotto il tavolo ma la spiegazione più plausibile è che temano il pericolo.

L’antropomorfismo gratuito è chiaramente inutile. Tuttavia, quando ricercatori esperti sul campo che seguono le scimmie nella foresta tropicale mi raccontano di scimpanzé che mostrano preoccupazione per una compagna ferita, portandole cibo o rallentando il passo, oppure mi riferiscono di come i maschi di orangotango dai rami più alti annunciano vocalizzando in che direzione intendono viaggiare la mattina successiva, non mi oppongo a congetture riguardo l’empatia o la pianificazione. Sulla base di quanto sappiamo grazie agli esperimenti controllati in cattività, come quelli che io stesso conduco, queste ipotesi non sono affatto inverosimili.

Per capire l’ostilità verso le spiegazioni di carattere cognitivo devo ricorrere a un terzo protagonista dell’antica Grecia: Aristotele. Il grande filosofo aveva collocato tutte le creature viventi in una scala verticale, la Scala Naturae: dagli uomini, più vicini agli dèi, si scendeva agli altri mammiferi, sino a uccelli, pesci, insetti e molluschi. Fare paragoni su e giù attraverso questa ampia scala è un passatempo scientifico molto popolare ma tutto ciò che abbiamo imparato da tali confronti è come misurare le altre specie secondo i nostri standard. L’obiettivo è sempre stato mantenere intatta la scala di Aristotele, con gli uomini in cima.

Pensiamoci: quanto è verosimile che l’immensa ricchezza della natura risieda in una singola dimensione? Non è più probabile che ogni animale abbia la propria cognizione, adattata ai suoi sensi e alla sua storia naturale? È illogico paragonare la nostra capacità cognitiva con quella distribuita su otto arti che si muovono ciascuno in modo indipendente e con una propria fonte neurale, oppure con una che consente ad un organismo volante di catturare una preda in movimento raccogliendo gli echi dei suoi versi. Le nocciolaie di Clark (appartenenti alla famiglia dei corvidi) rammentano la collocazione di migliaia di semi nascosti sei mesi prima, mentre io spesso non riesco a ricordare dove ho parcheggiato qualche ora fa. Chiunque conosca gli animali può trovare diversi altri confronti cognitivi che non sono proprio a nostro favore. Invece di una scala, siamo di fronte a un enorme pluralità di cognizioni con numerosi picchi di specializzazione. Paradossalmente questi vertici sono stati chiamati “pozzi magici” perché più gli scienziati apprendono su di essi più profondo diventa il mistero.

Oggi, ad esempio, sappiamo che alcuni corvi eccellono nell’utilizzo di strumenti: nel 2002, in una voliera all’Università di Oxford, una cornacchia della Nuova Caledonia di nome Betty ha provato a estrarre da un tubo verticale trasparente una vaschetta contenente un pezzo di carne. L’unica cosa che aveva a disposizione era un filo di ferro dritto, che però non funzionava. Per nulla scoraggiata, Betty ha usato il suo becco per piegare il filo e farne un uncino con cui tirare la vaschetta. Visto che nessuno le aveva insegnato a farlo, è stato considerato un esempio di intuizione. Oltre a confutare la nozione di “cervello di gallina”, affibbiata agli uccelli, Betty ha istantaneamente acquisito notorietà, offrendo la prova della realizzazione di utensili al di fuori del regno dei primati. Dato che questa capacità è stata ormai confermata da altri studi, incluso uno sui cacatua, possiamo tranquillamente dimenticarci del libro dell’antropologo britannico Kenneth Oakley Man the Tool-Maker (1949), secondo il quale la fabbricazione di utensili sarebbe la caratteristica distintiva dell’umanità. I corvidi sono un ramo tecnologicamente avanzato dell’albero della vita, con abilità che spesso eguagliano quelle di primati come noi.

L’evoluzione convergente (ovvero quando in rami evolutivi distinti si presentano spontaneamente alcuni tratti simili, come le ali di uccelli, pipistrelli e insetti) consente che emergano capacità cognitive nei contesti più inaspettati, come il riconoscimento facciale nei calabroni giganti o tattiche diversive nei cefalopodi. Quando i maschi di alcune seppie vengono interrotti da un rivale durante il corteggiamento, possono ingannarlo fingendo che non ci sia nulla da temere. Sul fianco del corpo rivolto al rivale il maschio assume la colorazione della femmina così che l’altro creda di star guardando due femmine. Allo stesso tempo, il maschio corteggiatore mantiene la propria colorazione originaria sul lato rivolto alla femmina, così da conservarne l’attenzione. Questa tattica “double face”, nota come “dual-gender signaling”, lascia intravedere abilità tattiche di portata notevole, che nessuno aveva mai sospettato in una specie così in basso nella scala naturale. Anche se, naturalmente, parlare di “alto” e “basso” è un abominio per i biologi, che considerano ogni singolo organismo come squisitamente adattato al proprio habitat.

Torniamo ora all’accusa di antropomorfismo che viene riproposta a ogni nuova scoperta: funziona solo grazie alla premessa dell’eccezionalità umana. Radicata nella religione ma ramificata in ampi settori della scienza, tale premessa non è in linea con la moderna biologia evoluzionistica e con le neuroscienze. I nostri cervelli condividono con gli altri mammiferi la medesima struttura di base: non ci sono parti diverse, solo gli stessi vecchi neurotrasmettitori.

I cervelli di fatto sono così simili universalmente che per curare le fobie umane studiamo la paura nell’amigdala dei ratti. Ciò non significa che la pianificazione fatta da un orangotango sia dello stesso ordine della mia quando in classe annuncio un esame e i miei studenti ci si preparano, ma in fondo vi è una continuità fra entrambi i processi. E questo vale ancor più per i tratti emotivi.

Per questo oggi la scienza spesso parte dall’estremo opposto, presupponendo la continuità fra uomini e animali e accollando l’onere della prova a coloro che insistono sulle differenze. Chiunque mi chieda di credere che una scimmia alla quale si sta facendo il solletico, che quasi soffoca nel suo rauco ridacchiare, sia in uno stato mentale diverso da un bambino nella stessa condizione, ha trovato pane per i suoi denti.

Per agevolare la comprensione di questo argomento, ho inventato il termine “antroponegazione”: il rifiuto a priori di riconoscere tratti umani in altri animali o tratti animaleschi in noi stessi. L’antropomorfismo e l’antroponegazione sono inversamente collegati: più un’altra specie è vicina a noi più l’antropomorfismo si inserisce nella nostra comprensione di essa e più alto è il pericolo dell’antroponegazione. Al contrario, più una specie è distante da noi più alto è il rischio che l’antropomorfismo proponga dubbie similarità emerse in modo indipendente. Dire che le formiche abbiano “regine”, “soldati” e “schiavi” è una semplificazione antropomorfica senza un granché di relazione con il modo in cui le società umane creano quei ruoli.

Il punto cruciale è che l’antropomorfismo non è assolutamente così deleterio come si pensa: con specie come le scimmie – appropriatamente note anche come “umanoidi” – l’antropomorfismo è in realtà una scelta logica. Dopo una vita passata a studiare scimpanzé, bonobi e altri primati, sono convinto che negare le somiglianze sia ormai più difficile che accettarle. Rinominare il bacio di uno scimpanzé “contatto bocca a bocca” offusca il significato di un comportamento che le scimmie mettono in atto nelle stesse circostanze degli uomini, ad esempio quando si salutano o si riconciliano dopo una lite. Sarebbe come assegnare alla gravità della Terra un nome diverso rispetto a quella della Luna solo perché riteniamo che la Terra sia speciale.

Barriere linguistiche ingiustificate come queste frammentano l’unità con la quale la natura ci si presenta: le scimmie e gli esseri umani non hanno avuto sufficiente tempo per sviluppare indipendentemente le une dagli altri comportamenti quasi identici in situazioni analoghe. Considerate questo la prossima volta che leggerete di una scimmia che fa progetti, dell’empatia di un cane o dell’autocoscienza di un elefante. Invece di negare o ridicolizzare questi fenomeni, fareste meglio a domandarvi: “e perché no?”

Una delle ragioni per cui questo dibattito è tanto infuocato riguarda le sue implicazioni morali. Quando i nostri antenati sono passati dalla caccia all’agricoltura hanno perso il rispetto per gli animali iniziando a considerarsi signori della natura. Per giustificare il modo in cui trattavano le altre specie ne hanno minimizzato l’intelligenza e negato che avessero un’anima. È impossibile invertire questa tendenza senza sollevare interrogativi sugli atteggiamenti e le pratiche dell’uomo. Il processo tuttavia è in corso e possiamo vederne gli effetti nella fine della ricerca biomedica sugli scimpanzé o nell’opposizione all’uso delle orche nei parchi divertimento.

Un rinnovato e accresciuto rispetto nei confronti dell’intelligenza animale ha conseguenze anche per la scienza cognitiva: troppo a lungo abbiamo lasciato l’intelletto umano sospeso in uno spazio evolutivo vuoto. Come avrebbe fatto la nostra specie a giungere alla pianificazione, all’empatia, alla consapevolezza e via dicendo, se siamo parte di un mondo naturale privo di qualunque trampolino, passaggio, verso tali capacità? Una cosa del genere non sarebbe improbabile quanto il nostro essere gli unici primati con le ali?

L’evoluzione è un processo graduale di generazione e modificazione, di tratti fisici e mentali. Più minimizziamo l’intelligenza animale più chiediamo alla scienza di credere nei miracoli, quando si tratta di spiegare le origini e il funzionamento della mente umana. Invece di insistere sulla nostra superiorità in tutti i campi sarebbe ora di essere orgogliosi delle nostre connessioni con le altre specie.

Non c’è niente di male nel riconoscere che siamo scimmie – forse particolarmente intelligenti, ma nondimeno scimmie. Come amante di queste creature non considero affatto offensivo un paragone del genere. Siamo dotati delle capacità mentali e dell’immaginazione necessarie per comprendere in profondità le altre specie: più avremo successo in quest’impresa più ci renderemo conto di non essere l’unica forma di vita intelligente sul pianeta.

(traduzione di Silvia Crupano)

Francis de Wall è primatologo e professore di psicologia all’Università di Emory. Il suo ultimo libro è Are We Smart Enough to Know How Smart Animals Are? pubblicato in Italia da Raffaello Cortina

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *